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Discorsi e scritti di Giuseppe Kirner, Commemorazione di Gaetano Salvemini, Bologna 1906
[Parla Giuseppe Kirner]

Heinrich Lossow: Venere e Cupido
Heinrich Lossow: Venere e Cupido
“La nostra è una organizzazione, la quale a gradi a gradi si viene formando un programma suo proprio, che non tocca solo gli interessi di un’unica classe ma l’interesse generale della Nazione; una organizzazione che non intende limitare l’attività propria al soddisfacimento di un particolare desiderio, ma vuol essere una forza operosa nella società; un’organizzazione che poco cura il disfavore o la grazia di chi è transitoriamente al governo, ma conscia dell’efficacia che ha il magistero che proviene dalla cultura, si studia di guadagnarsi il poderoso aiuto della opinione pubblica, la quale sola è capace di fare quello che non può fare un Ministro. Ma se noi, come associazione, vogliamo esercitare un’azione diversa da quella di far pervenire delle petizioni in alto; se vogliamo che la voce nostra sia ascoltata dal popolo, non dobbiamo rinchiuderci nell’ambito ristretto del nostro tornaconto personale, e dobbiamo affissare con occhio sereno i problemi che il miglioramento della scuola coinvolge, senza temere di fare della politica. Gl’interessi nostri hanno relazioni con gli interessi delle altre classi sociali, più strette con quelli di alcune, più lontane con quelli di altre; e ogni variazione, che sopravviene nei rapporti delle classi tra di loro, ogni miglioramento che una di esse si conquista, è un fatto per sua natura eminentemente politico. Inoltre è chiaro che ogni mutamento nei rapporti delle varie classi deve necessariamente produrre dei mutamenti anche negli ordini scolastici. Le nostre scuole differiscono da quelle, per esempio, dei Gesuiti nei secoli scorsi o da quelle degli ultimi secoli del medio evo, non solo perché gli studi hanno battuto vie nuove, ma principalmente perché è mutata la struttura economica della società, ed ogni età si è venuta foggiando le scuole di cui aveva bisogno. Ora quando noi chiediamo che si faccia la tale piuttosto che la tale altra riforma, noi per necessità facciamo una domanda che ha un substrato politico e sociale. L’abolizione o la conservazione del greco, la prevalenza degli studi scientifici o di quelli letterari, i tipi molteplici di scuole o la scuola unica, sono tutte questioni che non stanno da se sole, ma si collegano intimamente, anche quando non ce ne rendiamo conto, con diverse concezioni ideali della società, sono questioni politiche. Lo stesso si dica, ed a più forte ragione, del ripartire in proporzione diversa dalla odierna le entrate generali dello Stato, in modo da dare mezzi maggiori a questo piuttosto che a quel servizio pubblico; dell’accrescere o diminuire le tasse; del frenare il beneplacito amministrativo rendendo più precisi i diritti degli impiegati, o dell’abbandonarli invece all’arbitrio di chi esercita il potere. Se in una città si fonda un ginnasio piuttosto che una scuola tecnica o una scuola professionale, la spiegazione del fatto sta nelle condizioni economiche e sociali di quel paese, e la costituzione di una scuola è un fatto politico. L’avere resa obbligatoria l’istruzione elementare, il cercare ora che la legge non resti lettera morta, sono fatti politici, che offendevano ed offendono determinati interessi particolari, i quali però debbono cedere dinanzi all’interesse generale. Insomma qualsivoglia organizzazione di classe o non può esistere o deve per forza fare della politica. E fare della politica significa sempre allearsi cogli uni per combattere gli altri. Se volete che sia diffusa per quanto è possibile la istruzione elementare, voi vi alleate col popolo, che nella cultura cerca un mezzo di elevamento e di conquista contro gli avanzi delle oligarchie che nella scuola vedono un nemico. Se voi chiedete l’aumento delle tasse scolastiche nelle scuole medie, voi vi alleate colla borghesia ricca, che desidera monopolizzare le professioni liberali e gl’impieghi, contro la piccola borghesia e contro il popolo minuto che la minacciano di concorrenza. Se invece chiedete che all’istruzione media si diano mezzi più larghi sulle entrate generali, voi difendete gli interessi di quelle classi che hanno vantaggio dal perpetuar lo stato presente, e dovete acconciarvi a vederveli avversi. Far della politica significa far della lotta., lotta incruenta, cortese fin che volete, ma lotta che presuppone amici ed avversari.
Heinrich Lossow: Cupido a pesca
Heinrich Lossow: Cupido a pesca
Ora quando noi diciamo che la Federazione nostra, non deve appartenere ad alcun partito politico, intendiamo dire ch’essa si propone di formulare un programma suo proprio, che cercherà di tradurre in atto. Se alcune linee di questo programma coincideranno con quelle di un qualche partito politico, vorrà dire che la Federazione, almeno per una parte della via, camminerà di concerto con questo; ma essa non intende né di sfruttare alcuno né di lasciarsi sfruttare per iscopi che non sono i suoi. Nondimeno già sin d’ora si può prevedere dove, nella maggior parte dei casi, troveremo amici ed alleati; basta confrontare le condizioni del tempo in cui viviamo, col programma che a poco per volta andiamo delineando a noi stessi. Come, in mezzo alla società del secolo XVIII e di una parte del XIX, la borghesia riuscì a rompere i vincoli che la tenevano stretta ed a mettersi dapprima alla pari colla nobilità feudale e quindi a sopraffarla, dando inizio ad una civiltà più alta; così nel tempo nostro un’altra classe, economicamente soggetta, si agita e lotta per acquistare condizioni di vita migliore. E’ tutto un popolo di lavoratori che sa essere il lavoro la fonte della ricchezza e pretende tutto il frutto dovutogli per il lavoro compiuto. E’ una turba di gente, che, fino a ieri negletta e calpestata, vuole oggi scuotere il giogo della servitù economica, partecipare attivamente alla vita pubblica, istruirsi, elevarsi alla pari dei suoi dominatori. Questo moto ascendente dei volghi potrà suscitare sentimenti diversi in chi l’osservi, secondo l’interesse o le prevenzioni o le opinioni di ciascuno; ma è un fatto che nessuno può negare ed è un fatto che si compie a poco a poco, fatalmente, senza che alcuna forza valga ad impedirlo, come fatale era stato già il salire della borghesia.
Ora noi insegnanti non solo dobbiamo non avversare un tale movimento, ma dobbiamo favorirlo con tutte le nostre forze. Fare diversamente, oltre che vano, sarebbe dannoso anche alla nostra classe. Il bisogno dell’istruzione e della Cultura si va a gradi a gradi estendendo, né solo della istruzione elementare. L’affollamento crescente nelle scuole medie, che non si lascia frenare o limitare nemmeno dal crescere delle tasse, e una conseguenza del movimento sociale a cui alludevo or ora; e lungi dal dolercene, dobbiamo anzi provare vivissima allegrezza. Certo questo affollamento, dato il presente ordinamento scolastico, produce oggi alcuni inconvenienti, che bisognerà cercare di eliminare; ma la riforma dovrà consistere non nel tentativo di sbarrare la strada al popolo che vuole salire, sibbene nel favorire questo moto di ascensione, nel soddisfare sempre meglio a questo bisogno di istruzione, nel create quei tipi di scuola che abbisognano al popolo nostro, per gli scopi che ciascun discente si propone. Quanto più la cultura sarà apprezzata, tanto più noi insegnanti saliremo nella estimazione del pubblico, tanto meglio sarà apprezzato e rimunerato il vostro lavoro. Colleghi, aiutate, favorite quanto più potete questo movimento degli umili, che da plebe calpestata vogliono salire a dignità di uomini, a dignità di popolo cosciente: favoritelo con tutti i mezzi che avete, specialmente coll’opera vostra disinteressata. Non vedete voi con quanto deferente rispetto ci accolgono costoro quando noi andiamo ad insegnare nelle così dette Università popolari? Non vedete voi quanta simpatia raccoglie tra essi la causa nostra, solo perché abbiamo appena incominciato a considerarci come non del tutto estranei a loro?
La Federazione adunque, in qualsiasi questione scolastica che sorga, se vuole il vero vantaggio della classe insegnante, dovrà appoggiare quella soluzione che è conforme alla tendenza dell’età nostra e che favorisca l’ineluttabile assurgere delle classi economicamente più basse. Operando diversamente, facendosi istrumento non di progresso ma di stasi e di regresso, non solo compirebbe opera vana a lungo andare, ma decadrebbe nella estimazione del pubblico, e farebbe così il danno proprio”.

Hai mai visto gli ex voto di san Matteo? Conosci Giovanni Gelsomino?