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Il destino di un capo che non seppe perdere
Il destino di un Capo tra Nenni e Berlusconi
di Eugenio Scalfari Rep 23.01.2000

I guerra mondiale
I guerra mondiale
I vecchi compagni accorsi ai funerali tunisini di Stato hanno intimato l'alt all'ipocrisia di cui, secondo loro, si è fatto largo e indecente sfoggio in questi giorni seguiti alla morte improvvisa ma non inattesa di Bettino Craxi.
In effetti di ipocrisia se n'è sentita e vista parecchia nel variegato arcipelago della politica italiana. Molto poca invece - lo constato con lieta sorpresa - se ne è letta sulla stampa: i commenti dei giornali sono stati mediamente equilibrati sforzandosi di distinguere il leader di partito dallo statista, il riformatore dal corrotto-corruttore. Non era un'impresa facile perché questi vari aspetti sono stati a tal punto intrecciati all'interno d'una personalità complessa, dominata da una sorta di titanismo che - come ha lucidamente argomentato Ezio Mauro - è stato l'elemento dominante di quel carattere e di quella biografia, da renderne pressoché impossibile un'analisi per classificazioni e categorie.
Purtroppo la maggior dose di ipocrisia si è colta proprio nel cerchio dei suoi vecchi compagni che negli anni del dominio craxiano rimisero nelle sue mani ogni autonomia di pensiero e di espressione ottenendone in cambio proconsolati e connessi benefici e riservando alla mormorazione privata critiche feroci e impietose delle quali alcuni di noi giornalisti furono testimoni e depositari. Ricambiati, come è ben noto, dalla disistima del Capo che li usava a piacimento conoscendone a fondo le debolezze e i vizi e alimentandoli al servizio della sua politica e del suo potere.
Ma queste miserie appartengono ormai al passato né varrebbe la pena di accennarvi se non per fornire assicurazione da parte nostra che non c'è stata in passato né ci sarà oggi ipocrisia nel nostro giudizio su Bettino Craxi. Questo giornale ed io che per tanti anni l'ho diretto abbiamo condotto nei suoi confronti una polemica severa a volte durissima, durata non meno di quindici anni e cominciata almeno dieci anni prima delle rivelazioni di Tangentopoli.
Nel momento della sua scomparsa è doveroso da parte nostra riandare alle radici profonde di quel contrasto; poiché siamo consapevoli che ciascuno possiede e rappresenta soltanto una parte di verità questo è il più onesto contributo che possiamo fornire per celebrare un personaggio che merita comunque d'esser ricordato come un Capaneo dei tempi nostri che giocò una partita solo contro tutti, la perse distruggendo i suoi e se stesso, ma cadde senza arrendersi.
Questo sì, questo gli va riconosciuto anche se francamente è difficile dire se vi sia più coraggio nell'ammettere gli errori commessi o nel far le fiche con ambedue le mani. Manca un Dante per trasmetterne la memoria e inserirla nell'epica; ma fuori dall'epica la ribellione diventa testardo orgoglio senza sbocco e senza grandezza.
I guerra mondiale
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Ricordo bene quei tempi, i tempi del congresso del Midas e l'inizio del lungo potere craxiano. Coincidono, con uno sfasamento di pochi mesi, con la fondazione di Repubblica. La politica dei partiti appassionava ancora la pubblica opinione. Lui entrò dalla porta di servizio, strumento tattico d'un paio di colonnelli d'un partito ridotto quasi allo stremo che per salvarsi consumò un piccolo parricidio relegando il vecchio De Martino nella sua stanza al Vomero con i suoi canarini che cantavano da tante gabbie al sole di Napoli.
Doveva essere un segretario di transizione ma aveva una stoffa e un'intelligenza politica che agli altri mancavano. Li giocò gli uni contro gli altri con una sapienza che ricordava l'ascesa di Stalin tra Trotzkij, Kamenev, Bucharin. Si chiamavano Manca, De Michelis, Signorile; il partito era ormai ridotto al 9 per cento del consenso elettorale; il paragone è dunque improponibile per ragioni di dimensione e di fosca crudeltà. Ma in termini di manovra politica la vicenda fu analoga, compreso il culto della personalità del leader vittorioso.
La conquista del partito sboccò nella distruzione del partito; non solo delle correnti, che era un sacrosanto obiettivo, ma della dialettica interna, dell'identità tramandata da un secolo di lotte, dei riferimenti e dei radicamenti sociali. Forse era inevitabile che questo avvenisse; forse il partito era già morto prima che Craxi arrivasse a guidarlo; forse le correnti litigiose e fameliche l'avevano già divorato fin dai tempi del primo centrosinistra.
La presa del potere di Craxi coincise comunque con la fine del luogo-partito, cui si sostituì un capo indiscusso e i suoi commissari. Man mano che il potere del capo andava aumentando i commissari di partito diventarono altrettanti proconsoli ai quali venivano affidate le province del governo e del sottogoverno. Duravano fin tanto che la fedeltà e l'obbedienza erano senza riserve, ma bastava un sospetto di fronda per farli precipitare in disgrazia.
L'ultima ribellione fu la congiura di Signorile con l'appoggio di Andreotti e le ampie disponibilità finanziarie dell'Eni, per creare un nucleo di potere alternativo, ma fu scoperto in tempo da Rino Formica e sventato. Da allora il potere divenne assoluto, ma restava ancora un'operazione da compiere: la liquidazione dei capi storici.
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De Martino era stato la prima vittima politica; la seconda fu Riccardo Lombardi ridotto anche lui all'impotenza e al silenzio; la terza fu Giacomo Mancini che pure ne aveva garantito l'ascesa al congresso del Midas; la quarta fu Antonio Giolitti.
Si salvò Pertini solo perché il Pci, nella lunghissima elezione al Quirinale dopo le dimissioni di Leone, gettò sul tavolo la carta a sorpresa del vecchio combattente partigiano che Craxi dovette subire assai a malincuore.
Restava Pietro Nenni, il capo storico per eccellenza del socialismo italiano, il padre politico di Bettino cui egli ha sempre guardato con filiale devozione. Ma il vecchio Nenni, carico d' anni e arrivato ormai alla fine, non si riconosceva più nel suo spregiudicato figlioccio. Scrisse una lettera-testamento alla vigilia d'un comitato centrale e ne confidò il contenuto a un altro vecchio socialista, Dino Gentili. Ma morì il giorno stesso in cui il comitato centrale apriva i suoi lavori. Gentili si precipitò nella casa di Nenni in piazza Adriana per recuperare la lettera ma arrivò troppo tardi: la figlia Giuliana l'aveva già consegnata a Craxi.
Anche qui - dimensioni e grandezza a parte - c'è una somiglianza impressionante con le vicende del testamento di Lenin contro Stalin, diretto e mai arrivato al comitato centrale del partito. La storia fa di questi scherzi e inventa paradossali analogie.
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I guerra mondiale
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Era anticomunista, interamente e senza riserve. Era anche antidemocristiano. Socialista, autonomista, riformista: queste furono le credenziali di partenza.
Lo schema di battaglia fu di nuovo quello di battere gli avversari affrontandoli separatamente. Disponendo di una forza estremamente esigua la iattura principale che temeva in modo ossessivo era che le due forze maggiori si avvicinassero tra loro. A differenza di Moro, di Ugo La Malfa, di Spadolini, che percependo i nuovi fermenti berlingueriani di autonomia dall'Urss puntavano verso il recupero democratico del Pci e verso la democrazia compiuta, Craxi fece barriera contro quell'evoluzione. Fu in tutti quegli anni un potere di interdizione coriaceo per mantenere distanti e conflittuali la Dc e i laici da un lato e il Pci di Berlinguer dall'altro.
Qualcuno sperava e gli suggeriva il modello mitterrandiano ma il Pci non era il Partito comunista francese sicché quel modello era inapplicabile alla situazione italiana. Craxi comunque non aveva alcuna propensione a tentarlo. Lo lasciò cadere perfino nell'89 dopo la caduta del Muro di Berlino quando forse sarebbe stato praticabile.
Inevitabilmente il suo gioco d'interdizione lo portava all'alleanza con la destra democristiana, i Forlani, i Bisaglia, il corpaccione doroteo della Dc. Quale alleanza era più innaturale di quella per un socialista riformista? Ma quello era lo schema, reso possibile dal fatto che anche il suo risicato 10 per cento era determinante per una Dc divisa al proprio interno e declinante.
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Lo scontro con De Mita ebbe qui la sua motivazione. De Mita, dopo la scomparsa traumatica di Aldo Moro, tentava di portarne avanti il disegno. Incontrò sulla sua strada il contro-disegno di Craxi. La lotta fu durissima. Alla fine De Mita fu sconfitto a beneficio dell'alleanza organica tra Craxi, Andreotti e Forlani. Montanelli, nel suo articolo pubblicato dal Corriere il giorno dopo la morte di Hammamet, conclude con l'episodio del discorso di Craxi alla Camera del '93, il discorso della "chiamata di correo" sul finanziamento illecito dei partiti e racconta che Craxi a un certo punto chiese dell'acqua e Andreotti seduto accanto a lui gli porse il bicchiere. "Lui lo bevve" scrive Montanelli allargando l'episodio a metafora. In realtà quell'acqua l'aveva già bevuta molto tempo prima.
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Si è parlato molto in questi giorni di un Craxi modernizzatore dello Stato e della società e su questo punto tutti i giudizi sono stati positivi, ma nessuno ha spiegato in che cosa consistesse la sua modernizzazione.
A modernizzare lo Stato non ci provò neppure. Forse era impossibile ma è un fatto che non ci provò. Al contrario: negli anni del craxismo la pubblica amministrazione toccò il culmine della corruttela sia al centro che nei grandi Comuni retti da giunte Dc-Psi. Appalti truccati, regole di concorrenza sistematicamente violate, pratiche spartitorie sotto gli occhi benevolenti di direttori generali e funzionari in quota a questo o quel partito della maggioranza; e nei grandi Comuni varianti di piani regolatori a getto continuo per locupletare proprietari di aree e costruttori amici: questa fu la realtà della pubblica amministrazione nei meravigliosi anni Ottanta. Modernizzazione? Non direi.
Nella società? Qui una modernizzazione ci fu: nacque il ceto dei rampanti che svegliò in qualche modo un'Italia sonnolenta e insegnò a chi aveva voglia, iniziativa e angeli in paradiso ad arricchire molto e presto. Silvio Berlusconi fu uno degli esempi più cospicui di quel rampantismo che ebbe anche qualche aspetto positivo, ma si potrebbero allineare parecchi altri nomi sonanti, da Raul Gardini a Ligresti, apripista d'una folta schiera di minor formato ma di analoga capacità di crescita. C'era un nuovo spirito d'avventura (e qui vedo l'aspetto positivo) ma esso aveva per grandi e piccoli il suo indispensabile puntello nella protezione attiva e necessaria dei santi in paradiso senza l'appoggio dei quali non si aprivano i forzieri delle banche amiche, non si otteneva l'indulgenza dell'amministrazione, non si vincevano gare, concorsi, commesse.
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La nave andava, lo Stato crepava, il Tesoro era sommerso da un debito pubblico che proprio in quel decennio spensierato raddoppiò. Fu emessa una cambiale di dimensioni spaventose che abbiamo pagato solo in parte a partire dal '92 e che continueremo a pagare ancora per un pezzo. La responsabilità di questo dissesto immane non fu solo di Craxi: nonostante il suo titanismo non ce l'avrebbe fatta da solo, tutti i governi tra la fine dei Settanta e i primi Novanta fecero la loro parte per alimentare e accrescere il disastro e la fece anche l'opposizione che non si oppose e anzi attivamente collaborò per il peggio.
Ma non c'è dubbio che il potere socialista fu uno dei motori più attivi a sostegno di quell'Italia che fu battezzata "da bere". Si bevevano risorse pubbliche e si ammassavano fortune private. Chiamatela, se volete, modernizzazione. Ugo La Malfa rampognava tutti i giorni ma non c'era un cane che gli desse ascolto; dopo di lui e insieme a lui avvertivano il pericolo i governatori della Banca d'Italia, Giorgio Amendola, Luciano Lama, Nino Andreatta, pochissimi altri. Gli anni Ottanta: un medioevo postmoderno, un rampantismo feudale.
La Grande Riforma proposta da Craxi fu uno slogan e basta. Non si seppe mai in che cosa dovesse consistere salvo l'idea che al vertice dello Stato o del governo dovesse esser plebiscitato l'Uomo forte. Un vago sentore di cesarismo mai calato nel concreto, una supervalutazione del decisionismo muscolare che incontrò (non per la prima volta nella storia d'Italia) la borghesia grande e piccola.
I tempi non erano ancora maturi perché questo consenso sociale si traducesse in voti elettorali, la Dc ancora reggeva e così pure il Pci. Poi, sei o sette anni dopo, arrivò la valanga berlusconiana di cui Craxi era stato il precursore.
Fa effetto pensare a questo paradosso realizzato in pochi anni: da figlio politico di Pietro Nenni a padre politico di Silvio Berlusconi. Quando Berlinguer parlò di mutazione genetica aveva in mente un processo di questo genere. Forse questa è modernizzazione. Personalmente mi piace poco, ma i gusti personali non contano.
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I guerra mondiale
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Dovrei ancora ricordare, per completare il quadro politico, quanto accadde nei giorni del rapimento Moro e la divaricazione tragica tra Craxi da un lato, la Dc di Zaccagnini e il Pci dall'altro, ma sono fatti ben presenti nella memoria di tutti. La disputa avvenne su ciò che lo Stato poteva fare e ciò che non poteva fare, cioè sulla concezione dello Stato.
Ma veniamo all'ultimo capitolo di questa lunga vicenda, quello sul quale ancora si discute e che ha tenuto banco da Tangentopoli in poi, e cioè la questione morale.
La corruttela imperante in quegli anni e l'occupazione delle istituzioni da parte della partitocrazia regnante furono il corollario inevitabile di quella politica. Ecco perché è arduo distinguere e separare gli effetti dalle cause. Partitocrazia e corruttela furono effetti sistemici d'una democrazia blindata che ormai si atteggiava a regime.
Può darsi, anzi è probabile, che Bettino Craxi non avesse personale avidità di denaro. Il punto non è questo, ma un fatto è certo e ultraprovato checché ne dicano i suoi avvocati difensori (lasciati parlare senza contraddittorio nella trasmissione di Bruno Vespa di venerdì sera che ha rappresentato un esempio di faziosità senza precedenti nel servizio pubblico Rai): tutto il sistema delle "dazioni" o tangenti che dir si voglia è passato direttamente attraverso Craxi che lo ha amministrato per mezzo di personaggi di bassissimo conio a sua completa discrezione.
La spiegazione è molto semplice: Craxi, come un Luigi XIV, non faceva distinzione alcuna tra il patrimonio personale e quello del partito. Per lui erano la stessa cosa, era lui che decideva quanto dare al partito, quanto ad Arafat, quanto agli esuli antisovietici, quanto a Gbr e quanto - magari poco - serviva a lui, alle sue esigenze personali e familiari.
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L'importante per lui era che il nuovo Grande Elemosiniere del sistema fosse lui, che la lottizzazione delle tangenti avesse lui come perno, laddove prima del suo avvento il perno era la Dc. L'opposizione sapeva e, sia pure contentandosi delle sportule, partecipava.
Se la istituenda commissione d'indagine su Tangentopoli opererà con onestà di intenti potrà probabilmente approdare al risultato della correità dell'opposizione, ma si troverà di fronte al ruolo di Craxi di una dimensione che le due sentenze di condanna passate in giudicato sono ben lungi dall'aver rappresentato. Mi auguro per lui che l'onesto Boselli lo sappia. Certamente lo sanno De Michelis e Martelli. Lo sanno anche Del Turco e Benvenuto che quando presero il posto di Craxi alla segreteria del partito si trovarono con alcune centinaia (centinaia) di miliardi di debiti mentre centinaia di miliardi ruotavano ancora sui conti esteri dei prestanome craxiani tra la Svizzera, le Bahamas, il Liechtenstein, Hong Kong.
Una parte di quei denari erano arrivati da All Iberian, una delle centrali della più turpe corruttela che mai abbiano operato in questo paese.
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Eppure l'uomo ha avuto una sua grandezza e ciò va detto a conclusione di questo discorso. Ha avuto la grandezza della fine. Avendo disconosciuto fin dall'inizio le leggi dello Stato e i giudici che le applicavano; essendo afflitto da gravi malattie; volendo rientrare nel suo paese soltanto da uomo libero e avendo rifiutato con sdegno ogni compromesso che gli era stato offerto come quello della sospensione della pena per ragioni umanitarie; con questo atteggiamento si è condannato a morire in Tunisia e riposa ora nel cimitero di Hammamet di fronte al mare.
I suoi compagni sostengono che il governo doveva e poteva fare di più per lui. Anche Giuliano Amato lo dice, ma nessuno dice che cosa avrebbe dovuto fare il governo. Perciò domando: che cosa? Cancellare la pena? Questo non è nei poteri del governo. Chiedere la grazia al Capo dello Stato? Non è nei poteri del governo. Proporre al Parlamento un'amnistia ad personam? Non esiste l'amnistia ad personam. Allora che cosa doveva fare il governo? Chi risponde a questa domanda?
Boselli denuncia l'ipocrisia d'avere inviato una delegazione governativa ai funerali di Tunisi. Sono d'accordo, un'ipocrisia. Oppure, se si vuole, un saluto delle armi a un uomo che ha segnato quindici anni di storia italiana nel bene e nel male.
Se sia stato più il bene o più il male è controverso. Come disse il Manzoni a proposito di Napoleone condannato a morire sullo scoglio di Sant'Elena in mezzo all'oceano "ai posteri l'ardua sentenza".

Hai mai visto gli ex voto di san Matteo? Conosci Giovanni Gelsomino?