Convento di San Matteo-Foto del 2011
Convento di San Matteo-Foto  del 2011
Nella convenzione tra l’abate commendatario Vincenzo Carafa e il provinciale dell’epoca non si fa alcun cenno alle offerte che i frati potevano ricevere nell’esercizio delle loro competenze religiose, né alle questue, né alle offerte dei pellegrini.
Visto quanto accadeva nell’abazia dell’Incoronata di Foggia, anch’essa affidata alla famiglia Carafa, dobbiamo pensare che il silenzio sulle offerte date al santuario sia frutto di un accordo verbale tra l’abate commendatario e il p. provinciale.
Probabilmente questo silenzio fu originato anche da una qualche errata valutazione da parte dell’abate commendatario delle capacità creative dei frati.
Il mutamento radicale dell’economia conventuale di S. Matteo, emerso nel terzo decennio del sec. XVII in occasione della ricordata istituzione del Noviziato della Provincia Francescana, e consolidato e ingrandito nei cinquant’anni seguenti, era dovuto, anche secondo la relazione del p. Agostino Mattielli, al privilegiato rapporto che i frati di S. Matteo avevano instaurato con i transumanti.
L’esposto dei “Frati Montagnoli” alla Real Camera di S. Chiara del 24 aprile 1775, dice che l’abbondanza economica del convento di S. Matteo

ha il suo principio dallo scendere i medesimi (le greggi transumanti) dall’Abruzzo nella Puglia piana, destinandosi allora dai rispettivi locati tanto gli agnelli, quanto i polledri, ed animali vaccini, che per loro devozione danno in oblazione a quel convento, che porta il principale peso di quella mendicante Provincia.

Melius deficere quam abundare, le disavventure di un convento ricco

Convento di San Matteo-Foto del 2009
Convento di San Matteo-Foto  del 2009
Il principale peso, di cui nell’esposto, era costituito dall’obbligo, per il convento di S. Matteo, di pagare le spese per gli studenti, di coprire le spese straordinarie della provincia, molto spesso anche le ordinarie, i viaggi del padre provinciale e dei magnati e contribuire alla sicurezza economica de conventi poveri. La lana data dai transumanti veniva venduta e il denaro guadagnato serviva come contributo alle rilevanti spese, circa 2.000 ducati ogni anno, per comprare la stoffa degli abiti di tutti i frati della provincia che il convento di S. Matteo era obbligato a provvedere. Quest’obbligo, evidentemente consolidato da diversi decenni, era stato sanzionato dal capitolo provinciale del 17 maggio 1733, in ottemperanza di una precedente disposizione di cui non si sa nulla oltre all’esistenza.
Nella provincia francescana di Sant’Angelo non c’erano altri conventi con la medesima capacità di gestire tanti e così variegati interessi religiosi, sviluppati in aree geografiche anche lontane, che a loro volta si traducevano in rilevanti benefici economici per i frati.
Convento di San Matteo-Foto del 2009
Convento di San Matteo-Foto  del 2009
La conseguenza fu che il convento, benché posto nel bel mezzo del Gargano, lontano dalle grandi città, privo di adeguate vie di comunicazione, immerso nei boschi, in mezzo a contadini, pastori e cani arrabbiati, diventò un punto di riferimento per l’economia di tutta la provincia monastica. Divenne il collettore di risorse da cui la provincia religiosa attingeva senza alcuna preoccupazione.
In più il convento, per propria libera (sic!) decisione, offriva al “Provinciale e alla sua corte” delle prestazioni in occasione di feste e festicciole: a Natale al provinciale, agli ex provinciali, ai lettori giubilati e al custode toccavano 12 libbre di torrone per ciascuno oppure 24 carlini; ai definitori libbre 6 oppure 12 carlini; allo scrivano libbre 4 oppure 8 carlini. A carnevale i suddetti ricevevano “mezzo porco per ciascuno e un poco di salsiccia”. A Pasqua a tutti venivano “regalati“ un paio di galline, un paio di caciocavalli, una pezzotta di formaggio, ed uova a piacere”.
L’abbondanza di beni, come ricorda anche il Vangelo, spesso è causa di disagi essendo cosa nota che ”dove ci sono i cadaveri si affollano gli avvoltoi”.
Da ricordare che la cordiale allegria con cui il padre guardiano di S. Matteo regalava libbre di torrone, carlini, galline e caciocavalli a destra e a manca era già stata registrata nel 1310 quando il convento era ancora “Abbazia di San Giovanni in Lamis”. In quell’epoca, regnante papa Clemente V, l’economia della chiesa era al verde: bisognava ripianare le colossali somme spese per il trasferimento della curia papale da Roma ad Avignone, provvedere alla necessità sempre incombente di sostenere l’eterna guerra contro i Turchi ecc. il papa ebbe la bella idea di imporre una ulteriore decima sui beni delle diocesi, enti ecclesiastici di ogni tipo, titolari di benefici ecc. affidandone l’esecuzione a due personaggi che il monastero di S. Giovanni in Lamis conosceva benissimo: Bernardo Gui e Guglielmo di Balaeto. Uno di questi due si trova anche nel Il nome della Rosa di Umberto Eco. La coppia visitò tutte le diocesi del Regno di Napoli trovando dappertutto accoglienza cordiale e generosa. Tutti s’impegnarono di conferire clariter et devote non una, ma due decime dei loro proventi. Il monastero di S. Giovanni in Lamis nel 1310, poiché valeva 250 once (d’oro) ne sborsò 25. Nel 1325, poiché era stato dato in commenda al card. Matteo Orsini, arcivescovo di Manfredonia, don Matteo, vicario dell’arcivescovo, pagò per S. Giovanni in Lamis la somma di 12 once: tutto clariter et devote.
Ma queste, nel sec. XVIII come nel XIV, non erano affatto amenità che facevano ridere. Il padre guardiano di S. Matteo a Natale, Pasqua e carnevale entrava in crisi.
Ma p. Doroteo nel suo pamphlet rimasto dattiloscritto Il convento di S. Matteo tra due vicari: commedia a metà non dice tutto. Il suo amore per l’abito lo induce ad essere pudico, sobrio nel parlare e, anche quando narra fatti inenarrabili, li dice come se volesse fermarsi alla battuta, alla barzelletta. Non dice della crescita esponenziale degli scrocconi come si deduce dalla lettura degli atti ufficiali. Non dice che il convento di S. Matteo era in difficoltà per la manutenzione straordinaria, e spesso anche per la ordinaria. Non dice che i programmi finanziari della provincia, tutti pagati da S. Matteo, prevedevano una sostanziosa parte dei cespiti da distribuire a diversi conventi. Non dice che il motivo principale per cui i frati molisani, chiamati Montagnoli, si opponevano alla divisione della provincia, attuata il 12 settembre 1776, era il timore che i loro conventi fossero privati degli aiuti economici provenienti dal convento di S. Matteo. Ma le sue ricerche archivistiche non gli lasciarono scampo. Si costrinse a raccontare i fattacci con uno scritto fantasma, dattilografato, in poche copie e per pochi intimi: Il convento di S. Matteo tra due vicari. Commedia a metà. 1990. Era una Commedia, ma da ridere c’era poco.
Convento di San Matteo-Foto del 2009
Convento di San Matteo-Foto  del 2009
Nel 1772 era vicario provinciale p. Piercrescenzio Trotta da Monte Sant’Angelo.
Una serie di padri provinciali morti a breve distanza l’uno dall’altro aveva favorito la sua ascesa ai vertici della provincia monastica. Anche se sulla carta non lo era, di fatto si comportava da provinciale, anche perché, dopo la morte dell’ultimo ministro provinciale, non ne era stato eletto il successore. Il p. Piercrescenzio era di stanza a S. Matteo, il cui guardiano era p. Gregorio da Sansevero. La permanenza del p. Piercrescenzio a S. Matteo aveva uno scopo ben preciso: assicurare all’amministrazione della provincia monastica l’intero introito del convento.
Convento di San Matteo-Foto del 2009
Convento di San Matteo-Foto  del 2009
A questo scopo si era accordato con alcuni frati del convento e diversi frati questuanti. Quando questi tornavano dai loro giri li dirottava altrove dove scaricavano dai muli il raccolto della questua. Poi vendeva il grano, le biade, le altre derrate e intascava il denaro senza consegnarlo, come da statuto, al sindaco apostolico, sempre un laico incaricato di conservare il denaro del convento, che in quell’anno era don Deodato La Piccirella di San Marco in Lamis.
A un certo punto il padre guardiano, p. Gregorio da Sansevero, si ribellò, insieme al sindaco apostolico ed alcuni frati di S. Matteo. Tra l’altro minacciò anche di prendersi la reliquia di S. Matteo e portarsela a San Marco, così il santuario non sarebbe stato più visitato dai pellegrini e l’afflusso dei beni sarebbe cessato.
L’abate commendatario, da parte sua, intavolò un colloquio con l’abate di Montevergine tentando di convincerlo a rilevare l’abbazia di S. Giovanni in Lamis.
All’uopo gli inviò la Platea dei possedimenti dell’Abbazia, conservata ancora in quell’archivio monastico.
Per dieci anni i contendenti si inseguirono con ricorsi, libelli, coinvolgimento di diverse e contrastanti istituzioni ed autorità: dal sindaco di San Marco in Lamis alla Dogana delle Pecore, al Re di Napoli alla Santa Sede ecc. ecc. Il p. Piercrescenzio esibiva relazioni fantasiose e bilanci truffaldini, ma era sempre in sella e più baldanzoso che mai. E, finalmente, nel 1782 fu definitivamente sconfitto.
Morì, nonostante tutto, nel convento di S. Matteo, e gli fecero un funerale solenne.
Per molti decenni il convento di S. Matteo continuò a fornire denaro per i bisogni della provincia religiosa. Una relazione del 1868 del padre provinciale p. Ludovico Barbaro affermava che il convento per antica decisione del governo della provincia forniva a tutti i frati, oltre 200, il panno per gli abiti spendendo ogni due anni la somma di 2.000 ducati. Si aggiungevano le spese straordinarie come i 1800 ducati pagati agli avvocati Gianbattista Collotti e Ippolito Caputo patrocinatori nel 1776 della causa della divisione della provincia presso la Santa Sede e la Reale Corte dei S. Chiara.