
del momento Vincenzo Carafa e il ministro provinciale frate Luigi da Nola. La convenzione fu approvata nel 1578 da papa Gregorio XIII col breve Exigit iniunctum.
sul versante settentrionale del vasto catino in fondo al quale si stende l’abitato di S. Marco in Lamis. L’edificio è l’attuale municipio del paese ed è chiamato ancora Palazzo Badiale. Il vecchio monastero fu abbandonato a sé stesso.
Francesco Gonzaga nella sua opera , stampata nel De Origine Seraphicae Religionis1587, dice che l’abate commendatario, Vincenzo Carafa, chiamò i Frati Minori come custodi del monastero ne hoc sacrum monasterium … in Gargani montis solitudine aedificatum ,…derelictum, aliquando tandem collaberetur.
La preoccupazione di Gregorio XIII di veder chiesa e convento minacciati da crolli e la constatazione che il culto divino diu neglectum fuisse, insieme all’attivismo dell’abate commendatario Vincenzo Carafa nel cercare nuovi conduttori della chiesa e del monastero, non furono, quindi, causati solo dalla necessità di salvare un edificio storico, che, dopo l’abbandono del commendatario, non aveva più una specifica funzione istituzionale in rapporto al grande territorio amministrato dall’Ente “San Giovanni in Lamis”. Si avverte dall’insieme delle testimonianze
che l’abbandono dell’edificio monastico aveva provocato disagio in un notevole numero di fedeli che rischiavano di essere privati di un importante punto di aggregazione religiosa.
Nella lunga storia del monastero, è la prima volta che un documento accenna a un suo ruolo eminentemente religioso, il quale, anche se i documenti non lo dicono apertamente, doveva essere vasto e popolare. L’interesse religioso della popolazione, inoltre, era fortemente caratterizzato dalla devozione all’apostolo ed evangelista S. Matteo, un santo di cui nessuno dei documenti conosciuti dell’abazia di S. Giovanni in Lamis ha mai fatto cenno. Era quindi una devozione di nuovo conio, anche se già consolidata.
Francesco Gonzaga nota che la devozione alla reliquia di S. Matteo ha provocato un afflusso di pellegrini talmente vasto e variegato che molti confondono il nome proprio dell’abbazia, “S. Giovanni in Lamis”, con quello del santo di cui sono devoti, e la chiamano tranquillamente “S. Matteo”.
Quod haud dubie in causa est, ut sacra haec aedes, modo divo Ioanni, modo vero B. Matthaeo, cuius etiam digitus in sacrario diligentissime asservatur, pro cuiusque arbitrio, dicetur, consecreturque.


Fino alla fine del sec. XVI i frati ebbero vita grama. In una Relatio ad Limina Apostolorum dell’arcivescovo di Siponto del 1595, il card. Domenico Ginnasio dice che i frati di San Giovanni in Lamis conducono vita pauperrima, e che nell’abitato di S. Marco in Lamis non è possibile celebrare neppure la messa festiva per mancanza di risorse minime.
Nei primi decenni del nuovo secolo le possibilità economiche migliorarono e i frati iniziarono un poderoso programma edilizio che interessò i sec. XVII e XVIII, una parte del sec. XIX, tutto il sec. XX e il XXI. Le date più importanti sono: 1634, 1676, 1760, 1838, 1926.
Un accenno indiretto alle prime modifiche si deduce da una raccolta di atti ufficiali riguardanti la famiglia osservante emanati dal governo generale dell’Ordine dei Frati Minori e della Santa Sede: il 1 settembre 1634 a Roma la Congregazione dei Religiosi concedeva il suo placet per l’erezione di ben due case di noviziato della Provincia Osservante di S. Angelo nei due conventi di S. Maria di Stignano e di S. Matteo, ambedue a San Marco in Lamis.
il dormitorio con grande probabilità era costituito dalla fila di camere, munite di largo corridoio, costruite sul lato occidentale, ultimo piano.
La seconda data è nota per un graffito tracciato su uno degli stalli del coro venuto alla luce durante i lavori di restauro eseguiti tra il 1987 e il 1989: Anno Domini 1676 frater Angelus a Macchiagodena XI Augusti. La data graffita segna con sicurezza il termine ad quem della costruzione del coro, l’ultimo di una nutrita serie di lavori, iniziati nella seconda metà del sec. XVII,
che ebbero come obiettivo il radicale ripensamento della chiesa.
La rimozione del coro ha messo in luce il primitivo ingresso della chiesa, un grande portale che s’apriva nell’estremità orientale della chiesa su cui era stato eretto il coro ligneo. I successivi lavori di restauro eseguiti dal 1998 al 2000 portarono alla scoperta dello spigolo meridionale della facciata visibile sia nel corridoio d’ingresso del convento, subito dopo il negozio dei souvenirs, sia dal porticato interno che si apre nel chiostro conventuale. Una parte del corpo della facciata, munita di un oculo, è visibile dal lucernario posto all’interno del convento.
I lavori chiusi nel 1676 mutarono radicalmente l’assetto della chiesa e del convento.
La chiesa ebbe una rotazione di 180 gradi. A oriente fu collocato l’altare e il coro. L’ingresso fu costruito ex novo sul lato occidentale del convento, che si apre sull’ampia valle dello Starale in fondo alla quale si adagia la città di San Marco in Lamis, con una monumentale scalinata che, partendo dal grande portale medievale sito nel lato occidentale dell’edificio, avvolgeva il vicino spigolo del convento e proseguiva lungo la facciata occidentale fino a un breve ballatoio su cui si apriva una porticina per l’ingresso in chiesa.
Dieci anni dopo la fine dei lavori, nel 1686, un francescano umbro, p. Agostino Mattielli, venuto nella nostra provincia religiosa come Visitatore Generale, tracciò nelle sue note di viaggio quel che potremmo definire un bilancio dell’attività edilizia svolta a S. Matteo in tutto il secolo XVII6. Dice che la chiesa è stata ristrutturata dai frati i quali l’hanno munita di bella volta e di una scala esterna per consentire l’ingresso ai fedeli. L’arredo è costituito da un altare maggiore in legno intagliato e dorato, un organo, tre altarini laterali e il coro di noce che il Mattielli definisce “bellissimo”. Il convento si presenta già con tutte le caratteristiche e buona parte dei volumi che conserverà sostanzialmente fino ai nostri giorni. Dal piano del cortile, cioè del chiostro, si ascende al piano superiore dove ci sono due dormitori con molte stanze e dieci celle per i novizi. I piani inferiori ospitano le officine. Il convento è dotato anche di un mulino a trazione animale, quattro cisterne e una neviera. All’esterno vi sono anche diversi recinti per gli animali.
Probabilmente durante il sec. XVII fu realizzata una sequenza di camere sulle strutture modificate della sacrestia nel lato settentrionale del convento. Questo reparto fu adibito fino ai primi decenni del sec. XX a ospizio per i pellegrini diretti alla Grotta di S. Michele a Monte Sant’Angelo.
Negli ultimi anni del sec. XVII la chiesa subì ulteriori profondi mutamenti. Tra il 1692 e il 1719 furono eretti i quattro altarini laterali in pietra di Monte, il primo dei quali, dedicato a S. Antonio di Padova, chiuse il grande portale di comunicazione tra la chiesa e la sacrestia, mentre l’ultimo, del 1719, dedicato a S. Giovanni Battista, chiuse a sua volta l’entrata gotica che metteva in comunicazione la chiesa con il chiostro del convento.
Durante il sec. XVIII fu sostituito l’altare maggiore in legno intagliato, di cui parlava il Mattielli, con quello in marmi policromi in uso tuttora.
Nel sec. XVIII fu completato l’ultimo piano del convento che da quel momento assunse la forma quadrangolare che lo caratterizza oggi. Tanto sembra potersi dedurre dalla data posta sul finestrone che dall’ultimo piano si apre sul piazzale allo spigolo sud-orientale del convento: 1760. Probabilmente a quest’epoca risale la costruzione del bel loggiato porticato addossato al lato settentrionale del chiostro per una comunicazione rapida tra l’ala orientale e quella occidentale del convento.
Secondo la testimonianza del Fraccacreta, nella grande roccia intorno a cui è stata costruita l’abbazia, fu scavata la cisterna del chiostro. La sommità della roccia è tuttora visibile nel corridoio d’ingresso al convento.
I lavori di ristrutturazione del convento proseguirono anche nell’intervallo fra le due soppressioni ottocentesche. Dai decreti del ministro Generale dell’Ordine, Fr. Bernardino da Montefranco venuto nel 1859 per la visita canonica dei conventi della provincia francescana di S. Angelo, si deduce che buona parte degli ambienti dell’ultimo piano erano ancora costituiti da cameroni adibiti a dormitori.
La famiglia conventuale, infatti, già numerosa agli inizi del sec. XIX, con la soppressione murattiana, era ulteriormente cresciuta essendo S. Matteo identificato come convento di concentramento dei molti frati cacciati dalle loro sedi. I trenta frati presenti nel 1806 erano cresciuti a oltre sessanta. Finito il periodo della soppressione, S. Matteo era stato adibito a casa di studio; inoltre, era attivo il lanificio con circa quaranta frati addetti, fra tecnici, operai, frati questuanti e amministratori.
La seconda fase dei lavori riguardanti la chiesa porta la data del 1838. I profondi cambiamenti chiusi nel 1676 avevano conferito monumentalità al convento, ma non avevano risolto tutti i problemi riguardanti l’accesso dei fedeli i quali, arrivati sul piazzale, erano obbligati a costeggiare l’intero lato settentrionale del convento battuto d’inverno da gelidi venti, e salire la scalinata della chiesa resa spesso impraticabile dall’accumulo di neve e di ghiaccio. Era necessario un ingresso visibile, immediato, di facile accesso e che fosse adeguato alle necessità dei pellegrini.
Si decise di aprire l’ingresso del convento dal piazzale. Si costruì una bella scalinata che terminava in un’ampia piazzola munita di seditoio, che fino al 1968 si estendeva lungo i quattro lati, simile allo scomparso sagrato semicircolare costruito dinanzi alla chiesa di Stignano. La scelta fu motivata dalla necessità di dare alle numerose comitive di pellegrini che venivano a piedi dall’Abruzzo e dal Molise, un primo riposo dopo il faticoso tratto di strada da Stignano a S. Matteo.
Sulla piazzola fu aperto un grande portale che immetteva nel corridoio settentrionale del chiostro in fondo al quale si apriva la porta interna della chiesa.
Il nuovo ingresso, aperto nel 1838, ha avuto anche la funzione di conferire maggiore ordine e sistematicità agli spazi conventuali distinguendo nettamente i reparti destinati alla vita individuale, posti all’ultimo piano dell’edificio, dagli ambienti dedicati alla vita della fraternità, la chiesa, la sacrestia, il refettorio, siti tutti al primo piano, e da quelli adibiti alle attività lavorative, come il lanificio, i magazzini, gli ovili, le stalle dei cavalli, tutti posti al piano terra.