L’illustrazione italiana, n. 28, Garzanti editore 14 luglio 1946, p. 30 Dopo il diluvio
La società
di Raffaele Calzini L'Illustrazione ialiana n. 28 del 1946Non si pensava alla guerra, tanto la messa in scena della vita italiana era ardente colorata festosa. La moda, l'edilizia, le arti teatrali, le arti plastiche, le arti decorative, le parate sportive, avevano tappezzato di fiori il cammino. per il quale l’Italia si avviava. all’abisso. Nuovi nobili, nuovi ricchi, vecchi nobili, vecchi ricchi, si amalgamavano nello stesso sfruttamento della situazione felice. L’indifferentismo prodotto da tante concause materiali e. morali dilagò anche allo scoppiare della guerra che nessuno voleva prevedere lunga, difficile e catastrofica. E non mancarono (come nella etiopica) figli della borghesia e della aristocrazia che andarono a combattere volontari, Per il fascismo? No. Per il nazionalismo e l'imperialismo che gli si erano alleati e lo galvanizzavano? Forse. E le schiere della Croce Rossa reclutarono signore e signorine che indossate divise fasciste, ornati con la insegna littoria i camici dell’infermiera accompagnarono le sciagurate spedizioni in Africa, in Grecia, in Albania. Anche i giovani indifferenti, o gli antifascisti combatterono: e combatterono bene pur mancando di convinzione politica, fede patriottica, speranza nazionale. Morirono da eroi, sorretti o spinti da un puntiglio umano, da un moto dell’eterno mascolino, che è onnipresente e fatale quanto l’eterno femminino. La società trovò un suo stile mondano perfino nelle campagne dove, dopo i primi bombardamenti delle città, spaurita e divertita sfollò. Mostrò, anche in quella occasione o contingenza, la corda della sua abulìa e del suo scetticismo, del suo egoismo e del suo fatalismo davanti alle minacce dei crolli degli incendi della carestia.L'Illustrazione ialiana n. 28 del 1946 Si affidò come prima di Caporetto allo “stellone” quando vide che la partita era perduta, che il fascismo era condannato, che l’Italia (almeno “una certa Italia”) sprofondava. Le prime batoste africane avevano. trovato compianto, tristezza, talora disperazione; ma tutto il resto non trovò niente. Niente: parola grande! L'unità di classe sì screpolò del tutto, la solidarietà dei gaudenti si disciolse: anche all’interno del conglomerato mondano si produssero frane. La società aspettò un 25 luglio qualsiasi; un 8 settembre fatale e prevedibile, senza mutar tenore di vita e quasi di eleganza; con finte e superficiali rinunce e discordi propositi. gi Ma, quasi all'insaputa di questo belmondo fascista, si era formata, uscendo proprio dalle schiere dell'alta borghesia, della aristocrazia, dell’intellettualismo più insospettabili, una generazione antifascista, antigermanica e niente affatto abulica. Quella che alimentò le schiere partigiane, che si assembrò sotto le bandiere della resistenza, che disertò le file dell’esercito regolare o sì nascose per non servire in alcun modo l’esercito tedesco. Ufficiali e soldati appartenenti a clan privilegiati e superbi come la Scuola di Pinerolo deportati a greggi in Germania, e indotti con le lusinghe, con le minacce a giurare per la repubblica a iscriversi nell'esercito repubblicano, sollecitati a piegarsi alla disciplina dei campi di lavoro, non disarmarono, rifiutarono tutto a tutti: affrontando piuttosto il castigo, cioè la inedia, le malattie, le persecuzioni dei campi di concentramento, la morte. L'Illustrazione ialiana n. 28 del 1946La Marina che era a suo modo e fu per intermittenza una “elite” della società, quasi il vivaio di una casta appoggiata su solide basi di prestigiose e affascinanti tradizioni così come era stata incline ai “beaux gestes” diede superbo esempio del proprio valore e del proprio spirito di sacrificio. Gente di società, gente anche snob, magari tipi da salotto non esitarono a cospirare nelle città dove la resistenza fu più lunga: e così a Milano, a Torino, a Genova sì svolse l’ultimo atto della generazione definita felice. Il confiteor e il mea culpa furono recitati in piena coscienza e con animo contrito dagli uomini maturi, dai vecchi: ma la giovane generazione si riscattò con l’azione. Per lo più questi uomini nuovi; tra i 20 e i 30 anni, se avevano addottato prima del 25 luglio forme, metodi del fascismo era stato senza convinzione, per suggestione dei maggiori o per quieto vivere, o per imposizione durante gli anni della scuola. Dunque in piena irresponsabilità. E buttarono alle ortiche la camicia nera così malvolentieri indossata e rinunciando a pregiudizi e privilegi di casta, di comoda esistenza, di gaio benessere ai quali la vita di società li aveva abituati, cospirarono in città, in campagna, combatterono sui monti, non importa se accanto ai comunisti ai socialisti che i loro padri le loro madri avevano guardato come il “babau”. Trovarono (forse cercarono) la morte eroica disgustati del gran fango che saliva da ogni parte della vita, ebbero la certezza di morire per la buona causa: i Beltrami, i Lepetit, i Prinetti, i Vigorelli, i Montezemolo, i Puecher (padre e figlio), gli Stucchi, gli Spinola, i Casati e moltissimi altri. L'Illustrazione ialiana n. 28 del 1946Non tutti avevano avuto una preparazione intellettuale antifascista ed erano politici come i Gasparotto o i Grassi, i Pagano e i Giolli spiriti superiori e profetici. Venivano semplicemente dalla “buona società” di cui riscattarono i vizii, la decadenza e la cecità. E alla società appartenevano signorine e signore che nelle città arrischiarono la fucilazione la tortura la prigionia per nascondere ebrei o patrioti, per ospitare capi della resistenza o ufficiali inglesi, per portare oltre confine messaggìi segreti o per trasmetterli con le radio clandestine, per recarsi alle carceri e aiutare i prigionieri politici, per avviare disertori e renitenti in Svizzera o al di là della linea gotica, per trattare con gli invasori riscatti di personalità politiche compromesse o minacciate. Donne che avevamo conosciuto un dì nei salotti, sulle spiagge eleganti, nei ritrovi sportivi, alle fiere della vanità europee, donne preoccupate fino a quell’otto settembre di mondanità e di lusso, donne di spensierata fama sociale, donne snob e chic, fecero modestamente e disinvoltamente il loro dovere di cittadine italiane, di aspiranti a un mondo liberato. L'Illustrazione Italiana n. 28 del 1946Se anche diedero alla loro impresa un tono e un cuore di ispirazione romantica, se nel loro coraggio entrò un coefficente di ispirazione letteraria o addirittura cinematografica (con richiami alla Belgioioso per esempio, o alla “Primula rossa”) non di meno la “società” può vantarsi di averle espresse e la storia di questo diluvio non può dimenticarle. Accanto a questa resistenza diretta, operante, ci fu la resistenza passiva. Gli sconvolgimenti dei tragici mesi (dal luglio al settembre ’43) avevano dato uno scossone assai forte (e piuttosto sgarbato) ai piloni ideali e materiali della “società”. Ogni illusione nella vittoria dell’asse era caduta, ogni simpatia per il mondo del regime sfumata, ogni possibilità di convivenza con i tedeschi si dimostrò vana o addirittura ripugnante come una malattia infettiva. E la maggioranza del “clan chic” ripudiò con la disinvoltura che gli è propria tutto quello che aveva accettato o subìto dal lusinghevole regime. E pur di evitare l'obbligo o la attrazione di una nuova “liason” col superstite fascismo, di un flirt con la “fedele Germania”, di una “mesalliance” con l’imbattibile tripartito eccetera, molti signori non più di leva, affrontarono, come si suol dire romanticamente: la “via dell'esilio”. Lo stile dell’emigré si adatta bene a una certa decadenza delle classi ricche. La Svizzera si trovò ad ospitare intere famiglie di fuggiaschi dell’aristocrazia e della borghesia più alta. Molti (israeliti, antifascisti di antica data, monarchici militanti), erano realmente braccati, minacciati, perseguitati dalla Gestapo, dalle SS, dalle infinite polizie italiane. Ma taluni emigrarono perché colti da uno sproporzionato panico o da un bisogno di imitazione snobistico (“se ci va lei” , “se ci va zia” ecc.) considerarono questo intermezzo pieno di reminiscenze della Stael e di Chateaubriand come un diversivo di lusso. EPin Up. DalL'Illustrazione Italiana n. 28 del 1946 fecero gli emigrés di lusso; di prima categoria e magari si adoperarono accanitamente e utilmente a favore dei movimenti di resistenza pur tra i tè, le partite di scì o di golf, i soggiorni climatici. I diversi emissarii dell'Intelligent service alleato utilizzarono una milizia volontaria di italiani che. abitava nei Grands Hòtels, frequentava le pasticcerie più in voga, i teatri e i campi di pattinaggio di Losanna e di Ginevra, le sale di concerto e di cinematografo. Pur tra le distrazioni piacevoli la società era disposta ad arrischiare la pelle e la arrischiò per far la spola attraverso il confine o per ingaggiarsi nelle schiere partigiane. Il coraggio è uno stile, più che una vocazione dei “signori”; e il coraggio non mancò se molti si illudevano che i rapporti di buona amicizia contratti nei luoghi di cura internazionali nei teatri e nei surf durante le competizioni sportive o le gare artistiche le simpatie di una stessa casta privilegiata, le affinità di una stessa legge di buone maniere e di eleganza, il linguaggio e il costume degli eletti uguale a Roma e a Londra, come a Parigi e a Nuova York avessero creato indistruttibili vincoli di comprensione e magari di alleanza che sarebbero stati utili al tavolo della pace e avrebbero cancellato nel ricordo dei popoli la macchia dei nostri peccati. Al tavolo della pace gli egoismi e gli spiriti della conquista e della vendetta hanno scoperto le loro batterie; si è dimenticato non solo questo; ma le promesse fatte, l'apporto di sangue dato alla causa delle nazioni unite. Sotto i gentlemen c'erano dei giustizieri, sotto gli sportivi dei militari, sotto gli amici dei revisori di conti. La società ha avuto la sua delusione e ha ingoiato con amarezza l’ultimo sorso di un calice che la Moira (il destino degli antichi) le ha porto senza grazia: e senza quelle forme sì che in società sono quasi più necessarie e Apprezzate della virtù stessa. Adesso il disastro nazionale ha preso ai tangibili per ognuno: lo spauracchio del “redde rationem” morale (non quello della epurazione), lo spettro del giudizio che una generazione in punto di morte, come un uomo in punto di morte, fa di se stessa, dopo aver esaminato il bilancio dei suoi 50 anni, è pieno di rimorsi e di dubbi. Ma poche generazioni ebbero un tale peso da reggere; e se non l'assoluzione la nostra otterrà forse dal tribunale della Storia le circostanze attenuanti. Invece i figli guardano i padri con melanconia e con ironia; la società ha fatto fallimento. Le conseguenze economiche e sociali del crollo sono meno amare e meno disperanti della nostra confessione finale di aver tutto sbagliato e di non aver abbastanza anni, né per ricominciare, né per espiare: né per illuderci. Le macerie predominano fuori e dentro di noi: hanno un colore grigio (Dante avrebbe detto “perso”); sono ossami sgretolati di uno scheletro che non ha resistito: ed è difficile immaginare che, una volta, fossero rivestiti di carne, di pelle e palpitassero di vita. Il monologo del becchino di Amleto torna facilmente alla memoria: ombre camminano tra questi avanzi; e il crepuscolo dell'Europa plana sulle vestigia di un mondo che non è più. Barlumi di luce si intravedono davanti alle città crollate: essi sono i segni della speranza, la guida della missione che il nuovo mondo deve seguire se vuol rinnovarsi e sopravvivere. Ma “una società” fu.
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