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Convento di San Matteo-Foto del 2013
Convento di San Matteo-Foto del 2013
I segni della crisi erano più evidenti sul viso di p. Nicola combattuto da pensieri contraddittori: coprire tutto e andare avanti con speditezza, o accettare la sfida di una situazione che si proponeva in tutta la sua importanza storica, ma anche con un futuro di incerta definizione. Chi diede forza a p. Nicola di affrontare il futuro fu Nicola Petruccelli, l’arch. Nunzio Tomaiuoli e altri amici. Da allora p. Nicola sposò definitivamente la rischiosa idea dei restauri e la difese nonostante le contestazioni di vari personaggi. Da allora la fraternità di S. Matteo, guidata da p. Nicola, fu in netta controtendenza ai gusti dell’epoca.
I lavori di restauro proseguirono in più riprese e in diversi anni. Il risultato è quello che si conosce: una chiesa in cui è visibile il progresso delle generazioni, il succedersi delle famiglie religiose, l’evoluzione della liturgia e della vita conventuale, il contributo che il popolo di Dio ha dato per la bellezza e dignità del culto.
Oggi, chi entra nella chiesa di S. Matteo avverte il fluire della storia di cui è parte; sente di essere un anello di una lunga catena iniziata tanti secoli fa e proiettata nel futuro; vive con maggiore consapevolezza la comunione dei santi.
Il Concilio Vaticano Secondo aveva parlato anche della pietà popolare e della necessità di ricondurla in più perfetti parametri religiosi. L’interpretazione dei decreti conciliari, gestita dai soliti praticoni di sacrestia, aveva prodotto gli effetti devastanti che conosciamo. Tutto un mondo fatto di arte, tradizioni religiose, pellegrinaggi, devozioni, pietà privata, benedizioni, novene, feste di santi e musica sacra entrò in crisi. Anche in questo, chi aiutò la fraternità a recuperare la consapevolezza della ricchezza delle tradizioni religiose, furono gli amici laici, primi fra tutti gli studiosi dell’Università di Bari. Stava capitando, infatti, un processo curioso: quello che nelle sacrestie era disprezzato, per gli studi era argomento privilegiato. La pietà popolare a S. Matteo ridivenne cosa preziosa che andava coltivata con adeguata catechesi. Era necessario anche capire il linguaggio e i gesti con cui il popolo esprimeva dinanzi a Dio e ai suoi Santi i dolori e le speranze, la gioia, il lavoro, lo stare insieme. A questo proposito, mi è caro ricordare l’opera svolta da p. Nicola per ridare vigore alla confraternita di S. Michele e al pellegrinaggio di maggio. Già nel 1967 a S. Matteo il prof. Giovanni Battista Bronzini, nelle celebrazioni del XIV centenario della fondazione dell’abbazia, aveva parlato delle tradizioni popolari del Gargano, suscitando negli studiosi interessi di lunga durata. Inoltre, nello stesso istituto universitario gli studi sugli ex voto, sulle feste popolari e sull’agiografia, sui pellegrini e i santuari erano in fase avanzata.
Convento di San Matteo-Foto del 2012
Convento di San Matteo-Foto del 2012
Altra conseguenza fu il suo amore per la Terra Santa. Fu una scoperta tarda avvenuta in un tragicomico pellegrinaggio fatto in pieno inverno. Gli organizzatori suggerirono vestiti leggeri e scarpe comode perché nella Terra di Gesù è sempre estate. Arrivarono di sera e andarono a dormire. Si svegliarono con uno strano chiarore: nella notte erano caduti quasi venti centimetri di neve. Il fenomeno non accadeva da qualche decennio. Si può immaginare il resto: la ricerca degli stivali; gli arabi capirono l’affare e rifornirono i frati di stivaletti consumati e sfondati, l’acqua gelida penetrava dappertutto, ma il pellegrinaggio si fece e nessuno morì. P. Nicola tornò con un amore che non lo lasciò più. Raccolse offerte, coinvolse amici per le adozioni a distanza, mandò offerte per Sante Messe, organizzò una nutrita serie di pellegrinaggi che preparava con grande dedizione e competenza. Per molti anni fu anche la guida con relativo patentino. Strinse amicizia con molti frati della Custodia. Nella sua festa giubilare del 50° di ordinazione sacerdotale, il p. Custode di Terra Santa, p. Pizzaballa, attuale Patriarca latino di Gerusalemme fu presente.
Si approfittò dell’occasione per alcune conferenze in cui il padre parlò dei tanti problemi della Terra di Gesù.
La fraternità di S. Matteo decise di ripensare l’accoglienza dei pellegrini che venivano da lontano e del breve periodo che essi trascorrevano a S. Matteo.
Si aprì, così, tutta una fase di conoscenza e di studi. Fu redatta una scheda conoscitiva per i singoli pellegrinaggi. Si diede inizio alla raccolta dei rituali e fu curata una serie di studi e di interventi in convegni, e di pubblicazioni. Anche le testimonianze della devozione a S. Matteo, come le tavolette votive, furono oggetto di rinnovato interesse e di pubblicazioni. Soprattutto fu impostata una più efficace e completa accoglienza dei pellegrini. Ambra Garancini il 12 novembre 2012 così ricordò il pellegrinaggio dell’Associazione Jubilantes a S. Matteo nel 2002: non si sono presentati, e nessuno ha chiesto chi fossero: erano pellegrini anonimi, ma sono stati accolti splendidamente perché erano pellegrini.
Convento di San Matteo-Foto del 2012
Convento di San Matteo-Foto del 2012
Una delle conseguenze di questo rinnovato interesse, fu la crescita dei pellegrinaggi organizzati provenienti da tutte le regioni italiane e dall’estero. Nel 1980 le comitive organizzate arrivate a S. Matteo erano 451; nel 1997 erano 1559. Questi numeri riguardano solo le comitive che si è riusciti a censire e di cui dovrebbe essere conservata la relativa scheda.
L’altra conseguenza fu il profondo mutamento dell’economia del convento che cominciò a reggersi non più sui mezzi tradizionali come la questua nelle campagne, ma sulla continua e generosa presenza dei pellegrini. Per oltre vent’anni il santuario ha beneficiato di un introito giornaliero lordo molto consistente.
Tutte queste risorse erano utilizzate, oltre che per i bisogni della fraternità e la sicurezza dell’edificio, soprattutto per creare e migliorare i servizi religiosi e logistici ad uso di fedeli e pellegrini. In una prospettiva di restituzione. Fu messo in sicurezza il piazzale e i viali che circondano il convento, allargata la strada d’accesso e lo stesso piazzale, costruiti i bagni pubblici, allargata la curva d’accesso dalla Statale alla strada del convento per facilitare l’ingresso dei pullmann provenienti da San Marco in Lamis, acquistato un campo in vista dell’allestimento di un parcheggio per le auto dei devoti e dei pellegrini.
Le somme messe a disposizione del Lyons Club di S. Marco in Lamis e le offerte dei privati per l’acquisto dell’organo a canne per la chiesa furono integrate con una importante somma messa a disposizione dalla fraternità di S. Matteo. Anche le spese generali e la conduzione ordinaria della biblioteca furono coperte per oltre 20 anni dalla fraternità.
In tutto questo tramestio di lire ed euro, il responsabile principale era p. Nicola.
I conti delle entrate sempre in ordine, distinte rigorosamente nelle voci “offerte, Sante Messe, vendita degli oggetti religiosi”, e quelli delle uscite, controllati giornalmente, gli davano il quadro esatto delle possibilità di spesa anche per lavori di grande peso economico come il rinnovo dell’intero tetto del lato orientale costato oltre 900.000 Euro, tutti saldati dal banco della Provvidenza.
Convento di San Matteo-Foto del 2012
Convento di San Matteo-Foto del 2012
Alcune persone nei tempi andati, qualcuna ancora oggi, si chiedevano come mai a S. Matteo, lontano dalle città, isolato, costruito in montagna, circondato da boschi, arrivassero tante risorse. La risposta è nella storia. Purtroppo oggi la storia non è di moda.
Quale è stato il ruolo di p. Nicola in questi avvenimenti? Quello di chi ascolta, valuta le proposte, filtrandole attraverso l’eredità culturale cristiana e francescana, e le inserisce in un progetto da realizzare in tempi lunghi che comprenda nello stesso tempo aspetti religiosi, economici, civili e culturali apparentemente lontani fra loro ma che, visti in profondità, si rivelano fortemente connessi. I teorici della vita pubblica dicono che questo modo di approccio alla realtà sia il compito proprio della politica. Non credo di recare offesa ai politici affermando che p. Nicola sarebbe stato un ottimo sindaco. Tra l’altro, dell’ottimo sindaco p. Nicola aveva una qualità di base: non perdeva mai il senso dell’insieme come terreno operativo di un diversificato, numeroso e ben strutturato gruppo di collaboratori.
Presentando le realizzazioni, non parlava mai di se stesso, usava sempre il “noi” riferendosi alla fraternità religiosa e alle tante persone che, a diverso titolo, avevano collaborato.
Certo, p. Nicola sarebbe stato un ottimo sindaco ma i suoi estimatori si sarebbero trovati a mal partito per farlo eleggere, vista la sua inguaribile ritrosia a proporsi, farsi conoscere, coltivare l’immagine. Anche chi non ha avuto particolare dimestichezza con lui conosce la sua tendenza a non esporsi, a preferire l’ombra, le seconde e terze file, qualunque fosse il gruppo in cui si trovava e l’argomento delle conversazioni. In effetti non aveva il taglio dell’uomo pubblico che presiede, dibatte, dichiara, propone e dispone. Sembrava una figura grigia, anonima, dalla faccia comune, priva di quegli elementi identificativi necessari in una prospettiva di successo.
Per fortuna sua e nostra, p. Nicola non ha mai desiderato una prospettiva di successo, mai proposto, né disposto alcunché. Ha vissuto senza alcun rimpianto, né sentimenti di rivalsa, invidia o inimicizia. Anche nei momenti bui non ha mai perso il sorriso né l’ottimismo di fondo che gli impediva di vedere il male, che lo disponeva al perdono, ad apprezzare il bene fatto dagli altri. Mai ha voluto essere qualcosa di diverso da quel che era: molisano, figlio di contadini, frate minore, umile bracciante nella vigna del Signore.
In perfetta semplicità ogni pomeriggio il corridoio della chiesa era il luogo del suo Rosario, dell’incontro con la Vergine Madre. Ogni sera, in fondo alla chiesa alla fioca luce della lampada accesa dinanzi al Santissimo, s’incontrava col suo Signore in un lungo solitario completorium in cui la preghiera salmodica era il luogo dell’esame e del rinnovato affidamento. Dal santuario il suo spirito traeva forza e ispirazione, ma era anche il punto da cui scaturivano le motivazioni del suo servizio. Il santuario come luogo di preghiera, ma anche centro spirituale di una zona dai vasti confini era il tema principale del suo agire, da sviluppare nei vari aspetti, di cui alcuni assolutamente nuovi ma resi urgenti dall’evoluzione religiosa, civile e culturale in atto.
Una sommaria analisi della sua vita ci mostra un uomo semplice, che ha gestito per lunghi anni la realtà di S. Matteo, complessa nella sua dimensione storica, ma molto più nella molteplicità dei rapporti religiosi, civili e culturali con un territorio difficile da frequentare, e persino da comprendere.
Il suo linguaggio essenziale e piano spesso era ritenuto espressione di cultura limitata e insicura. Le sue presentazioni e introduzioni ad eventi religiosi e culturali svolti negli anni della sua presenza, mi ricordavano i giudizi che i suoi detrattori nel tardo medioevo dedicavano al grande biblista francescano frate Nicolaus De Lyra indicato come il doctor planus atque utilis, il dottore che, sì certo, dice cose utili, ma non ha la stoffa del grande professore.
P. Nicola è vissuto sempre in bilico tra la coscienza dei propri limiti e la consapevolezza che l’ampiezza del mondo, vario e multiforme, scoperta dalla lunga storia del convento, impegnava tutto il suo essere uomo, frate e sacerdote. Ogni sua scelta è stata un atto di fede in Dio e di fiducia negli uomini. La preghiera era il quotidiano ambiente in cui cresceva l’affidamento a Dio, i rapporti si restauravano, si rinsaldava l’ottimismo della vita. Anche nei momenti di grande sofferenza, mai ha visto il male negli altri. È morto col sorriso sulle labbra.