L’illustrazione italiana, n. 27, Garzanti editore 7 luglio 1946, p. 14 Dopo il diluvio
La società
di Raffaele Calzini Gibson GirlA questo proposito si deve riconoscere che nella società italiana le leggi razziali furono subito e da tutti avversate per un senso di alta civiltà tipicamente italiano, (di origine latina e cattolica), e per i legami parentali che aristocrazia e borghesia avevano col mondo israelita. Le imposizioni antiebraiche contribuirono moltissimo per reazione al distacco della società dal regime fascista e all’avversione di essa per i tedeschi e per l'alleanza del tripartito. Perché, giunti a questo punto del quadro, bisogna rilevare che dietro e a sfondo del suo verniciato splendore c’era il regime. La società se ne credeva indipendente perché snobbava (ma timidamente) i gerarchi e criticava le ghette di Mussolini al quale aveva dato un ”arbiter elegantiarum” e perché raccontava barzellette, e perché partecipava alla “curée” romana con degnazione più che con “empressement” torcendo il naso leggermente. Gibson GirlMa fascista, la società, fu. I due avvenimenti che facilitarono la sua adesione al regime furono: la Conciliazione e la conquista dell'Impero, oltre ben inteso favori fatti a questa o a quella famiglia, a questo o a quel blasone, a questa favorita o a quel favorito di un gerarca o di una gerarchessa. Subito dopo la prima guerra europea la società italiana si era trovata “matura” per il fascismo, lo abbiamo visto. Ed era facile che lo accettasse in buona fede o lo subisse o vi si convertisse in pieno quando parve stabilizzata la sua sorte. Aveva dato alle classi dirigenti tale un'euforia che esse non si preoccuparono di analizzarne le origini morali, né di consìderarne le prospettive né di vagliarne le illusioni. quanto alla durata e alla conclusione finale. Per eccezione, fin da principio, fin dalla marcia su Roma, alcuni clan e personaggi della società furono decisamente e palesemente ostili al fascismo come, per citar i più in vista: a Roma i Doria, i Trabia a Palermo, i Papafava a Padova, i Toscanelli a Pisa, i Bricchetto a Milano e, sempre a Milano, i Gallarati Scotti, (Duca Tommaso), i Doria (Ambrogio) a Genova, il clan Albertini con tutte le sue propaggini famigliari (Carandini-Ruffini), a Firenze i Serristori i Fossi e i Philipson, a Torino il “giro” degli Einaudi, e, in Italia e fuori, i Toscanini al completo. Non citiamo con questi nomi personalità politiche e intellettuali antifasciste che non appartengono in modo vero e proprio alla “società”; ma vi entrano di sfuggita. Alla tavola della Bengodi fascista si svelò tutto il materialismo originario della educazione aristocratico-borghese, unito all’indifferentismo edonista di una generazione che voleva evitare responsabilità, fatiche, impegni della cosa pubblica. Dalle famiglie di grande nome o di grande censo o di grande tradizione (dalla società insomma) non uscirono gli “uomini” del dopo-guerra. La classe dirigente si rifiutò di “dirigere”, rifiutò i contatti con la Nazione un po’ come quei proprietarii terrieri che rifiutano di aver contatti con la terra. Trovò facile (e comodo) di fare il lusso e la bella vita, incoraggiata e allettata dai circenses pubblici e privati, ufficiali e ufficiosi, almeno quanto le classi operaie. Gibson Girl by Charles Dana GibsonUn certo gusto “farceur” spinse giovanotti brillanti e signorine eccentriche sulla via dell'incanagliamento. Ci furono baruffe e vassallate all'americana (cioè corroborate dai numerosi cocktails venuti di moda) con le quali i “lions” si distinguevano specialmente nelle serate di fin d’anno e di sabato grasso negli alberghi di riviera e di alta montagna e anche nelle case private rientrando la ospitalità nel piacere di rompere vasellami scardinare finestre schizzare fontane di sciampagna e di selz. Tra le tante variazioni di burle rimarrà famosa quella alla quale partecipò un principe del sangue e che si svolse a Courmayeur dove il busto bronzeo di Carducci, tolto dal piedestallo, venne collocato nel letto di una dama di Corte! E famosa rimase anche la volta in cui un nobilissimo signore si nascose sotto la tavola da pranzo per ascoltare i commenti che gli invitati facevano, ignari, sulla sua augusta persona. Tipiche divagazioni della “società italiana?”. Non direi; sono atteggiamenti e divertimenti e isterismi di un mondo internazionale e specialmente anglosassone. Non molti anni fa giornali inglesi protestarono per il “contegno” che la società teneva anche in colonia e specialmente negli Alberghi di lusso dell'India avendo testimonii servi indigeni apparentemente impassibili che poi andavano nei centri di propaganda rivoluzionaria a riferire quanto avevano visto e udito. Materialista e scettica, la società aspirava ad avere il benessere; il benessere a prezzo di qualunque rinuncia: e la rinuncia al comando non le parve poi tanto pesante. Le classi dirigenti italiane non avevano pensato nel primo quarto del Novecento, nell’ultimo dell'Ottocento, di “allevare” uomini del loro ceto per l'esercizio della vita pubblica: tanto meno per quelle alte cariche statali (della magistratura, dell'insegnamento, dell'esercito, delle colonie, del governo) che implicano responsabilità, disagi, contrasti e rendono pochi quattrini. Trovarono più comodo, tra il 1925 e il 1935, badare agli interessi privati e lasciare quelli pubblici ai nuovi arrivati; poco formalizzandosi della loro origine e non preoccupandosi della loro onestà, competenza, e “classe”. La società aspirava ad avere e godere una “pax perpetua”. E un comodo alibi ai suoi dubbi di sicurezza, se non di coscienza, diedero la monarchia e la chiesa. Monarchia e chiesa, perni in ogni tempo della società, avevano accettato il fatto compiuto del nuovo regime. Il benessere spuntò, arrivò, straripò; fu una ondata inattesa e miracolistica quale conobbe in Francia la Società del Secondo Impero. Benessere soltanto materiale; ma illuminato dalle luci di un fasto non sempre pacchiano, aureolato da ostentazioni intellettualistiche alle quali non mancarono approvazioni, applausi, incoraggiamenti della “gran società”. Illustrazione Italiana del 1946La società contribuì a raffinare a coltivare iniziative del regime nel campo dell’arte: portò tutta la forza e (l'autorevolezza) dello snobismo alle Esposizioni di pittura e di scultura di Venezia e di Roma alle superbe retrospettive di città maggiori e minori, alle Mostre di Arte decorativa come la Triennale di Milano, ai Festival cinematografici e musicali, alle rappresentazioni della Scala, del Reale, della Fenice, Il “maggio fiorentino” con i magnifici spettacoli teatrali e musicali di Boboli e del Chiostro di Santa Croce, il settembre Chigiano a Siena raffinato e intelligentissimo, furono consacrati nel mondo dell'eleganza e della moda internazionale dall'intervento della società. Così come. la partecipazione di dame e signori “chic” alle Crociere estive e autunnali, ai campeggi, alle gite in colonia (con esplorazioni desertiche e caccie africane più o meno truccate) patrocinò una maggior conoscenza delle cose italiane, una mania turistica utile o per lo meno intelligente. Negare la forza dello snobismo sarebbe ridicolo come negare la potenza della ricchezza o il prestigio della intelligenza: la società vive ed opera all'insegna dello snobismo che è qualcosa di superiore all'eleganza e di diverso dalla eccentricità, che sfrutta infiniti elementi e compie, volontariamente o involontariamente nell’ambiente intellettuale e artistico levitazioni e determina fermenti politici. Il regime temeva lo snobismo pur fingendo di ignorarlo o di avversarlo; allo stesso modo che Mussolini (pur fingendo di ignorarla o di rinnegarla) temeva la mondanità. Lo stesso Mussolini, l’uomo di semplicissimi e rudi modi che avevano conosciuto gli operai e i contadini nei comizii socialisti si lasciò sedurre a un certo momento da una ventata di snobismo (come a suo tempo se ne era lasciato sedurre e conquistare il pastorello abruzzese Gabriele D'Annunzio), divenne quasi elegante, ostentò una certa raffinatezza di abiti e di modi, amò farsi cinematografare a cavallo nel Galoppatoio di Villa Borghese o apparire a Palazzo Venezia con una rosa in mano nel ricordo di Andrea Sperelli o di Dorian Gray. I nuovi arrivati alla ribalta dei salotti e dei ritrovi “chic” di Roma, di Milano, di Firenze, furono dapprima timidi, poi coraggiosi, poi invadenti. Certi salotti “squisitamente fascisti” (quello della Sarfatti ad esempio) ebbero una importanza storica; e importanza ebbero altre “liaisons dangereuses” del cui racconto si sarebbero arricchite le cronache di un Saint Simon se egli fosse ancora esistito e se qualcuno lo avesse benevolmente informato. Le belle donne entrarono in scena, le alcove si dischiusero ad amanti stivalati, aquilati, monturati. L'Illustrazione Italiana n. 28 del 1946Non mancarono le “pasionarie” del regime; le fanatiche dell’uomo Mussolini, come la gran dama siciliana che accorreva nelle prime file della folla dovunque Mussolini teneva un pubblico discorso, come l’altra gran dama milanese che frequentava in forma cordiale e casalinga la magione del federale Gianpaoli, come l’Eccellenza che aveva ornato la carta da lettera personale. di un motto mussoliniano. Idolatrie non nuove, non strane; che dame polacche ebbero per l'uomo Pilsudski e non so quante per l’uomo D'Annunzio: e le nonne delle federalesse, delle gerarchesse per l’uomo Bonaparte, per l’uomo Garibaldi. Alcune di esse sono già trasvolate verso nuove passioni politiche verso. nuove predilezioni sociali verso nuovi amori. Gli alleati si sono accontentati dei “beaux restes” d’avventure fasciste o anche hanno trovato “smart” e “fair play” aderire a una successione di alcove illustri. Fenomeno di tutti i popoli e di tutti gli eserciti vincitori. Alcune belle donne si sono ritirate dalla ribalta mondana perché il loro fulgore è spento e il loro astro tramontato: altre furono travolte dal destino tragico e sanguinoso degli uomini ai quali erano legate. Fenomeni che sarebbe puerile trovare strani o nuovi: la femminilità è legata all’ammirazione (non sempre all’interesse): il fascino maschile si irradiava dalla apparente potenza, dalla spettacolarità, dalle individualità definite prepotenti come dalle livree di certi animali nella stagione degli amori. Quanti di noi uomini del resto, e gentiluomini, furono attratti dalla scia allucinante del successo, dal decorativismo, dall’oratoria di Mussolini! La reazione della società, come della Corte e dell’alto clero, a questo infatuamento, fu sporadica, rara e, se mai, guardinga e velata, fino al momento dell'alleanza con la Germania preceduta dalle campagne razziali. La società era antitedesca: il belmondo dovunque è tradizionalmente inglese, le visite di Hitler in Italia (a Venezia dapprima, e anni dopo, il viaggio ufficiale e spettacolare a Roma Firenze Napoli) furono socialmente congelati. A quei pranzi ufficiali, a quegli spettacoli di gala, a quei ricevimenti, organizzati per festeggiare, con un “bouquet” di belle signore e di uomini impeccabilmente vestiti (non in orbace; ma in frack), i Ribbentrop, i Goebbels, gli Schacht, furono scambiati pochi complimenti, ci furono dispiaceri protocollari e “gaffes”. (Continua)
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