Sala “P. Diomede Scaramuzzi”

Convento di San Matteo-Foto del 2007
Convento di San Matteo-Foto del 2007
Nel 1983 è stato realizzato il restauro della sala dedicata a p. Diomede Scaramuzzi.
Il restauro si è reso necessario non solo per lo stato delle mura, ma soprattutto per l’esigenza di dar significato a un complesso di segni al momento indecifrabili che apparivano in trasparenza sotto gli intonaci.
In effetti sono stati posti in luce alcuni elementi che spiegano in parte la funzione che il locale ha avuto per diversi secoli.
L’opera ha rivelato almeno tre fasi della vita dell’ambiente. Intanto si è capito che la sala è stata costruita, in epoche imprecisate, addossata al primitivo muro esterno del convento. La porta di ingresso della sala, infatti, mostra di essere stata in origine una finestra che dava sul piazzale del convento, come si prova dai segni, debitamente evidenziati, di una soglia fortemente inclinata verso l’esterno con l’ovvia conclusione che il locale fino a un tempo attualmente imprecisabile non esisteva. La seconda fase è evidenziata dalla grande apertura praticata nella volta, in seguito chiusa con blocchi di pietra tufacea. Non si comprendeva la funzione di questa grande apertura fin quando non si scoprì che l’attuale finestra che dà sul piazzale in origine non era una finestra ma una sorta di nicchia semicircolare dove si accendeva il fuoco. Che fosse adibita a focolare era evidente dalla fuliggine ancora visibile. Il tutto sembrava molto simile al Fuoco Comune del convento di Stignano. La sala per lunghi secoli aveva svolto il ruolo di fuoco comune della fraternità, costruito sul modello dei grandi focolari rettangolari, muniti di seditoi in pietra e coperti da un’altissima torre fumaria piramidale che
sporgeva come un monumento molto al di sopra dei tetti delle case dei pastori transumanti.
Tutti i conventi dell’antica provincia osservante di S. Angelo avevano il “fuoco comune”: una saletta col camino dove i frati si riunivano per scaldarsi e rinsaldare i rapporti fraterni. Tuttavia, mentre negli altri conventi, si trattava di un comune caminetto, a S. Matteo, come a Stignano, il camino era di grandi dimensioni costituito dalla stessa sala dove il fuoco era acceso nel bel mezzo del pavimento soverchiato da una grandissima cappa a forma di piramide quadrangolare che sporgeva dal tetto dell’edificio con una torretta finestrata dalla quale usciva il fumo.
Da notare che questi camini monumentali sono stati ereditati dai transumanti.
Infatti sia nel Tavoliere delle Puglie, sia nella zona di Monte Sant’Angelo dove la pastorizia transumante era intensamente praticata, si trovano ancora queste strutture che servivano soprattutto per scaldare il latte in grandi mastelli per produrre le forme di formaggio.
La terza fase è attestata dal fatto che la grande cappa a un certo punto della storia fu chiusa con conci di pietra tufacea quando fu costruito il piano superiore, in epoca precedente il 1760, come risulta dalla data posta sul fastigio del finestrone orientale che si apre alla fine del lungo corridoio ovest-est dell’ultimo piano del convento.
Nella parete settentrionale della sala, dove inizia la curvatura della volta a botte, è stata trovata traccia di una apertura delimitata da mattoni di cui non si sa altro.
Sulle pareti sono stati trovati anche alcuni fori identificati dagli esperti come fori di appoggio delle travi su cui gli antichi costruirono la forma della volta.