Italia che scrive, Anno I, Roma 1918
Gaetano Salvemini

Una "femme fatale".
Una "femme fatale".
È uomo e scrittore di battaglia, ed ora più che mai sulla breccia, dopo la pubblicazione del volume su la Questione dell'Adriatico, nel quale ha avuto a collaboratore Carlo Maranelli. Il volume ha suscitato e continua a suscitare grande interesse e gran fervore di discussioni. Si può definire la conclusione di una battaglia condotta da Salvemini per tre anni sul suo periodico settimanale L’Unità, con fede ed energia mirabili, anche quando pochi erano i seguaci, e numerosi invece e padroni del campo e vituperanti erano gli avversari; conclusione vittoriosa, in quanto le recenti correnti delineatesi fra noi per l'intesa con gli slavi del sud circa l'assetto dell'Adriatico rispondono alle idee dal Salvemini propugnate.
Del resto, tutta la vita e l'opera di Salvemini storico e scrittore e uomo politico, hacarattere di lotta per alti ideali.
Pugliese d'origine - è nato a Molfetta nel 1873 - si formò intellettualmente e moralmente a Firenze; dove giunse a 17 anni, vincitore presso l'Istituto di Studi Superiori di una borsa di studio che agevolò a lui, uscito di famiglia ristretta di mezzi, la vita durante i quattro anni di studi nella Facoltà di Lettere.
Nella prolusione tenuta nel dicembre 1916 nell'Aula magna dell'Istituto di Piazza S. Marco, ritornando come maestro fra quelle stesse mura che lo avevano visto studente, il Salvemini ha con pittoresca vivacità tratteggiato l'ambiente fiorentino di venticinque anni prima; il tumulto di impressioni e di idee che agitò subito lui giovinetto pugliese, appena uscito dal Seminario della cittadina di provincia del Mezzogiorno, e piovuto nel gran centro intellettuale artistico dell'Italia centrale, e posto di fronte a maestri come Pasquale Villari, e messo in contatto con le idee nuove del materialismo storico, che in quegli anni cominciavano ad agitare i campi degli studi e della politica, ed entrato in fraterna consuetudine di amicizia con compagni come Cesare Battisti.
La mentalità del giovine subì rapidamente un rivolgimento profondo. L'ex-seminarista divenne presto un ardente seguace delle nuove idee e formò col Battisti, col Mondaini, coi due Mondolfo, il gruppo di studenti a proposito dei quali Pasquale Villari soleva dire: Seminiamo malva e nascono rosolacci”, alludendo argutamente al contrasto fra il liberalismo moderato prevalente tra i professori dell'Istituto e il colore scarlatto delle opinioni di quegli studenti, che erano fra i migliori. Lo studioso si dedicò alla storia medievale fiorentina, sotto la guida del Villari, al lume dei principi del determinismo economico, e coll'ausilio di una salda coltura anche giuridica.
I problemi affrontati, concernenti le origini del Comune, la primitiva legislazione statutaria, le lotte sociali e politiche della seconda metà del sec. XIII, avevano per il Salvemini il fascino di porlo di fronte a questioni di lotte e di rivendicazioni sociali, analoghe a quelle a cui si trovava di fronte nella vita d'ogni giorno; e a cui si interessava la sua fede di socialista.
Fin dai primi saggi dei suoi studi si delineò quello che rimase poi il carattere spiccato della personalità del Salvemini: lo stretto legame tra lo storico e il politico, per cui la ricerca sulle cose del passato non è mai per il Salvemini l'opera dell'erudito che si astrae dal suo tempo e assorbendosi dietro le traccie delle vecchie notizie perde quasi la no (incompleto ed incomprensibile, NdR) è la ricostruzione della vita del passato idealmente collegata alla vita del presente.
Fin da quei primi saggi il Salvemini rivelò la sua forza di storico, dando un impulso decisivo all'indirizzo economico-giuridico, che, sostituendosi all'indirizzo puramente erudito, avviò gli studi storici alla soluzione degli ardui problemi della storia comunale, primo fra tutti quello delle origini del comune.
Finiti gli studi, il Salvemini entrò nell'insegnamento, passando dal ginnasiale tenuto a Palermo, al liceale a Faenza e Firenze, all'universitario a Messina, Pisa, Firenze. E nell'insegnamento, sia secondario, sia universitario, si rivelò maestro insuperabile per ardore ed efficacia. L'ampia cultura e la profonda originalità di pensiero, furono subito messe in valore da quella facoltà di comunicativa, da quello zelo didattico, che caratterizzano gli insegnanti meridionali, quando sono buoni, e che Salvemini possiede in sommo grado e anima con la parola colorita e pronta. È un vero godimento ascoltarlo e seguirlo nelle lezioni o nelle conferenze, quando il suo pensiero originale si scolpisce nelle frasi incisive, o si colorisce in un'aggettivazione pittoresca.
Lento da principio, Salvemini oratore si anima presto e riesce a stabilire tra sé e l'uditorio la corrente di simpatia, allora la parola fluisce, le immagini sono abbondanti e insistenti a colorire il pensiero, spesso la forza travolge, e il successo non manca mai.
Negli anni di insegnamento secondario, ebbe campo di conoscere per esperienza le tristi condizioni della scuola e degli insegnanti.
E ai problemi della scuola, pur senza interrompere i lavori di storia, dedicò la sua attività di studioso e di organizzatore.
Come studioso, affrontò la questione formidabile della riforma della Scuola media, sviscerandola a fondo e raccogliendo poi i frutti delle sue indagini e le sue conclusioni nel volume La riforma della Scuola media, scritto in collaborazione con Alfredo Galletti; come organizzatore, insieme col Kirner, si diede all'impresa di stringer in fascio le energie degli insegnanti medi, per guidarle alla conquista di uno stato giuridico ed economico, che, assicurando la tutela di diritti di ognuno e migliorando le condizioni economiche, permettesse l'elevazione morale e materiale della classe, e portasse l'insegnamento medio all'altezza e alla dignità necessarie.
Erika Bornay
Erika Bornay
Furono quelli i tempi in cui il Salvemini, esuberante di energie, entrò decisamente nella vita politica, campione fra i migliori e i più convinti del socialismo; che allora seduceva i più nobili spiriti per l'idealità di cui si animava e per le battaglie che si combattevano in suo nome. E le battaglie più aspre videro Salvemini in prima linea: quella per la moralizzazione della vita pubblica; quella per richiamare l'attenzione del Paese sul problema del Mezzogiorno; quella per la conquista del suffragio universale; quelle elettorali del 1909 e del 1913 in Puglia, che hanno suscitato clamore di discussione in tutta Italia. Agitatore di idee nei congressi e nei comizi, fu anche giornalista tra i primi per lucidità e vigore di prosa, e a decine prodigò gli articoli nell’Avanti! e nella Critica Sociale. Ma Salvemini non può essere uomo di partito, sopra tutto di un partito rigidamente disciplinato quale il socialista: troppo impulsivo egli è di natura, e troppo spiccatamente personale, e troppo intollerante delle inevitabili transazioni e manovre, che la milizia in un partito politico richiede.
Si formò quindi in lui quella specie di malcontento che nei congressi lo spinse ad assumere sempre atteggiamento contrario agli equivoci e alle soluzioni poco nette, e che finalmente, al tempo della guerra di Libia, lo decise ad abbandonare il partito, e a prendere la posizione, così consona alla sua personalità, di indipendente.
L'intensa attività consacrata alla vita pubblica e alle questioni del suo tempo, determinarono nel Salvemini la tendenza a consacrare la sua opera di storico a questioni a noi vicine non soltanto per il carattere, come le lotte sociali del periodo comunale, ma anche per gli anni. E a questa tendenza dobbiamo il magnifico volume sulla Rivoluzione francese, scritto a Messina, frutto di letture e di studi incredibili, sforzo di sintesi mirabile per vigore di pensiero ed evidenza e perspicuità di narrazione, che scolpisce il periodo preso a studiare, quello tra il 1788 e il 1792, e che è tale da far augurare a gran voce che l'autore tenga la promessa di far seguire al primo gli altri tre volumi, necessari a condurre, secondo il piano iniziale, la narrazione fino al periodo dell'Impero.
Dalla rivoluzione francese al Risorgimento italiano è breve il passo, e il Salvemini che ha progettato - altra promessa di cui gli studiosi attendono, anzi esigono, il compimento - di scrivere un’opera sulle origini dell'Italia contemporanea, agli studi sul Risorgimento è venuto coi suoi magistrali lavori dedicati all'apostolo primo e più grande del Risorgimento stesso, a Giuseppe Mazzini. Anche questi lavori furono delineati negli anni di Messina, anni di operosità mirabilmente varia e intensa, interrotta in modo tragico dal terremoto del dicembre 1908, nel quale il Salvemini fu creduto sulle prime travolto, tanto che sul Corriere della Sera apparve, dovuta alla penna di Giuseppe Ricchieri, una notizia biografica e commemorativa di lui.
Salvo per un miracolo, ma terribilmente colpito noi suoi affetti più cari, il Salvemini trovò la forza di riprendere a vivere, dedicandosi più che mai al lavoro, all'azione politica, alla scuola, dove riusciva a fare de' suoi scolari tanti seguaci ardenti, data la forza suggestiva emanante dalla sua personalità.
Maestro vero, non solo per le qualità didattiche più sopra accennate, ma anche per lo spirito animatore con cui feconda e risveglia le idee nelle menti dei giovani, e sprona e acuisce l'interesse per i problemi, egli ha creato veramente degli allievi che riconoscono da lui la miglior parte di se stessi.
Tornato in Toscana dopo la catastrofe di Messina, il Salvemini si avvicinò al gruppo che, con Giuseppe Prezzolini alla testa, combatteva nel settimanale La Voce una nobile e non infeconda battaglia, per il rinnovamento e l'elevazione della vita intellettuale, morale e politica del nostro Paese.
E della Voce Salvemini fu collaboratore attivo per la parte politica dal 1909 al settembre 1911, fino al momento cioè dello scoppio della guerra di Libia, quando giudicò che il giornale troppo si occupasse dei problemi letterari, in un momento in cui più che altro urgevano i problemi politici, e si separò da esso, per fondare un periodico ai problemi della vita politica più particolarmente dedicato.
Così, nel dicembre 1911, sorse l'Unità, diretta dal Salvemini, che con un'interruzione durò fino all'intervento dell'Italia nella guerra europea; e fu poi ripresa nel [?] zione dei problemi attuali ed importanti; gennaio 1917 sotto la direzione comune del Salvemini e dell'on. De Viti de Marco. La prima Unità, quella del periodo 1911-1915, dovrà servire come base allo storico futuro, per tratteggiare la figura del Salvemini. Organo eminente personale, rispecchia tutti i pregi e i difetti che caratterizzano il suo fondatore.
La personalità di questi, assorbente e quasi predominante con prepotenza, si riflette attraverso tutto il giornale, anche negli articoli non scritti dal Salvemini, ma da lui quasi sempre ispirati e riveduti.
Erika Bornay
Erika Bornay
Il carattere esuberante e spesso impulsivo dell'uomo, si rivela nelle polemiche che, se non hanno mai caratteri e fini personali, ma mirano sempre a qualche alto interesse generale, qualche volta però eccedono per crudezza di impostazione o di frase, e provocano reazioni vigorose. E l'impulso, talvolta porta l'autore a .... quelle che i suoi avversari, pronti a profittarne, chiamano cantonate. Ma dei colpi ricevuti, quando siano portati in buona fede, non si duole il buon combattente, che mai si abbassa ad anteporre la propria persona alla causa difesa. Ed anche quando incorre in qualche eccesso polemico, la bontà del movente, l'elevatezza dei propositi, sono evidenti, e tali da conciliargli il rispetto sempre, anche quando manca il consenso.
La buona fede del Salvemini è sempre stata ed è per ogni onesto indiscutibile, e con la buona fede, l'assoluto disinteresse personale, la nobiltà dei fini, l'amore per il proprio Paese, il proposito di contribuire all'elevazione della vita nazionale. E molte, campagne dell’Unità sono rimaste famose e spesso giustificate dagli eventi che seguirono: quella contro la spedizione di Libia, quella contro il rinnovamento della Triplice, quella contro il protezionismo, quella per l'intervento nella guerra europea.
Le qualità preminenti di Salvemini storico oratore e scrittore sono robustezza e originalità di pensiero e finissimo intuito delle questioni importanti, la lucidità e il rigore logico. Egli suol dire che fra gli studi secondari, quello di cui più profittò per la propria formazione mentale, fu lo studio della geometria euclidea. E, infatti, il suo pensiero si svolge attraverso gli schemi del ragionamento quasi come la dimostrazione di un teorema.
Di qui l'interesse che avvince l'uditore e il lettore, quando segue il Salvemini nell'impostazione e nella discussione di un problema di storia, di coltura, di politica.
La lucidità dell'esposizione e il rigore logico della dimostrazione, proceda essa deduttivamente o induttivamente, sono insuperabili.
Ma qui anche il germe del difetto su cui si appuntano alcuni, quando esageratamente rimproverano Salvemini di semplicismo, di voler mettere in luce e scolpire le linee fondamentali degli avvenimenti, il voler seguire la concatenazione logica degli elementi essenziali dei fatti stessi attraverso, il loro divenire, fa sì che lo scrittore trascuri talvolta argomenti secondari sì, ma che nel quadro generale degli avvenimenti hanno la funzione che hanno le sfumature nella pittura.
Spesso la complessità e l'intreccio dei fatti della vita e della storia, sono tali da non lasciarsi comprendere interamente entro gli schemi di un ragionamento o di una dimostrazione.
E trascurandone alcuni, per non danneggiare l'evidenza delle linee fondamentali si corre il rischio di danneggiare la visione di ciò che si vuol rappresentare e illustrare.
Ma la lucidità e la nettezza di linee rappresentano tali vantaggi, da far compensare ampiamente il piccolo difetto accennato. E lucidità e nettezza sono caratteristiche del Salvemini.
Sono queste qualità che pongono a volte il Salvemini in contrasto col grande a cui ha dedicato gli studi negli ultimi anni, e che ha avuto innegabile influenza sul suo animo e sulla sua mente. Quella certa nebulosità che circonfonde il pensiero mazziniano, e che costituisce una delle suggestive attrattive per chi legge le opere dell'apostolo, urta il Salvemini nella sua tendenza alla nettezza e alla chiarezza di linee. E nel libro, dal Salvemini dedicato al Mazzini, libro bellissimo e profondo, è interessante l'atteggiamento in cui si pone il Salvemini, non riuscendo a comprendere entro le branchie degli schemi logici tutte le sfumature del pensiero mazziniano. Le virgolette tra le quali il Salvemini riporta i brani di Mazzini, sembrano quasi uncini per afferrare e tener ben fermo ciò che sfugge. E in certi punti Salvemini sembra quasi irritarsi di fronte al suo eroe.
Eppure, Salvemini è mazziniano. Mazziniano per l'alto idealismo che informa la sua propaganda, e per la sua fede nel progressivo cammino dell'umanità verso la giustizia.
Mazziniano per l'assoluto disinteresse che lo guida, per cui nelle sue azioni e nelle sue campagne mai si trova la traccia di un movente personale anche giustificato, mai il successo conseguito gli serve per un personale vantaggio. Valga un esempio.
Erika Bornay
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Nel 1911, quando la clamorosa concessione del suffragio universale poteva porre in prima linea nella vita politica lui che quella riforma da tanti anni propugnava quasi solo, il Salvemini, pago del trionfo conseguito dall'idea, rifuggì sdegnosamente dal mettersi in evidenza.
La battaglia politica piace a questo singolare combattente, per la bellezza che è insita nel fatto di lottare a favore di una buona causa, non per i vantaggi, sia pure legittimi, che il trionfo può procurare a chi ha combattuto. Ora ciò è forse poco politico - giacché l'uomo politico, che ha un programma da far valere, deve cercare il trionfo, per giungere al potere e conseguire i mezzi con cui esplicare il proprio programma -, è poco politico, ma profondamente bello, e colpisce specialmente i giovani, e spiega la suggestione, anch'essa mazziniana, che Salvemini esercita sulla gioventù.
Mazziniano infine è stato Salvemini, quando - ed è fra gli atti più fecondi di bene della sua nobile vita - quando scoppiata la guerra europea si mise a propugnare l'intervento dell'Italia col programma luminoso già delineato dal Mazzini più di mezzo secolo fa: il programma dell'accordo con tutte le nazionalità oppresse dagli Absburgo, per la comune lotta di liberazione.
Ora che quel programma trionfa, il suo assertore primo è di nuovo in disparte, a prepararsi ad altre lotte feconde.
Pietro Silva.
Erika Bornay
Erika Bornay
Nota bibliografica.
A) Scritti di storia medievale: La dignità cavalleresca nel Comune di Firenze, Firenze, Ricci, 1896; Gli Statuti fiorentini del Capitano e del Podestà degli anni 1322-1325, estratto dall’Archivio Storico, Firenze, 1896; Magnati e Popolani a Firenze dal 1280 al 1295, Firenze, Carnesecchi, 1899; Studi Storici, Firenze, Seeber, 1902.
B) Scritti di storia moderna: Il generale Pianell nella crisi napoletana del 1860, Messina, D'Amico, 1904 (nel volume XIX degli Atti dell'Accademia Peloritana); La Rivoluzione francese, Milano, Pallestrini, 1905 (è già giunta alla 3. ediz. E si sta preparando la 4.); Il pensiero religioso politico e sociale di Giuseppe Mazzini, Messina, Trimarchi, 1905; Giuseppe Mazzini dall'aprile 1846 all'aprile 1848, Pavia, Fusi, 1906 (nel volume di Studi Storici in onore di G. Romano); La formazione del pensiero mazziniano, Firenze, Tip. Aldina, 1910; Giuseppe Mazzini, Catania, Battiate, 1915 (è la 2. ediz. anch'essa ormai esaurita del vol. del 1905). Ora sta preparando un volume su La Triplice Alleanza, pubblicato in gran parte a puntate dalla Rivista delle Nazioni Latine, nei fascicoli dal 1916 in poi.
C) Scritti di coltura e di didattica:
Per la scuola e per gli insegnanti, discorsi e relazioni polemiche, Messina. Muglia, 1903; La Riforma della scuola Media, in collab. con A. Galletti, Palermo, Sandron, 1908; Problemi educativi e sociali dell'Italia d'oggi, Catania, Battiato. 1914; Cultura e Laicità, Catania, Battiato, 1914.
D) Scritti di carattere storico-politico, su questioni contemporanee:
I partiti politici milanesi dal 1814 ad oggi, sotto lo pseudonimo di Rerum Scriptor, Milano, 1898; La elezione di Gioia del Colle, Firenze, La Voce, 1910; Il Ministro della Malavita, Firenze, La Voce 1911; Le Memorie di un candidato, Ibid., 1912; Come siamo andati in Libia (in collaborazione con vari) Firenze, Ibidem, 1913; Il regime doganale della Libia, in collab. con l'on. De Viti de Marco, Firenze, 1913; Guerra o neutralità, Milano, Eava, 1915; Delenda Austria, Milano, Treves, 1918; La Questione dell’Adriatico, Firenze, Libreria della Voce, 1918.
E) Scritti in giornali e riviste: nell’Archivio Storico Italiano dal 1896 al 1900; nella Cultura degli anni 1902-1904; nell’Avanti! e nella Critica Sociale dal 1900 al 1910 circa, firmati, oltre che col nome, con vari pseudonimi: Un travet, Tre stelle, Rerum Scriptor; ne La Voce dal 1908 al 1911; poi ne L'Unità.
Sul Salvemini: la notizia biografica di G. Ricchieri nel Corriere della Sera del genn. 1909; e un articolo di R. Caggese nell’Avanti! del marzo 1910.