Andreotti, l'enigma della storia d'Italia
di Eugenio Scalfari Rep. 260999
Personaggi e contesto storico sono abissalmente diversi, eppure ogni volta che capita di riflettere su Giulio Andreotti viene spontaneo di avvicinarne la biografia politica a quella del principe di Benevento: vescovo di Santa Romana Chiesa, poi prete repubblicano, poi spretato e membro delle assemblee rivoluzionarie, poi ministro degli Esteri di Napoleone e infine passato con la levità che gli era propria dalla parte della Restaurazione, rappresentante della Francia di nuovo borbonica al Congresso di Vienna, orleanista e morto in tarda vecchiezza benedetto dal Papa e riaccolto nelle ampie braccia della Chiesa.
Viene in mente Talleyrand, anche se il percorso politico di Andreotti, egualmente lungo e frastagliato, sembra meno avventuroso di quello del suo modello. I punti in comune tra i due sono anzitutto l'imperturbabilità, l'ironia, il gusto della battuta e l'impareggiabile cinismo. Entrambi sono stati per mezzo secolo alla ribalta, di volta in volta al vertice del potere o estromessi e accantonati; entrambi sono passati attraverso gli scossoni della storia - o se volete della cronaca politica - cambiando alleanze e amicizie con la stessa disinvoltura con cui si dice che la salamandra passi attraverso le fiamme; entrambi sono stati ricercati e apprezzati dai conservatori, dai progressisti, dagli uomini dell'ordine e da quelli del disordine, dai reazionari e dai riformisti.
Entrambi infine non sono mai stati tentati di indulgere ad ampi disegni e a strategie di lunga durata: hanno piuttosto campato alla giornata navigando a vista con il solo obiettivo di mantenere il potere, bene prezioso e non fungibile; il potere per il potere, al cui possesso tutto può e deve esser sacrificato.
Fin qui gli elementi che li accomunano. Ma poi ci sono le differenze. Talleyrand non ebbe alcun punto di riferimento all'infuori di se stesso e lo si spiega col fatto che apparteneva a una delle più antiche casate di Francia, più antica della stessa dinastia capetingia, padrona del Périgord da Tolosa fino alle foci della Gironda. Per Andreotti invece un punto di riferimento permanente - oltre a se stesso, c'è stato nella Chiesa di Roma, stella polare del suo agire politico.
E' sempre temerario tentar di penetrare nei sentimenti profondi d'un'altra persona; perciò è impossibile sapere se in lui il sentimento religioso sia stato e sia fervidamente operante come lo fu per La Pira o lo è per Fanfani.

Non è mai stato l'uomo del partito, né quando si chiamava Democrazia cristiana né, tanto meno, quando si è poi chiamato Partito popolare. Ma il partito non ha mai potuto prendere una qualche decisione importante senza avere ascoltato il suo parere e possibilmente averne ottenuto il preventivo consenso. Quando, in rari casi, il partito decise senza o contro di lui, Andreotti riunì attorno a sé le minoranze e sconfisse il quartier generale.
Ebbe il gusto, anzi la vocazione di sparigliare il gioco, un compito che i giocatori dello scopone scientifico assegnano a chi gioca contromano. Del resto per lui, oltre che una vocazione, lo spariglio è stato una necessità; la stessa che in modo più aulico viene definita con la frase: Divide et impera. Di questa tecnica è stato maestro al punto di appoggiare in certe occasioni uomini e gruppi a lui dichiaratamente avversari pur di limitare la concentrazione del potere in altre mani magari amiche ma che non fossero le sue. In questo modo - sia pure per interesse personale - ha contribuito a mantenere aperto il gioco e questo è un merito storico non da poco, anche se probabilmente è il solo che gli si possa riconoscere.
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Il demerito, sul piano strettamente politico, coincide con la sua tecnica dell'eterno rinvio e del compromesso eletto a sistema. La sua pretesa capacità amministrativa è una solenne panzana. Se c'è stato un responsabile primario del degrado della pubblica amministrazione e quindi dello Stato, questi si chiama Andreotti, sette volte presidente del Consiglio e innumerevoli volte ministro delle Finanze, dell'Interno, della Difesa, degli Esteri.
In un solo caso invece di sparigliare apparigliò e lo fece col famoso triumvirato con Craxi e Forlani (in sigla Caf). La posta era per lui quella di coronare la sua vita con l'ascesa al Quirinale, ma in quel caso, forse per la prima e ultima volta, sbagliò i conti: non aveva previsto che il Parlamento del 1992 non sarebbe più stato governabile con i vecchi metodi; tantomeno aveva previsto che dalla corruzione sistemica sarebbe nata la tempesta di Mani pulite.
Di lì alla perdita d'ogni potere e infine ad esser trascinato sul banco degli imputati il passo è stato assai breve.
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Tangentopoli. Che Andreotti sapesse quanto avveniva nei corridoi del potere, nei ministeri, nei partiti, nelle correnti, nelle imprese e fino a che punto dalla metà degli anni Settanta al '92 il potere servisse ai gruppi e ai singoli individui per procacciar denaro e il denaro servisse a consolidare ed estendere il potere, è cosa certissima. Non soltanto perché se c'era un uomo al centro di quella ragnatela di potere sporco, quell'uomo era lui; ma anche perché i suoi più prossimi collaboratori e amici di quella ragnatela sono stati direttamente e confessatamente partecipi.
Andreotti è stato sicuramente colpevole di omertà. Sapeva come e forse più degli altri oligarchi ma non gli sfuggì non dirò un nome ma neppure un sospiro. Maneggiò anche lui denaro illegale? Non lo so ma personalmente non lo credo poiché lui il potere lo aveva e lo estendeva in altri modi. Non gli serviva rubare alla Stato; gli bastava sapere che altri, quasi tutti gli altri, lo facevano e sapevano che lui lo sapeva.
Ma quando poi doveva difendere gli amici in difficoltà con la giustizia, allora si scatenava. Così fece quando i Caltagirone entrarono nel mirino della Vigilanza della Banca d'Italia e con loro l'Italgas; e quando la stessa Banca d'Italia rifiutò il piano di salvataggio di Michele Sindona. Il governatore Baffi e il capo della Vigilanza Sarcinelli pagarono carissimo l'adempimento dei loro doveri; fu quello uno dei momenti più umilianti e tristissimi nella storia del Paese, una ferita ancora aperta e che, quella sì, dovrebbe essere indagata a fondo dalla magistratura penale.
Mafia. Mi attengo a quanto lo stesso Andreotti ha detto in più di una occasione.
Ha detto: "Ci può essere stata una fase di distrazione da parte dei governi e delle forze politiche nei confronti della mafia; una distrazione dovuta alla convinzione che la mafia non costituisse in quel momento un pericolo serio per le istituzioni e per l'ordine pubblico. Poi questa fase è cessata quando la pericolosità mafiosa è emersa in tutta la sua evidenza. Da allora l' azione di contrasto è stata costante ed ha raggiunto il culmine con i provvedimenti e le iniziative adottate dal governo da me presieduto".
Tutto sta nell'intendersi sul significato della parola "distrazione" e nel fissare il periodo in cui la "distrazione" fu operante. Può dirsi operante una distrazione? Attenzione perché non si tratta qui di una questione puramente terminologica: se una distrazione è operante vuol dire che è consapevole; se è consapevole siamo già passati dalla distrazione ad un'omissione attiva. Il punto è lì ed è questo il vero oggetto del processo di Palermo che andrà a sentenza tra poche settimane.
La fine della distrazione consapevole o dell'omissione attiva che dir si voglia coincide più o meno con l'assassinio di Salvo Lima, proconsole andreottiano in Sicilia per molti anni e fino alla sua morte sul selciato di una strada di Palermo. Perché la mafia uccide un potente che ha libero ingresso nel Palazzo ed anzi ne fa parte integrante? La risposta è chiarissima: la mafia uccide per liberarsi di un nemico (Falcone, Borsellino) o per vendicarsi d'un impegno non rispettato e anzi addirittura tradito. L'assassinio di Lima si iscrive chiaramente in questa seconda categoria non essendo egli minimamente iscrivibile nella prima.
Bisognerebbe ora chiedersi che cosa realmente avvenne nella lunga fase della "distrazione", che comincia addirittura con lo sbarco degli americani nel 1943, prosegue col movimento separatista e più tardi col milazzismo, attraversa l'episodio Giuliano e via via fino all'insediamento mafioso al vertice del Comune di Palermo, alla manomissione degli appalti e dei fondi erogati alla Regione e di lì dispersi in direzioni sospettissime, al legame Sindona-Cosa nostra, fino allo scontro sanguinoso tra la cosca Bontade-Badalamenti-fratelli Salvo da un lato e i corleonesi dall'altro.
Ecco, la distrazione finisce in quel momento e poco dopo finisce anche la vita di Salvo Lima. Questa è la storia, la certissima storia. Se essa sia tale da dar luogo ad una sentenza di colpevolezza giudiziaria lo diranno i magistrati di Palermo. Resta il giudizio politico. Per parte nostra esso è già dato da tempo.
Ancora resta la complessità del personaggio Andreotti che ne fa anche, se si può dir così, la grandezza. La grandezza dell'enigma. Un pomeriggio di una quindicina di anni fa, dopo aver intervistato De Mita a casa sua (allora era presidente del Consiglio con Andreotti nel governo e suo alleato nel partito) il mio interlocutore mi domandò: "Ma tu sai chi è veramente Andreotti?". Io risposi: no, ma tu dovresti saperlo. "E invece non lo so nemmeno io. Per me quell'uomo è un mistero".
Esattamente come il principe Talleyrand-Périgord: un mistero per tutti tranne che per Chateaubriand. L'arte a volte capisce e intuisce più di qualunque investigazione.
1999 - Giulio Andreotti
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