Giuseppe Loteta, L'Astrolabio, n. 24, pp. 36-39, 11 giugno 1967
Il pugnale di Mussolini
Normandia, 9 giugno 1937. Su una strada di campagna a Bagnoles-sur-l’Orne Carlo e Nello Rosselli cadono sotto i colpi di pugnale dei cagoulards. La parola d'ordine lanciata da Carlo Rosselli a radio Barcellona - “oggi in Spagna, domani in Italia” - ha finito di turbare il sonno di Mussolini. La storiografia ha chiarito e provato a chi risalgono le responsabilità dell'assassinio. La magistratura francese ha colpito i sicari. Solo i mandanti non pagano: la nostra magistratura non è riuscita a fare giustizia
“La Corte non può dissimularsi un dubbio, tenue è vero, ma sempre un dubbio: che nel torbido mondo del fuoruscitismo internazionale in Francia potessero fermentare oscure tragedie, e che vittima di una di esse poteva anche essere stato Carlo Rosselli”.

L'assassinio.
Normandia, 1937. Carlo Rosselli aveva cominciato a curare coi fanghi, alla stazione termale di Bagnoles-sur-l’Orne, una vecchia flebite riacutizzatasi l'anno precedente in Spagna, Le vicende del fronte aragonese, che lo aveva visto per cinque mesi - dall'agosto al dicembre del 1936 - infaticabile comandante della Colonna Italia, avevano fortemente logorato il suo fisico. La ferita di Monte Pelato, la ricomparsa della flebite a novembre, i disagi del fronte, avevano reso necessario un periodo di riposo e di cure. Un periodo molto breve, si intende, perché Rosselli non voleva restare lontano dalla battaglia frontale che si svolgeva nella penisola Iberica tra il popolo spagnolo e il fascismo europeo. Dopo i fanghi di Bagnoles, che aveva iniziato il 27 maggio, sarebbe ritornato in Spagna, a riprendere il suo posto di combattimento tra i difensori della Repubblica. Per il momento, e questo contribuì a facilitare l’omicidio, la sua vita si svolgeva tranquilla e soprattutto regolare. Dice di quei giorni Salvemini:
“Impiegava la mattina nel fare la cura; lavorava nella sua camera fin verso le 5,30 pomeridiane; allora usciva sulla Ford a prendere aria per un paio d'ore; nel tornare all’hotel, verso sera, evitava il traffico della strada maestra, percorrendo una via secondaria non molto frequentata. Qualcuno aveva certamente studiato le sue abitudini per preparare l'agguato”.
Il 6 giugno Cario era stato raggiunto a Bagnoles dal fratello Nello, che veniva da Firenze, e il 7 dalla moglie Marion, che aveva lasciato i bambini per qualche tempo a Parigi. Il 9 giugno, improvvisamente, Marion decide di rivedere i figli. Carlo e Nello l'accompagnano alla stazione e poi percorrono con la loro macchina la solita strada poco frequentata che, attraverso il bosco di Couterne, avrebbe dovuto portatili all'albergo. I loro corpi, straziati dal pugnale e dalla pistola, sono trovati il giorno dopo in un fossato, da un contadino, che avverte la polizia.
Chi ha ucciso Carlo e Nello Rosselli? Perché? Per conto di chi? A queste domande tentano di dare una prima risposta la polizia francese, gli antifascisti italiani e la stampa di Mussolini. La Sureté non fa miracoli. Al punto che Salvemini scrive a un amico il 21 giugno:
“La polizia qui non fa nulla di serio. Hanno ricevuto l’ordine di non far nulla. Non hanno iniziato veruna ricerca all'hotel, che sarebbe stata la prima cosa da fare. Hanno arrestato ... due socialisti per liberarli subito dopo. Non vogliono seccature, ma fanno la commedia di un'inchiesta che non concluderà nulla. Pare che oggi verranno a perquisire la casa di ... Carlo. Speriamo non mettano in carcere la madre e la moglie. Ricercare gli assassini è vano. Debbono avere attraversato la frontiera in automobile poche ore dopo il fatto, in Belgio o nel Lussemburgo o in Germania. Dovevano esser qui con nomi falsi. Bisognava ricercare negli hotels della regione i nomi delle persone che si erano squagliate nel giorno del delitto. Bisognava interrogare tutte le persone impiegate nell'hotel. La polizia non ha fatto nulla di questo. E' chiaro che Blum e compagni non vogliono avere noie con Mussolini. Se fanno delle ricerche, le fanno fare a nostra insaputa; le notizie raccolte, se ne ottengono, se le tengono per sé, cioè le mettono nel dossier dei documenti segreti per dimostrare a Mussolini un nuovo favore nella speranza di essere compensati”.
Se il giudizio di Salvemini è esatto per quanto riguarda le indagini dei primi giorni e il governo di Leon Blum, lo diventa ancora di più per il governo del radicale Chautemps, che si sarebbe costituito a fine giugno, e per quello Daladier. Perché un primo barlume di luce venga fuori è necessario che una donna coraggiosa si presenti spontaneamente alla polizia a dire di aver visto le macchine ferme degli assassini sul luogo della strage e di essere in grado di riconoscerli; è necessario che uno dei tueurs. M. A. Bouvyer, si vanti pubblicamente il 2 dicembre 1937 di aver preso parte all'assassinio.
L'accusa di G. L.
I quotidiani italiani del tempo, intanto, si esercitano in una sporca e prezzolata gara di menzogne e di calunnie, tendente a far risalire la responsabilità del delitto ai fuorusciti, Primeggia tra tutti Il Telegrafo diretto da Giovanni AnsalIdo, e, volta per volta, la morte dei Rosselli viene attribuita a “odi tra le diverse sette estremistiche”, agli “anarchici italiani e catalani”, ai russi, agli inglesi, eco. Il colmo dell'idiozia e della spudoratezza è però raggiunto, il 5 febbraio 1938, dalla Tribuna di Roma, che pubblica un articolo di fondo intitolato Il coltellaccio massonico, in cui si legge, fra l'altro:
“La massoneria dunque ha il suo modo di uccidere particolare, e questo modo di uccidere è all'arma bianca. Quando l'esecutore, le tueur, per ragioni dì praticità uccide in altro modo, ha sempre cura dì lasciare egualmente un coltellaccio sul luogo del delitto, all’arma bianca fu ucciso il massone russo Navachìne. All'arma bianca furono uccisi i fratelli Rosselli”.
Gli unici ad avere subito le idee chiare sui mandanti del duplice omicidio e a denunciarli all’opinione pubblica internazionale furono gli antifascisti italiani, E’ il comitato centrale di “Giustizia e Libertà” a dichiarare il 12 giugno, due giorni dopo il ritrovamento dei due corpi:
“Noi accusiamo formalmente Benito Mussolini di aver dato ordine a sicari fascisti di venire in Francia per assassinare Carlo e Nello Rosselli”.
Ed è sempre “Giustizia e Libertà” ad affermare il 14 gennaio 1958, in occasione dell'arresto di alcuni degli esecutori materiali:
“Solo il fascismo italiano aveva interesse a sopprimere Rosselli. Il bersaglio non poteva essere scelto che da Mussolini. Solo Mussolini era in grado di misurare la forza di tanto avversario. Egli solo poteva indicarlo ai suoi scherani, indigeni o stranieri, per sbarazzarsi - alla vigilia di una guerra tenacemente meditata e preparata - d’un oppositore che aveva dato eccezionali prove di ardimento, di chiaroveggenza, di slancio e di iniziativa e che sarebbe stato un ostacolo enorme sul pericoloso cammino della bellicosa follìa imperialista”.
Processo alla Cagoule.
“Non ebbe il tempo di aprir bocca - confessò anni dopo Jakubiez – lo sparo di Filliol fu fulmineo e l'uomo stramazzò a terra. Occupati di lui, ci gridò allora Filliol, io la faccio finita con l'altro. Dovetti obbedire. Strinsi il pugnale nel pugno e colpii a più riprese il corpo che rantolava. Mentre agivo una raffica mi fece capire che anche Carlo era spacciato. Ma le mani mi tremavano talmente che Filliol mi scartò con un urtone e, strappatomi il pugnale, si accanì ferocemente sul cadavere. Gli altri si accanirono su Carlo Rosselli che, colto di sorpresa, tanto l'azione era stata fulminea, s'era accasciato sui cuscini intrisi di sangue”.
L'istruttoria del processo contro la cagoule durò fino al 1940. Poi, salì al potere Pétain, tutti gli arrestati furono messi in libertà e Metenier venne promosso al rango di capo del "gruppo di Protezione” del Maresciallo. Ripreso nel dopoguerra, il processo si concluse il 26 novembre del 1948 con la condanna di Metenier a venti anni di lavori forzati, di Jakubiez ai lavori forzati a vita, di Puireux e della moglie di Filliol (anch'essa riconosciuta complice nel delitto Rosselli) a cinque anni di lavori forzati. Gli altri responsabili diretti della strage di Bagnoles erano nel frattempo morti o scomparsi.
La congiura
Il colonnello non raccontava frottole. 
Il polpettone giudiziario.
Ce n'era abbastanza per un processo esemplare e una giusta condanna, ma la macchina della giustizia italiana si mosse a casaccio. Il processo per l'assassinio dei Rosselli si svolse a Roma dal 29 gennaio al 12 marzo 1945, innanzi all'Alta Corte di Giustizia per la punizione dei delitti fascisti. Di quel processo scrisse Salvemini:
“Non credo vi sia mai stato un dibattimento messo insieme più bestialmente. Furono amalgamati quattro gruppi di imputati che non avevano fra loro nessun legame né cronologico, né geografico, né logico, salvo l'accusa di aver contribuito con atti rilevanti a mantenere in vigore il regime fascista. Per questa accusa avrebbero potuto essere amalgamati insieme in un unico processo parecchie migliaia di italiani, In aggiunta a quegli atti rilevanti, comuni a tutti gli imputati, due di costoro avrebbero avuto mano negli assassini di re Alessandro di Jugoslavia e del Ministro francese Barthou, avvenuti a Marsiglia nel 1934; uno era responsabile di essere stato sottosegretario agli Esteri durante la guerra contro l’Abissinia nel 1935-36; uno era accusato per malversazioni in Albania; uno per l'aggressione alla Grecia nel 1940. C'erano anche gli accusati per l'assassinio dei Rosselli, ma nel polpettone erano rimescolate insieme persone evidentemente colpevoli, persone di responsabilità incerta e persone contro le quali non v'era l'ombra della minima prova”.
Il processo si concluse con una lunga serie di condanne all'ergastolo, ma la sentenza fu annullata dalla Corte di Cassazione, che rinviò gli imputati alle Corti d'Assise di Roma e di Perugia. Delle quali si è già detto all'inizio.
Giuseppe Loteta
(Il testo completo lo puoi leggere su (vedi sotto)
