S. Matteo nel sistema santuariale di San Michele sul Gargano

Convento di San Matteo-Foto del 2005
Convento di San Matteo-Foto del 2005
I pellegrini classici provengono in maggioranza dall’Abruzzo, dal Molise, dal Subappennino Dauno, dall’Irpinia, dal Napoletano, da alcune zone del salernitano e del Lazio, dalla Basilicata, dal resto della Puglia. Sono i più antichi, che frequentano il santuario da quando era un’abbazia benedettina, diretti alla grotta dell’arcangelo Michele a Monte Sant’Angelo.
Fino al 1970 la frequenza di queste comitive era di tipo stagionale, limitata ai mesi di maggio e di settembre. Dopo il 1970 si è notato che il loro passaggio si protraeva alla metà di giugno. In seguito con l’emigrazione di molte famiglie all’estero e nelle altre regioni d’Italia, spesso i pellegrinaggi sono organizzati durante l’estate quando gli emigrati tornano ai paesi d’origine.
Questi pellegrini sono legati al Gargano secondo rituali secolari che pongono in unica catena i santuari di Santa Maria di Stignano, San Matteo, la Grotta di S. Michele a Monte Sant’Angelo, S. Maria di Pulsano, S. Leonardo a Manfredonia, l’Incoronata di Foggia. La loro destinazione è la grotta dell’Arcangelo; alcune comitive dell’Abruzzo hanno come santuario finale S. Nicola di Bari.
Per questi il santuario di San Matteo è una tappa intermedia di preparazione. I servizi religiosi e logistici da offrir loro devono tener conto del diverso rapporto dei pellegrini con i singoli santuari, per cui, mentre a Monte Sant’Angelo si deve gestire una tappa di almeno un giorno intero e, spesso, di una notte, a San Matteo questa tappa si riduce a un tempo abitualmente più limitato.
Una delle particolarità di questi pellegrinaggi è la forte coesione interna perché nascono sempre all’interno di un gruppo stabile che può essere una confraternita, un’associazione, una parrocchia. Il pellegrinaggio, chiamato anche la “compagnia”, non è mai frutto di una idea estemporanea che si esaurisce in una sola occasione; è una comunità in cammino; spesso è l’espressione di una intera comunità cittadina, come il pellegrinaggio di maggio che parte da San Marco in Lamis diretto alla grotta di S. Michele. Il pellegrinaggio è programmato in rapporto alle esigenze spirituali e lavorative della comunità.
Non è quindi un momento religioso isolato, ma facente parte dell’ordinarietà della vita della comunità e vissuto con la medesima continuità dedicata agli altri aspetti della vita. Emile Bertaux, grande storico dell’arte, nelle sue peregrinazioni per l’Italia Meridionale nota che

Il contadino d’Abruzzo o di Puglia divide l’anno in due parti disuguali: una per i lavori che procurano il pane quotidiano, l’altra per i pellegrinaggi che devono procurare il Cielo. … Per il contadino, il pellegrinaggio non è uno straordinario dovere di pietà, ma un atto periodico della vita, diventato necessario quanto il lavoro di ogni giorno. Esiste per il pio viaggio un tempo stabilito, come per particolari lavori di campagna. Tra i luoghi di culto, cui le folle di contadini si dirigono, non ce n’è uno solo di recente fama. Tutti sono oggetto di culto da centinaia di anni. … L’itinerario del grande pellegrinaggio di maggio è così fissato per i gruppi più numerosi, che scendono dal Molise e dall’Abruzzo: prima i santuari del Gargano, cioè, oltre la celebre basilica di Monte Sant’Angelo, l’antico eremitaggio di Pulsano, sulla cresta del promontorio, di fronte alle lagune di Salpi, e il convento di San Matteo, vicino San Marco in Lamis; nella pianura di Capitanata, l’Incoronata, presso il fiume Cervaro, una cappella tra ciuffi d’alberi, dove si venera un’icona cento volte ridipinta, scoperta da un cacciatore su una quercia dell’immensa foresta che si stendeva un tempo intorno a Foggia; poi i pellegrini tornano sulla costa e la seguono fino a Bari.

Il brano citato fa parte del lungo saggio Sur le chemins des pèlerins et des mign[r]ans pubblicato dal Bertaux nella rivista Revue des deux mondes.