Convento di San Matteo a S. Marco in Lamis
Convento di San Matteo a S. Marco in Lamis
L’11 febbraio 1971 la commissione di arte sacra della provincia monastica fa un sopralluogo nella nostra chiesa per decidere sulla rimozione degli altari laterali i quali “ingombrano”. Si è saputo, poi, che tale rimozione era stata già decisa da qualche mese.
Iniziava, così, un po’ dappertutto una pratica distruttiva derivante da una interpretazione arbitraria e distorta di quanto il Concilio Vaticano II, nella costituzione sulla sacra liturgia Sacrosanctum Concilium suggeriva per favorire la partecipazione più attiva dei fedeli alla celebrazione della S. Messa. In tutti i casi la costituzione non accennava a una qualsiasi variazione strutturale delle chiese.
Concilio o non concilio, quella di ristrutturare gli edifici storici, e in particolare le chiese, adattandole ai propri momentanei interessi era pratica consolidata da tempi immemorabili. Il 5 agosto del 1958, ben prima dell’inizio del Concilio Vaticano II, nella chiesa di Gesù e Maria in Foggia furono rimossi alcuni altari laterali non confacenti con la “nobiltà della chiesa”: furono conservati gli altarini in marmo scolpito, più adatti ad esibire “la nobiltà della chiesa”. Anche a S. Matteo questa pratica era considerata del tutto normale. La parete interna della prima aula della sacrestia mostra una successione di porte chiuse, indicativa di un costume antico di secoli. Una di queste, che si apriva direttamente sul presbiterio, fu chiusa nel 1944 per far posto alla nicchia in cui è esposta la statua del Sacro Cuore. Per accedere in chiesa fu aperta l’attuale porta della sacrestia.
Per fortuna a S. Matteo la decisione della commissione dell’arte sacra del 16 marzo 1971, insieme alle spinte pseudo conciliari, non ebbe alcun seguito.
L’episodio del 1971 e le prime scoperte di strutture medievali in chiesa fatte nel 1975 spinsero i frati a una seria riflessione sul patrimonio storico del convento e sulle motivazioni che avevano indotto le generazioni passate a munire il convento e la chiesa di manufatti, opere d’arte e strutture varie che nei tempi attuali parevano non aver più un significato.
Si trattava, quindi, di patrimonio storico riguardante tutto il Gargano e buona parte della Puglia Piana da scoprire e valutare nei suoi molteplici aspetti.
Come si presentava nel 1971, la chiesa aveva tutta l’aria di essere stata realizzata non prima del sec. XVII. L’unico oggetto precedente era la statua di S. Matteo, che in quell’ambiente pareva capitata per caso.
Convento di San Matteo-Foto del 2013
Convento di San Matteo-Foto del 2013
Inoltre la chiusura del convento causata dalla soppressione degli ordini religiosi decretata dal nuovo Regno d’Italia nel 1866 aveva obbligato i frati ad abbandonare il convento pieno di opere. L’edificio passò di mano in mano. La rovina fu grande.
Nel 1905, quando ufficialmente tornarono a S. Matteo, i frati si trovarono in un mondo differente e dovettero accontentarsi di quel che trovarono.
Lo storico Matteo Fraccacreta, di San Severo, nel suo Teatro topografico storico-poetico della Capitanata, pubblicato nel 1834, racconta che nella chiesa era presente un Messale e libri co’ caratteri Longobardi o Gotici, un bacile di rame nella Chiesa largo pal. 1, tondo 4, nel cui fondo tra due cerchi concentrici di rilievo leggonsi tre volte queste cifre inesplicabili. … Il bacile di rame di cui parla il Fraccacreta era il tipico piatto da elemosina realizzato nel sec. XVI in Germania abbastanza diffuso in Capitanata, conosciuto dagli studiosi soprattutto grazie agli studi di Giovanni Boraccesi.5 Nel 2017 furono trasferiti dal convento ex francescano di Sepino (CB) al museo di S. Matteo due piatti di elemosina non ancora studiati.
Riferisce anche di una lapide coll’Agnello, e il pallio crociato di S. Giovanni originariamente esposto in chiesa presso il confessionale e poi traslato in convento presso la porta del p. Guardiano. La lapide riportava una scritta con “caratteri gotici, o d’altri barbari”. Dice, poi, della chiesa ampliata nel 1600, dell’altar maggiore e degli altari laterali; quello dedicato a S. Antonio ospitava un bel quadro del cav. Solimena raffigurante il Padre Eterno. La chiesa è dotata di organo collocato sulla porta. Ricorda anche due leoni lapidei di cui uno situato sulla monumentale scala che conduceva in chiesa dal piazzale settentrionale.
Convento di San Matteo-Foto del 2013
Convento di San Matteo-Foto del 2013
Al ritorno dei frati era rimasto solo uno dei due leoni lapidei. Il resto, compresi il messale e gli altri manoscritti co’ caratteri Longobardi o Gotici, era sparito.
Si salvarono la grande tela del refettorio rappresentante l’Ultima Cena, l’Eterno Padre del sammarchese Angelo Maria Villani e una bella raffigurazione di S. Matteo, probabilmente dello stesso autore.
Il resto della chiesa conservava ancora una certa regolarità con gli arredi, i paramenti e la strumentazione liturgica. Le immagini dei santi, probabilmente dipinti, esposte sugli altari laterali erano sparite insieme con i piccoli dipinti posti nei riquadri dei fastigi degli altari laterali. Presenti solo la statua lignea di S. Matteo e quella in pietra di S. Giovanni Battista. Presenti anche un piccolo numero di ex voto dipinti. La chiesa, infatti, anche in assenza dei frati, rimase aperta al culto curata da cappellani nominati dal comune di San Marco in Lamis.
Nel resto del convento arredi e archivio spariti. Della biblioteca si salvarono solo i tre volumi del teologo moralista seicentesco Diana, come risulta dalla nota di appartenenza segnata sui frontespizi. Del convento erano occupati solo i due piani superiori. I due inferiori erano abbandonati a rovi e serpenti.
Il convento, che il Bertaux alla fine del sec. XIX ricorda come un monumentale rudere, conservava l’aspetto raccolto e severo che rievocava tempi remoti, i segni evidenti che lo riconducessero a quei tempi erano pochi: una strana struttura ad angolo retto nel corridoio d’ingresso della biblioteca, un leone di pietra murato nella parete esterna occidentale della chiesa e due frammenti di colonne in granito che per molti anni erano deposte vicino al portone d’ingresso del convento.
L’esigua documentazione conosciuta era costituita solo da qualche ricordo e dai pochi accenni contenuti nel vol. III del Teatro storico-poetico della Capitanata scritto agli inizi del sec. XIX dal Fraccacreta.