https://www.corriere.it/opinioni/18_novembre_07/nostra-fragile-demo
La nostra fragile democrazia
Giuliano Amato
L’articolo di Giuliano Amato è una introduzione ai Dialoghi sul trend illiberale organizzati a Milano da Reset, la rivista web diretta da Giancarlo Bosetti, insieme alla Fondazione Zampa e all’Università Statale di Milano, dove (Scienze politiche in via del Conservatorio 7) si terranno i seminari e gli incontri pubblici. Il primo di questi, domani pomeriggio alle 18, con Yascha Mounk e Giuliano Amato è dedicato alla “fragilità della democrazia”.
Soltanto ora, forse, riusciamo a capire quanto dobbiamo ai partiti politici, a quello straordinario animale che venne creato tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, capace di un metabolismo che unificava preferenze individuali e di gruppo fortemente diversificate e le riconduceva, attraverso paradigmi ideologici condivisi, a visioni e aspettative comuni.
Anche nel secondo dopoguerra questa macchina funzionava senza incepparsi, sino a quando, da una parte, le ideologie comuni hanno continuato a fare da elemento unificatore e, dall’altra, abbiamo goduto di una prosperità economica che riusciva a soddisfare domande diverse e costose. La situazione ha iniziato a precipitare quando i bilanci sono diventati meno capienti e le ideologie hanno cessato di essere persuasive. La grande arma che aveva avuto, per esempio, in Italia il Partito comunista e che era quella di tenere la disciplina nel presente in nome di una grande promessa nel futuro, non ha funzionato più. È entrato in campo, e in modo incontrastato, il presente e in condizioni economiche peggiori, rendendo più frammentate le istituzioni democratiche. È cominciata così la prima fase di crisi della democrazia, minata proprio dalla sua incapacità decisionale: i regimi autoritari, al contrario, riescono a tenere insieme la società, hanno una capacità decisionale che la democrazia sta perdendo.
Così, però, le democrazie diventano ancora più malate: lo erano prima perché non avevano più una maggioranza, lo sono ancora di più ora perché una maggioranza si crea, ma non per rafforzare i principi democratici, bensì per metterli in dubbio o negarli. In tutti i casi in cui si manifesta la tendenza illiberale si regge su un fattore identitario che dà al sentimento nazionale una accezione vicina al vecchio nazionalismo esclusivo e ostile, che fa leva sul dato etnico. In Italia, salvo il breve periodo dell’impero coloniale e delle leggi antiebraiche, siamo stati sempre orgogliosi di una accezione culturale e non etnica del concetto di “nazione”, perché espressione di decine di etnie diverse che si sono integrate in questa penisola. Al contrario, oggi si sta tornando a una connotazione etnica e insieme religiosa della Nazione. L’idea che sia democratico ciò che esprime la maggioranza e, al tempo stesso, la maggioranza abbia una connotazione etnico-religiosa omogenea che come tale si contrappone a tutto il resto, può generare solo conflitto e autoritarismo.
Si può “addomesticare il nazionalismo”, come propone Mounk, e come? Le modalità non sono solo istituzionali: è necessario lavorare sulle culture collettive con politiche culturali che affrontino il problema dell’incontro-scontro tra gruppi appartenenti a religioni diverse e aventi provenienze etniche differenti. Non è vero, come vuole talvolta un certo superficiale schematismo della sinistra, che i diversi messi insieme si arricchiscano a vicenda senza mediazioni, che ci sia una automatica cross-fertilization. Anche la psicanalisi ci dice il contrario, che lo sconosciuto è fonte di paura. Certamente, le democrazie occidentali hanno la responsabilità di difendere alcuni valori ai quali attribuiscono valenza universale: questo significa, per esempio, prendere atto che la uguale dignità non riguarda soltanto i capi famiglia maschi, ma ciascun componente della famiglia e questo si dovrebbe imparare ancora prima della lingua. Ma, dalla nostra parte, dobbiamo anche arrivare ad accettare odori, rumori, abitudini, riti a cui tendenzialmente non siamo abituati e accorgerci che i nostri vicini sono diversi, ma un adattamento reciproco è possibile.
Conta però, non di meno, ridare prospettive a tutti di miglioramento delle condizioni di vita. E ricreare attorno al lavoro e attraverso il lavoro una scala mobile che si è fermata. Non dimentichiamo che in un Paese come l’Italia, sino a dieci anni fa, entravano annualmente, sulla base di domande di lavoro provenienti dalle imprese e dalle famiglie, 170 mila, anche 200 mila immigrati l’anno, ben di più degli irregolari entrati dopo. Ma di loro non si accorgeva nessuno perché andavano a riempire una domanda di lavoro. È stata la convergenza tra la crisi economica e l’immigrazione clandestina a darci la sensazione di una invasione che non c’è.
C’è il rischio che questa torsione autoritaria e illiberale della democrazia si consolidi e non si riesca a fermarla in tempo utile? Oggi è un rischio che corriamo, rafforzato - va aggiunto - da una informazione ormai inquinata, agitatrice, estrema essa stessa nell’amplificare i motivi di contrapposizione e di ostilità. Lo corriamo in Paesi diversi, ma non è detto che la risposta sia eguale per tutti, giacché non è eguale per tutti la forza dei contrappesi e degli antidoti. La storia, poi, non è determinista. Ci può sempre fare delle sorprese, buone o cattive; così come noi, se vogliamo e ne siamo capaci, possiamo fare delle sorprese a lei.
2007 - La nostra fragile democrazia
powered by social2s