Da G. A. Borgese, Golia - Marcia del Fascismo, MIlano, 1949 [...] Poche decine di individui occupavano alcuni palchi alla destra dell'oratore, appoggiando i gomiti sul parapetto di velluto che abitualmente incorniciava le scollature indiamantate delle signore. Uno di questi era Marinetti, il poeta futurista. In uno dei suoi primi opuscoli egli aveva preso in giro crudelmente D'Annunzio, diffondendo torbidi pettegolezzi sulla sua vita privata. In una raccolta di liriche, La Conquête des Étoiles, aveva conquistato le stelle galoppando su una schiera di sillabe senza significato ma che divoravano lo spazio, in qualche modo riecheggiando il nitrito dei destrieri e il grido delle Valchirie dell'opera wagneriana. Aveva l'abitudine di sedere al caffè fino a notte tarda, spesso fino all'alba, strillando e gesticolando in mezzo ad amici fragorosi quanto lui. Varie persone, pur non appartenendo al suo gruppo, ogni tanto si erano unite a lui e si erano divertite a quel tanto di brillante che illuminava superficialmente i fiotti di parole del poeta franco-italiano: uno splendore che gli Italiani, con termine tanto appropriato quanto intraducibile, chiamano genialità, cioè qualche cosa che sembra genio ma che non lo è. Nel 1909 egli aveva inventato la fortunata parola 'futurismo'. Tutte queste sciocchezze [del passato, ndR] dovevano venir sostituite dal culto solare dell'avvenire futurista, i cui riti principali consistevano in 'pugilato, salto e calcio'. La religione degli sport e dei muscoli del ventesimo secolo ebbe il suo Giovanni Battista. Gruppi di intellettuali energumeni, avventurieri, scrittorucoli, poetastri e imbrattatele, naturalmente o artificialmente scarmigliati, diventarono, col passar degli anni, suoi seguaci. Per quanto impastassero sulla tela i peli del pennello se dovevano dipingere un uomo con la barba, o scrivessero tuff tuff se volevano parlare della locomotiva in corsa, cinque o sei di essi avevano doti potenziali che in seguito svilupparono per conto loro. La maggior parte, comunque, rimase cretina per tutta la vita.

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[...] Ma quando Bissolati fu circa a metà del discorso, accadde qualche cosa di inatteso. Mussolini era in teatro. Lui e Marinetti, benché di temperamento diversissimo - il primo non sorrideva mai, mentre il secondo spesso rideva di cuore - erano grandi amici. Improvvisamente Bissolati riconobbe nel coro la voce di Mussolini: quella voce inconfondibile, scoraggiantemente legnosa, perentoriamente insistente, come il suono delle nacchere. Volse la testa verso gli amici che gli erano più vicini e disse a bassa voce: Quell'uomo no!. Da quel momento lesse le sue pagine per formalità, come se leggesse a se stesso. Alla fine non vi fu nessun applauso. La folla, in parte trionfante, in parte disgustata ma impotente, lasciò il teatro. Cosi il futurismo aveva conquistato il più bel teatro d'opera d'Italia. Forse nel suo intimo Marinetti considerò la cosa come gesta letteraria, una elegante strage delle buone maniere e delle tradizioni del passato. Ma per Mussolini essa ebbe un altro significato. E le conseguenze politiche di questo incidente furono gravi. Nell'Italia moderna c'era sempre stata una certa dose di tolleranza; almeno nelle grandi città e nelle polemiche fra capi politici. Il dogmatismo ereditario degli intellettuali italiani era equilibrato da una caratteristica pure ereditaria e quasi istintiva della vecchia razza italica, appresa attraverso i millenni di storia; che cioè le passioni intellettuali sono destinate a sparire, mentre la bontà rimane, e che i suggerimenti del cuore sono più stabili delle pretese dell'intelletto. La dolcezza della vita italiana, nonostante la povertà, la difficoltà e la tirannia ecclesiastica e sociale, ha sempre attratto gli stranieri che visitavano l'Italia; è stata questa, più che l'imitazione delle istituzioni parlamentari inglesi, a costituire quel particolare liberalismo italiano più psicologico che teoretico politico. Spesso si aveva l'impressione che le più calorose discussioni politiche, e perfino uno sciopero, fossero piuttosto un esibizionismo che un conflitto e che, subito dopo, tutti sarebbero insieme andati a bere dandosi una manata sulle spalle.

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