Convento di s. Matteo a S. Marco in Lamis
Convento di s. Matteo a S. Marco in Lamis
Si cominciò, detto in termini moderni, con la riqualificazione dell’ambiente montano. Agli inizi del sec. XX sembrava che sul Gargano non ci fosse più nulla da distruggere. Nel 1907 il milanese Antonio Beltramelli pubblicò una bella monografia sul Gargano. Il capitolo iniziale si apriva con una fotografia del convento di S. Matteo. Il suo poderoso profilo spicca in un paesaggio arido e desertico.
Le alture che lo circondano sono avvolte da un manto roccioso calcinato dal sole. Alcuni decenni dopo l’Enciclopedia Treccani alla voce Gargano proponeva una foto della valle dello Starale altrettanto arida, nuda e desolata con una sola macchia verde: il boschetto dei frati, unica reliquia dopo un lungo periodo di sfruttamento e di cesinazione a cui alla fine del sec. XVIII Michelangelo Manicone, aveva dedicato pagine preoccupate. Durante la seconda guerra mondiale anche il vicino bosco Difesa di S. Matteo era stato distrutto dal passaggio di soldati tedeschi e americani. Nel 1949 non era più quella cattedrale di colonne alte e possenti, dall’aura misteriosa e piena di voci che aveva riempito la mia fantasia di bimbo ogni volta che i miei nonni me lo facevano attraversare diretti alle Chiancate dove avevano un po’ di terreno coltivabile e alcune greggi di pecore.
Così si presentavano ancora verso il 1949 i dintorni del convento. P. Gerardo prese atto che l’immagine pubblicata nell’Enciclopedia Treccani documentava l’azione religiosa svolta nei secoli dai frati di S. Matteo, che implicava anche un rapporto di amore sollecito e intelligente con la nostra Madre Terra e che fosse necessario riprendere in termini moderni questo rapporto.
Nella primavera del 1949 a cura del Corpo Forestale dello Stato erano state aperte diverse centinaia di fossette in cui sarebbero state accolte le nuove piante.
I lavori di piantagione delle iniziali 500 conifere nel territorio di proprietà del convento iniziò nel mese di ottobre. P. Gerardo soprintendeva personalmente e, insieme, aveva continui contatti con i comandanti dei forestali e con gli operai divenuti buoni amici dei frati. Finita questa campagna p. Gerardo continuò l’opera di rimboschimento, sempre con la sorveglianza della Forestale, anche negli anni seguenti. Nel chiostro del convento aveva disposto una notevole quantità di vasi di terracotta in cui crescevano le piantine che poi venivano messe a dimora
in autunno inoltrato. Quando, a ottobre del 1953, finito il noviziato, arrivai a S. Matteo, p. Gerardo continuava ancora a piantare e innaffiare personalmente gli alberelli, i giovani frati studenti lo aiutavano.
Durante l’inverno del 1950 si proseguì nell’opera di rimboschimento curata dal Corpo Forestale dello Stato con l’incoraggiamento di p. Gerardo, il quale seguiva anche le pratiche per i finanziamenti statali per la tettoia.
A gennaio arrivò la notizia che i finanziamenti erano stati stanziati e che era stata anche espletata la gara di appalto vinta da Antonio Bonfitto, imprenditore di San Marco in Lamis.
Consorzio di Bonifica Montana
Nel 1955 a San Matteo ci fu la visita del Ministro dell’Agricoltura prof. Giuseppe Medici e una grande assemblea riunita nel refettorio del convento. Partecipavano i sindaci garganici, politici e amministratori vari, insieme alla fraternità per l’inaugurazione del Consorzio di Bonifica Montana, voluto dalle amministrazioni dei comuni garganici il cui iter era stato condotto, in tutte le sue traversie politico-burocratiche da p. Gerardo Di Lorenzo, Assistente della Comunità Braccianti di San Marco (Agenda p. Gerardo 1954 e 1955).
P. Gerardo e il convento di Stignano
Convento di s. Matteo a S. Marco in Lamis
Convento di s. Matteo a S. Marco in Lamis
Fino al 1953 il convento di Santa Maria di Stignano era un rudere abitato da pecore e capre. Nel 1915 i frati della famiglia francescana di Stignano furono richiamati per partecipare come soldati alla guerra contro l’Austria. Il convento fu chiuso definitivamente. La chiesa continuò a funzionare a intermittenza nei mesi primaverili per la celebrazione dei “Sabati” in preparazione della festa della Madonna di Stignano, cara a tutta la popolazione di San Marco e, soprattutto, agli agricoltori. Il convento rimase abbandonato a sé stesso. Il tetto cadde a pezzi e il piano superiore fu del tutto inutilizzabile. Il piano terra fu occupato dai pastori del posto e invaso da greggi di pecore e capre. I due chiostri servirono per il ricovero all’aperto delle greggi. Nel periodo invernale pecore e capre dormivano nel refettorio e nelle altre sale. La festa della Madonna, alla metà di maggio, era celebrata da gran folla e dagli agricoltori. Nei chiostri e dappertutto si camminava su un strato di letame alto molti centimetri. I ragazzi penetravano dappertutto, nei locali del piano inferiore una volta tanto sgombra delle pecore, e soprattutto
sulla terrazza con grave pericolo di crolli. Il gioco preferito dai ragazzi erano le cuspidi acuminate delle agavi che crescevano numerose nel giardino, utilizzate per pungere a distanza di sicurezza il didietro dei compagni e … di qualche malcapitata signora. La giornata si chiudeva col Palio: due corse sulla pubblica strada, quella dei cavalli e quella degli asini. I vincitori erano premiati con fastosi tagli di stoffa pregiata.
I servizi religiosi nei sabati di Stignano e nella festa erano svolti dai frati di S. Matteo che si recavano sul posto col calesse.
Questa situazione interpellò a lungo p. Gerardo.
Nel 1953 col favore della famiglia Centola, proprietaria del convento, cominciò a frequentarlo più assiduamente e, con l’aiuto di amici, a rimettere un po’ di ordine e a progettare. Il problema più urgente erano le pecore e le capre. I pastori non ne volevano sapere. P. Gerardo, nonostante le opposizioni spesso condite da serie minacce, non cessò di sperare. Dotato di grande afflato umano, non smise mai la sua familiarità con i pastori. Poi la cosa fu risolta. Per consentirgli di recarsi spesso a Stignano, gli fu donato un “Galletto”, ciclomotore antenato delle Vespe e delle Lambrette.
Restava aperta la questione della proprietà del convento. I colloqui che, con l’avallo del ministro provinciale e del definitorio della provincia religiosa, p. Gerardo aveva con la famiglia Centola giunsero a buon punto con la donazione del convento e del giardino a favore della provincia religiosa con l’unica condizione che i frati non abbandonassero il convento e curassero il culto per la Vergine Madre Signora della Valle di Stignano.