Il convento di s. Matteo a San Marco in Lamis nei primi del secolo XX
Il convento di s. Matteo a San Marco in Lamis nei primi del secolo XX
Il convento di S. Matteo visto da lontano è un edificio raccolto e possente, ben strutturato, che poggia le sue millenarie fondamenta sulle rosse rocce del versante occidentale di Monte Celano. La sua vetusta imponenza ha dato la stura a gustose leggende: nato come tempio di Calcante e Podalirio, nel tempo divenne castello e in seguito, nel 567, monastero.
Da vicino mostra tutto il tormento di una storia fatta di accrescimenti e variazioni.
Nato dai benedettini in un anno imprecisato degli ultimi secoli del primo millennio col nome di S. Giovanni in Lamis, all’inizio del secondo millennio era una realtà religiosa importante, con un notevole numero di monaci, un vasto feudo da amministrare e un apprezzabile credito presso papi e re.
Nel XIII secolo il monastero di S. Giovanni in Lamis entrò in grave crisi per la diminuzione dei monaci, la crescente difficoltà a condurre il grande territorio feudale, la scarsa disponibilità delle risorse economiche e il basso livello della disciplina monastica. Il papa Clemente V fu indotto a privare il monastero garganico della sua indipendenza e aggregarlo, tamquam filia, alla casa cistercense di Santa Maria di Casanova in diocesi di Penne. Il passaggio delle consegne avvenne nel 1311. Ma le cose non andarono meglio per cui nel 1327 il papa Giovanni XXII nominò il card. Matteo Orsini, arcivescovo di Manfredonia, primo abate commendatario con l’incarico di amministrare il patrimonio dell’abbazia e il vastissimo territorio feudale ad essa affidato.
Nel sec. XV si perdono le tracce dei cistercensi e nel 1578 il papa Gregorio XIII lo diede in custodia ai Frati Minori Osservanti della Provincia di S. Angelo in Puglia.
In tutta la sua storia, attraverso il succedersi delle varie famiglie religiose, fatta eccezione per il periodo della soppressione post unitaria dal 1866 al 1905, il monastero, diventato convento di S. Matteo, ha usufruito di sostanziale continuità di presenza religiosa, dai benedettini ai cistercensi ai francescani.
La successione delle famiglie religiose ha comportato un continuo ripensamento dell’edificio conventuale senza soluzione di continuità fino ai nostri giorni.
Quel che oggi appare è un groviglio di linee e di strati difficili da decifrare. Ogni linea e ogni segno rimanda a linee e segni precedenti fino ad arrivare a strutture che sembrano essere le più antiche oggi visibili, le quali, costruite con materiale di riuso, rimandano, a loro volta, ad altre strutture oggi non più esistenti, o a resti seppelliti nelle viscere dell’edificio, di cui forse nessuno saprà mai nulla.
Il convento di s. Matteo a San Marco in Lamis
Il convento di s. Matteo  a San Marco in  Lamis
Conseguenza necessaria del succedersi delle famiglie religiose è il diverso rapportarsi delle strutture conventuali alle mutevoli necessità e caratteristiche della vita interna delle comunità religiose, delle popolazioni locali e, soprattutto, di quegli elementi fondanti del nostro paesaggio religioso che sono i pellegrini e itransumanti verso cui il complesso monastico ha svolto nei secoli un importante ruolo di servizio. Altro elemento da considerare è la particolare attività lavorativa prevalente delle generazioni di Frati Minori che si sono succedute.
La mancanza di documentazione non consente per il momento di dare corpo alla lunga storia dell’edificio che si intuisce in tutta la sua complessità. I reperti materiali relativi ai periodi benedettino e cistercense ritrovati nelle campagne di restauro, a cui il convento è stato soggetto dal 1975 in poi, non sono ancora suscettibili di una lettura che abbia una qualsiasi sistematicità e restano, quindi, oggetti sostanzialmente isolati e quindi illeggibili.
Per il periodo francescano è disponibile una limitata ma interessante documentazione scritta insieme a una notevole quantità di segni evidenziati dai restauri effettuati che documentano alcune importanti variazioni e accrescimenti dell’edificio.
L’edificio ha forma di cubo irregolare posto su uno sprone roccioso che, protendendosi dalle pendici di Monte Celano ben dentro la Valle dello Starale, dà origine al profondo canalone della Fajarama a nord e alla Valle della Difesa ad est. Il lato orientale dell’edificio, caratterizzato da un pian terreno e da due rialzati, è dominato dalla scalinata d’ingresso e relativa piazzola su cui si apre il portone in bell’arco di pietra con lo stemma francescano e la data 1838.
L’abbandono del monastero da parte dei cistercensi provocò l’inarrestabile degrado dell’edificio che indusse l’Abate Commendatario Vincenzo Carafa a chiedere ai Frati Minori Osservanti della Provincia di Sant’Angelo di assumere il gubernium dell’antica abbazia.