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Annali della Fondazione Luigi Einaudi, Torino 1967, pp. 345-362
Lettere di Carlo e Nello Rosselli a Gaetano Salvemini (1925)
A cura di Nicola Tranfaglia

Foto 53
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Gran parte del carteggio tra Gaetano Salvemini e Carlo e Nello Rosselli è andato purtroppo perduto negli anni del fascismo. Chi scrive ha potuto consultare l'archivio Rosselli, pur così ricco di importanti documenti, ma in esso si conserva soltanto un biglietto scritto da Salvemini a Marion Rosselli durante il processo di Savona, in cui lo storico pugliese esprimeva la sua ammirazione per la prova di carattere e di coraggio fornita da Carlo Rosselli in tutta la vicenda, e qualche altra missiva senza importanza. Le lettere che pubblichiamo qui provengono dall'archivio Salvemini a Roma e sono, con ogni probabilità, le sole sopravvissute ai numerosi spostamenti e a tutte le peripezie dello storico nei trent'anni e oltre trascorsi dalla sua partenza per l'esilio alla morte. Ma l'archivio non è stato ancora del tutto ordinato e non si può escludere che altre lettere saranno in seguito ritrovate.
Le quattro lettere, indirizzate da Carlo Rosselli a Salvemini in un periodo che va dal gennaio al novembre 1925, appaiono di straordinaria importanza per ricostruire l'atteggiamento politico e i pensieri di Rosselli tra il “colpo di Stato” del 3 gennaio 1925 e la “fine ingloriosissima” dell'Aventino (come egli stesso la definisce nella lettera del 29 settembre 1925).
Il delitto Matteotti aveva segnato, per Rosselli come per molti altri della sua generazione, una svolta drammatica: il giovane comprese allora che, di fronte allo scontro frontale tra fascismo e antifascismo, non era più possibile restare al di fuori dei partiti, in una posizione essenzialmente critica. “Credo che tra poco entrerò nel Partito Unitario”, scrisse nel luglio '24 a Piero Gobettii, “probabilmente in gruppo con altri amici, tra i quali Salvemini e Jahier. Forse anche Torraca. È un tentativo che si deve fare, tanto più che è venuta l'ora per tutti di assumere il proprio posto di battaglia in seno ai partiti. Solo così, forse, eviteremo il calderone di domani. E solo così sarà possibile, con l'ingresso di nuove forze d'accordo su un minimo comun denominatore, esercitare nell'ambito dei rispettivi partiti quel lavoro positivo di chiarificazione che faciliterà grandemente la soluzione di domani”.
L'Aventino fin dall'inizio non appare a Rosselli la soluzione della crisi. E d'altra parte la divisione del movimento operaio in tre tronconi in continua polemica tra loro non gli fa intravvedere una concreta alternativa alla secessione aventiniana. Rosselli coglie con chiarezza nei suoi scritti del '23 e del '24 i limiti del socialismo turatiano, l'inconsistenza e l'ambiguità delle forze che si autodefiniscono liberali e democratiche, ma nello stesso tempo sottovaluta l'importanza del movimento comunista e ad esso oppone un atteggiamento di rifiuto totale e categorico. Giocano a determinare una simile posizione, da una parte la formazione politica e culturale di Rosselli negli anni decisivi del dopoguerra, dall'altra la linea perseguita, nei primi anni della sua esistenza, dal P. C. d'Italia nei confronti dei socialisti italiani.
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Nasce da tutto ciò il pessimismo profondo che emerge alla lettura non soltanto delle quattro lettere del '25 a Salvemini (non si può dimenticare che tra la prima e le altre tre c'è stato il Non mollare) ma anche di quelle che, tra il delitto Matteotti e il 3 gennaio, Rosselli indirizza alla madre. Il giovane analizza con grande lucidità la situazione politica e i tragici errori delle opposizioni “ufficiali” aventiniane ma, persuaso (non a torto, in quel momento) dell'impossibilità di una politica unitaria delle sinistre, dagli unitari ai comunisti, non può che pensare a un'azione a lunga scadenza, non per la sua ma per “la prossima” generazione. A differenza di Gobetti, ad esempio, il quale nel maggio 1925 scrive sulla Rivoluzione Liberale che “la sola riserva solida di ogni nuova politica futura è il movimento operaio” e che i “giovani che capiscono la situazione, ... hanno il dovere di smetterla con le inconcludenti polemiche contro i comunisti”. Rosselli - più inserito, malgrado tutto, nella tradizione del partito socialista - non coltiva nessuna fiducia e nessuna speranza nel P. C. d'Italia. E, dunque, l'orizzonte si presenta per lui ancora più oscuro.
Appaiono indicative della sua sfiducia sull'Aventino e sull'azione delle opposizioni “ufficiali” due lettere che egli invia alla madre nel settembre e nel novembre 1924. “Ho visto”, scrive nella prima, datata Londra 26 settembre 1924, “immagina con quale piacere, che M.[ussolini] ha ripreso i suoi giri spaventosamente monotoni. Il suo piano evidente è questo: far mostra per due o tre mesi ancora di starsene con l'olivo in mano per disarmare le opposizioni e superare lo scoglio del ritiro delle medesime dai lavori parlamentari, salvo poi riprendere il vecchio gioco a crisi superata. Io almeno non ci cado più, e spero che altrettanto facciano gli oppositori ufficiali”. E nella seconda, scritta da Firenze il 24 novembre successivo: “Le notizie politiche confermano il mio pessimismo, non certo relativo. Non credo, salvo miracoli, a una soluzione sul terreno legale. M.[ussolini] esce da questa discussione diminuito di fronte a tutti e un po' imbavagliato. Ma non c'è da farsi illusioni. Per me l'unico attivo di questa lotta è la fine dell'equivoco Delcroix-Benelli”.
Le lettere a Salvemini sono altrettanto chiare su questo punto. Rosselli non si fa illusioni né sull'Aventino né su Amendola (“fuori dal terreno parlamentare ... è zero”), sottolinea “le concorrenze bottegaie, le incertezze, le pusillanimità dei capi”, saluta quasi con soddisfazione lo scioglimento del Partito Socialista Unitario e la fine della “Giustizia” sperando che così sia possibile rinnovare “quadri, ambienti, idee”. Ma le proposte d'azione che scaturiscono dalle sue lettere - soprattutto dalle ultime tre scritte quando l'insuccesso dell'Aventino è ormai evidente e il regime fascista si va consolidando - non riguardano tanto il presente quanto l'avvenire.
Nell'impossibilità di analizzare in questa sede tutti i disparati motivi presenti nel discorso di Carlo Rosselli e le varie influenze ideologiche che si fanno sentire, qui meglio che altrove, mi limiterò a richiamare l'attenzione del lettore su alcuni aspetti fondamentali del pensiero rosselliano che si ritroveranno poi in Quarto Stato (1926), in Socialismo liberale (1930) e in Giustizia e Libertà.
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Anzitutto, l'insistenza sull'aspetto etico della lotta al fascismo. “Io sento”, scrive a Salvemini il 12 gennaio 1925, subito dopo il colpo di Stato, “che abbiamo da assolvere una grande funzione dando esempi di carattere e di forza morale alla generazione che viene dopo di noi e sulla quale e per la quale dobbiamo lavorare”. È un accento comune ad altri giovani, socialisti e no, della generazione della guerra da cui Rosselli proveniva: da Piero Gobetti a Rodolfo Morandi. Ma nel giovane fiorentino assume connotati mazziniani piuttosto che gentiliani, e in genere idealistici.
Subito dopo, e legata a questo primo aspetto, la concezione dell'élite composta di intellettuali e di politici, “capace ... di costituire la classe dirigente di domani”, di lavorare in profondità per preparare un'alternativa valida al fascismo. Ma una simile élite ha bisogno di un uomo, dotato di grande “autorità morale”, “indipendente dai partiti”, che sia in grado di dirigerla: e, scartato Amendola, Rosselli ritiene che Salvemini sia il capo più adatto a guidare la minoranza antifascista. E qui emerge con estrema chiarezza la debolezza della posizione rosselliana che sottovalutava non soltanto l'azione dei partiti, dei nuovi - come il P. C. d'Italia - e di quelli tradizionali, ma anche il ruolo delle masse.
È notevole, tuttavia, in questo contesto il monito di Rosselli sulla sterilità dell'opposizione all'estero e sulla necessità di proseguire, finché sarà possibile, il lavoro in Italia. Viene in mente il celebre articolo pubblicato da Giustizia e Libertà su I pericoli dell'esilio: in realtà Rosselli, a differenza di altri oppositori del fascismo, avrà sempre chiara la consapevolezza della necessità di non perdere mai il contatto con l'opinione italiana, con chi sperimenta giorno per giorno la dittatura.
In ogni caso, almeno fino a tutto il 1925, è difficile - per Rosselli come per altri antifascisti - rassegnarsi a una sconfitta senza appello. Nell'ottobre, come è testimoniato dalla sua lettera a Salvemini, egli ritiene che sia compito dell'opposizione più decisa impedire la “normalizzazione” del regime, il ritorno di Mussolini al “trasformismo giolittiano” (e in quest'analisi appare evidente l'influenza salveminiana e gobettiana), con tutti i mezzi: non escluso il terrorismo. “Oggi”, scrive il 21 ottobre 1925 a chi considera il suo “più grande maestro di vita”, “un attentato fortunato porterebbe alla follia i fascisti. Avremmo sei mesi di terrore, ma probabilmente dopo si tornerebbe ad un regime possibile”. Si prefigura già in quest'accenno, che su Quarto Stato non sarà sviluppato soltanto a causa della censura prefettizia, la prima fase di Giustizia e Libertà: l'attentato “fortunato”, capace di scuotere l'opinione pubblica e di mettere in pericolo la stabilità del regime.
Infine, il giudizio sul fascismo. Non inganni il lettore l'accenno alla “malattia” italiana che l'opposizione dovrebbe curare: Rosselli, pur nell'incertezza di quel periodo, è orientato a vedere nel fascismo - vicino dunque a Piero Gobetti e a Giustino Fortunato - il risultato delle “organiche deficienze e debolezze del paese”, oltre che degli errori del movimento socialista, piuttosto che l'improvvisa “malattia” o “accidente” che ha colpito l'Italia.
Nicola Tranfaglia.

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