Non Mollare (1925), a cura di Mimmo Franzinelli, Bollati Boringhieri 2005
Il Non Mollare
Gaetano Salvemini
Una sera del gennaio 1925, eravamo Carlo e Nello Rosselli, Ernesto Rossi, Nello Traquandi, non ricordo più chi altri ed io, e commentavamo il discorso fatto da Mussolini il 3 gennaio. Eravamo tutti d’accordo che i deputati dell’opposizione antifascista, il così detto Aventino, non avevano capito che la seconda ondata, tante volte minacciata da Mussolini, aveva ormai avuto luogo e li aveva travolti; bisognava far punto e da capo, e prepararsi a una resistenza lunga e ben dura. Nel corso della conversazione, ad uno di noi capitò di dire: “Ora che la libertà di stampa è abolita, vedremo comparire la stampa clandestina”.
Alcuni giorni dopo, mi recai a Roma, non ricordo più per quale faccenda. Al mio ritorno Ernesto mi presentò un foglietto intitolato Non Mollare (1). L’impresa era stata deliberata in casa Rosselli da Carlo e Nello Rosselli, Nello Traquandi e Dino Vannucci.
Ernesto ha raccontato come fu trovato il titolo del foglietto:
avevamo passato in rassegna i nomi dei periodici italiani e stranieri che conoscevamo, risalendo fino a quelli del Risorgimento. Nessuno ci sembrava adatto per la testata del giornaletto che volevamo fare. In mancanza di meglio ci eravamo fermati sul nome Il Crepuscolo. Ma non ne eravamo soddisfatti. Poteva dar luogo ad equivoci: il crepuscolo non è solo la prima luce dell’alba; è anche l’ultima luce del giorno. E poi dal sostantivo si sarebbe potuto trarne l’aggettivo “crepuscolari”, col quale non ci sarebbe certo piaciuto di essere qualificati ... Fu Nello Rosselli finalmente a suggerire: “Chiamiamolo Non Mollare”. E tutti fummo subito d’accordo.
Era proprio quello che volevamo dire: un rimprovero, un incitamento, un comando a tutti i cacastecchi, che con mille ragioni dimostravano che ormai non c’era piil nulla da fare; a tutte le anime pavide che già accettavano il fascismo come un fatto compiuto, adattandosi alla servitù per timore di peggio.
Nello, nel marzo 1925, andò a perfezionare i suoi studi in Germania, e non ritornò in Italia che nel settembre I925. Perciò la sua macchina, la “Bianchina”, e lui non parteciparono alle vicende di quell’anno.
Naturalmente, quando usci il Non Mollare, i benpensanti ci rivolsero le solite critiche: “il gioco non valeva la candela; i foglietti andavano nelle mani delle persone che già erano convinte della bontà della causa; noi mettevamo in circolazione notizie d’interesse troppo scarso per giustificare il rischio”. Ernesto rispondeva che avrebbe distribuito anche un foglietto sul quale fosse stato scritto soltanto Bollettino antifascista; l’importante non era di rubare il mestiere ai quotidiani, ma di fare e di ottenere che altri facesse quel che il governo fascista proibiva: cioè dare esempio di disobbedienza ed eccitare alla disobbedienza, esercitando contro la volontà dei fascisti un diritto che ci apparteneva come a tutti i cittadini nei paesi civili.
A Ernesto Rossi e Traquandi era affidato l’ufficio di cercare i tipografi che stampassero il foglio.
In nessuna tipografia - ha scritto Rossi - potemmo stampare più di due numeri, perché nelle tipografie sospette venivano fatte continuamente sorprese, e dovevamo considerare bruciata ogni tipografia che fosse stata perquisita.

Alcuni numeri bisognò farli stampare a Milano. Nel Veneto furono messe a contribuzione una tipografia di Padova e una di Treviso.
Di regola si stampavano due o tre mila copie. Le spese erano coperte dai contributi volontari dei lettori. Non mancarono aiuti sostanziosi di amici agiati. Io procurai una decina di migliaia di lire fra amici di Milano, Roma e Firenze. Quanto occorreva a pareggiare il bilancio, era dato da Carlo Rosselli, che cominciò cosi a dar fondo al suo ingente patrimonio.
Il pacco degli stampati, appena pronto, era portato in luoghi sempre diversi.
L’ufficio distribuzione venne affidato a Traquandi. Conosceva un’infinità di persone nel ceto medio e nei ceti popolari, e subito trovava l’uomo adatto ad ogni compito. Sapeva tutto quello che succedeva ovunque, e con le sue informazioni orientava la redazione sugli argomenti da trattare e sui modi di trattarli. Per la distribuzione non doveva fare altro che mettere a profitto la rete di Italia Libera: si può dire che Non Mollare fu emanazione di questo gruppo.
Agli organizzati nella Italia Libera si aggregarono ben presto molti estranei alla società segreta. Basterà ricordare Gaetano Pieraccini, Alessandro Levi, Marion Cave, Guido Ferrando, Gaetano Pilati. E fra i primi organizzati ed i nuovi venuti si andò formando una rete assai ragguardevole per numero e qualità di aderenti.
L’uomo certamente più notevole, per intelligenza e carattere, era Gaetano Pilati. Aveva cominciato la vita dalla cazzuola. Grazie al tenace lavoro, era arrivato a fare il capomastro e l’intraprenditore edile. Nella guerra del 1915-18 era stato mutilato della mano sinistra, ed aveva avuto una medaglia d’argento al valore. Eletto deputato nel 1919, quando andava a Roma per le sedute parlamentari, neppure desinava in trattoria: comprava in una rosticceria un po’ di frittura, che mangiava in piedi, come quand’era muratore. Non rieletto nelle elezioni del 1921, era ritornato quietamente al suo lavoro, La probità e competenza gli avevano assicurato la fiducia delle banche, e costruiva interi blocchi di case.
I contatti con lui li teneva Ernesto Rossi, che così lo ricordò sul Ponte dell’agosto 1945:
Dopo avere passato tutta la giornata sul cantiere, stava in piedi fino a notte tarda per mettere in ordine i suoi registri ed i suoi disegni. Verso la mezzanotte andavo spesso da lui per discutere e per portargli della stampa clandestina. Interrompeva subito quel che stava facendo ed era tutto felice se trovava il modo di esserci utile.
Non faceva mai questione di parrocchia. Se riteneva che una iniziativa fosse buona, non guardava da che parte venisse. Alla mia proposta di pubblicare un giornale clandestino, aderì subito con entusiasmo: “Non convien domandar niente ai capoccia di Roma. Altrimenti fra un anno saremo ancora a discutere. Facciamo da noi” disse. E tirò fuori dal portafoglio un biglietto da cento. “Portatemi più copie che potete. Alla distribuzione fra gli operai, anche in provincia, penserò io. Non dubitate”.
Tutte le volte che gli portavano un pacco di Non Mollare, Pilati si lamentava: era troppo piccolo. Ne avrebbe voluti molti di più. E lui stesso, la notte, usciva col pentolino della colla per andare ad appiccicare qualche copia sui muri del suo rione.
Arrivò a distribuire fino a mille e cinquecento copie.
Non appena gli stampati erano pronti, i capi-zona dell’Italia Libera si presentavano uno dopo l’altro alla loro ora, mai tutti insieme; ciascuno riceveva il pacchetto, e via per la distribuzione ai capigruppo; questi consegnavano i fogli ai lettori; i lettori pagavano, se potevano, la copia che ricevevano, e subito passavano ad altri il corpo del reato.
Il Non Mollare circolava con rapidità fulminea. Si capisce il perché. Nessuno sopprimeva il foglio, prima perché voleva leggerlo e poi perché avrebbe fatto una cattiva azione, non passandolo ad altri; ma non voleva farselo trovare addosso, in caso di sorpresa. Perciò non appena poteva, lo passava al suo vicino.
Chi non lo trovava nella cassetta delle lettere - ha scritto Bruno Pincherle, su Italia Libera del 30 gennaio 1945 - o non se lo vedeva mettere tra le mani di soppiatto da un ignoto, lo leggeva al mattino affisso alle cantonate.
Una volta - ha raccontato Ernesto Rossi sul Ponte - mentre sorridevo ironicamente leggendo una notizia bluffistica sul manifesto de La Nazione, davanti a un giornalaio, un omino mi tirò per la manica e mi dette una copia del Non Mollare sussurrandomi: “Lo legga dopo”. Un’altra volta, mentre aspettavo un amico in un caffè, un cameriere, che non mi conosceva, ma aveva notato che leggevo i giornali dell’opposizione, mi portò il Non Mollare dentro un altro giornale. E fu molto stupito quando, senza leggerlo, glielo restituii subito, ringraziandolo, dopo aver fatto con la stilografica un segno di trasposizione in una riga che era stata impaginata fuori posto.
I pacchetti erano portati a mano ai destinatari fuori Firenze da ferrovieri viaggianti o ambulantisti postali. Varie centinaia di copie andavano per posta, ma erano imbucate in città diverse. Per l’impostazione molte volte servivano ferrovieri e ambulantisti postali. Questi ultimi, per non far capire da qual treno era stato effettuato il trasporto, annullavano i francobolli in modo che non si potesse leggere il timbro.
Qualche volta un pacco era buttato lungo la scarpata della ferrovia in un posto prestabilito; veniva raccolto da chi aspettava e messo in circolazione.
Fuori di Firenze aiutavano Camillo Berneri, che insegnava in una scuola normale dell’Umbria; Riccardo Bauer, Ferruccio Parri e Vittorio Albasini Scrosati a Milano; Egidio Meneghetti a Padova; Max Ascoli, Tullio Ascarelli, Umberto Morra di Lavriano, Lucangelo Bracci e Umberto Zanotti-Bianco a Roma. ...
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