Il testo che segue è stato scritto da J. Tusiani e doveva servire da introduzione del grande poeta e scrittore sammarchese ad un libro fotografico che non è stato mai stampato. Ho accompagnato questo testo con foto di Giuseppe Bonfitto. Qualche foto è dello scrivente, come pure le note.

Joseph Tusiani con P. Mario Villani in una foto del 2010.
Joseph Tusiani con P. Mario Villani in una foto del 2010.
Una domanda che probabilmente non avrà mai risposta potrebbe essere la seguente: 'In tutti gli anni di studio, dalle pagine del sillabario alla tesi di laurea, quale frase ti ha colpito maggiormente, e sì emozionato da accenderti la fantasia e farsi parte di te?' Grande fu la mia fortuna quando, in un corso di glottologia presso l'Università Fredericiana di Napoli, la scoperta dell'etimo del vocabolo 'pupilla' si tramutò in incontenibile gioia e divenne il primo di tutti i miei sogni. Il mio viso, rimpicciolito come quello di un pupo, è riflesso negli occhi della persona in cui fisso i miei, è la prima foto nella storia dell'umanità: è Adamo che si scopre nella pupilla di Eva.
Venni poi a sapere degli antichissimi studi sulla luce, da Aristotele (immagine)Aristotele.jpg a Leonardo da Vinci (immagine)b_250_0_16777215_01_images_tusiani_tooltips_Leonardo-da-vinci.jpg, del bisogno, cioè, che sentirono i nostri avi di recuperare la chiarità del giorno strappandola alla notte inevitabile.
G. Bonfitto. San Marco in Lamis: vecchia veduta di Largo Piano
G. Bonfitto. San Marco in Lamis: vecchia veduta di Largo Piano
Ma questo per me era ragionamento; la poesia me l'aveva già data il termine 'pupilla', che era vita prestata dalla vita stessa. Monsieur Daguerre (immagine)Louis-Daguerre.jpg, più che padre della fotografia, io oggi preferisco considerarlo banditore di quella poesia perché con la sua conquista egli prolunga la vera entità della storia, nostra e altrui, salvandola dall'oblio.
È stato detto che la vita non è quella che abbiamo vissuto ma quella che ricordiamo di aver vissuto; ecco, dunque, la magia dell'arte fotografica: fa rivivere, e anzi per la prima volta vivere, ciò che, senza di essa, rimarrebbe materia disintegrata e sepolta, e dunque come non mai esistita. Se dico 'arte fotografica mi tocca forse chiedere venia per l'uso di un sostantivo che ha scatenato lunghi dibattiti e acerbe querimonie tra fotografi e artisti, nonché imbarazzanti pensamenti e ripensamenti: basti pensare al poeta Lamartine (immagine)b_250_0_16777215_01_images_tusiani_tooltips_Lamartine-par-Decaisne.jpg che, nel 1858, denigrò la fotografia come 'invenzione del caso che non sarà mai arte ma plagio della natura da parte dell'ottica' e, l'anno dopo, la elevò al di sopra dell'arte stessa, esaltandola come 'fenomeno solare in cui l'artista collabora con il sole'.
G. Bonfitto. Il Convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis
G. Bonfitto. Il Convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis
Questo libro di Giuseppe Bonfitto, 'San Marco Ieri e Oggi. Immagini di un Secolo: 1900-2000', è una raccolta di foto rare e miliari: non è da leggere, dunque, ma da contemplare e meditarci su. La contemplazione la ispira ogni antico particolare a cui il tempo ha risparmiato il graffio definitivo; la meditazione, invece, la impone il silenzio che scende su ogni umana vicenda.
Questa è la nostra Città.
Foto di Giuseppe Bonfitto
Foto di Giuseppe Bonfitto
Ma quanto di essa, e in essa, è cambiato nello spazio di un secolo? Quanti dei vecchi 'mugnali' sono rimasti com'erano, bianchi di calce appena distesa, slabbrati ma ancora civettuoli e desiderosi di ammirazione? E quante delle vecchie case sono ancora riconoscibili sotto cosiddette moderne 'elevazioni architettoniche' che qualcuno preferisce non ricordare? E, infine, come definire la 'nuova' San Marco che comincia dove, un secolo fa, ai piedi del campanile della Collegiata si accovacciavano le ultime dimore del paese tra i cespugli dell'Orto di Zuvidde e va a sconfinare con grotteschi casermoni fin quasi alla scalinata del Convento di San Matteo? Tutto questo a me importa ben poco.
Due ex sindaci, Raffaele Fino e Giuseppe Soccio, e Padre Mario Villani, anima intellettuale del Santuario, mi hanno affidato il compito di scrivere queste umili parole di presentazione forse perché sanno che i miei 65 anni d'America hanno irrobustito l'amore per queste radici. È del tutto irrilevante per me l'anomalia di un paese che contava venticinquemila abitanti quando si estendeva dal Monte di Mezzo alla Chiesa Madre, e ne conta non più di tredicimila oggi che esso ha obliterato il panorama che vive nei miei ricordi. Non è la geografia che con imperiosa e dolce voce materna ammutolisce le onde dell'Oceano Atlantico: è quell'indefinibile e irresistibile impeto che mi fa baciare queste zolle, e queste radici trasforma in reliquie. Per 'radici', naturalmente, intendo anche i mitici personaggi di cui, in questo libro, spicca più di un esemplare in uno scenario storico che qui conviene brevemente rivedere.

Vecchia abitazione costruita sulla roccia a S. marco in Lamis
Vecchia abitazione costruita sulla roccia a S. marco in Lamis
Una tipica ed antica abitazione di S. Marco in Lamis
Una tipica ed antica abitazione di S. Marco in Lamis
L'attuale sede del Municipio di S. Marco in Lamis in una vecchia cartolina
L'attuale sede del Municipio di S. Marco in Lamis in una vecchia cartolina
 

G. Bonfitto: la prima corriera comparsa a San Marco in Lamis
G. Bonfitto: la prima corriera comparsa a San Marco in Lamis
Il ventesimo secolo giunge a San Marco, e clamorosamente si rivela ai Sammarchesi, attraverso gli scoppi del motore della prima corriera, qui ammirata da un gruppetto di curiosi visibilmente
G. Bonfitto. La croce in ferro eretta sulla cima del Monte Celano. Fu costruita da Michele Serricchio.
G. Bonfitto. La croce in ferro eretta sulla cima del Monte Celano. Fu costruita da Michele Serricchio.
increduli. Sul Monte Celano viene issata la prima croce in ferro ('Ave Crux, Spes Unica) che sostituisce una in legno, a ricordo dell'Anno Santo del 1925. Come sempre austero e ricco di glorie prelatizie, il Palazzo Badiale è ancora il 'Trono' nella zona che ne porta il nome. L'avvento del Fascismo è testimoniato da foto di cortei, saggi ginnici, apparizioni di note facce locali per l'occasione atteggiate a ghigni di pomposi gerarchi, e tanti scolaretti in divisa di Balilla. E c'è, soprattutto, l'Edifizio Scolastico (facciata anteriore e posteriore) la cui inaugurazione coincise con la mia quinta elementare.

G. Bonfitto. Esercizi ginnici a S. Marco in Lamis durante il ventennio fascista
G. Bonfitto. Esercizi ginnici a S. Marco in Lamis durante il ventennio fascista
G. Bonfitto. L'edificio scolastico Balilla, inaugurato nel 1933
G. Bonfitto. L'edificio scolastico Balilla, inaugurato nel 1933
G. Bonfitto. L'edificio scolastico Balilla. Veduta posteriore.
G. Bonfitto. L'edificio scolastico Balilla. Veduta posteriore.
G. Bonfitto. Vecchia foto del mercato scoperto di S. Marco in Lamis
G. Bonfitto. Vecchia foto del mercato scoperto di S. Marco in Lamis

 

La banda musicale di S. Marco in Lamis nel secondo dopoguerra. La foto è in mio possesso ed uno dei suonatori si chiama Antonio Colletta ed è mio padre.
La banda musicale di S. Marco in Lamis nel secondo dopoguerra. La foto è in mio possesso ed uno dei suonatori si chiama Antonio Colletta ed è mio padre.
Eccolo qui, l'incantevole gioiello del Mercato di un tempo! È costituito da piccoli chioschi che, come baldacchini di pietra, ne adornano entrambi i lati. Più che in un posto di vendite giornaliere, si ha l'impressione di entrare in un tempietto antico e moderno, in una minuscola aerea cattedrale dove si odono voci di uomini (per lo più, solo uomini) che, con i sacchetti della spesa quasi sempre mezzo vuoti, tornano poi a riprendere il vecchio ruolo di barbieri, calzolai, fabbri, falegnami, orefici, e ordinari sammarchesi d'ogni giorno e di sempre. Oggi il Mercatob_250_0_16777215_01_images_tusiani_tooltips_nuovo-mercato-2003.jpg è quello che è: uno squallore che annebbia lo sguardo e rattrista l'anima. A proposito, gli artigiani di allora erano anche i musicisti della Banda Comunale, che una foto ritrae con i loro strumenti e nelle loro sgargianti uniformi; musici dilettanti e orgogliosi che con qualche marcia funebre racimolavano qualche liretta in più per la spesa del giorno successivo.
G. Bonfitto. Il vecchio campo di calcio di S. Marco in Lamis si trovava nell'attuale Villetta Comunale.
G. Bonfitto. Il vecchio campo di calcio di S. Marco in Lamis si trovava nell'attuale Villetta Comunale.
Negli anni in cui San Marco in Lamis era considerata la capitale del Gargano, da ogni paesello della nostra Montagna scendevano qui da noi per acquisti di oreficeria, falegnameria, sartoria, e anche addobbi ecclesiastici (Torelli, Cera, Coco e Apollonio erano nomi classici). E in quegli anni San Marco aveva anche (ce lo ricordano alcune foto) una gloriosa squadra di calcio a cui era stato dato il nome della virilità latina, 'S. Virtus'. Su un campo sportivo di fortuna (dove oggi è la Villetta con il Monumento ai Caduti) si erano affermati nomi che erano sulle labbra di ogni bambino: Pettolino, Turco e Zannotti, per menzionare la sola difesa.
G. Bonfitto. La Polisportiva di S. Marco in Lamis in visita al convento di S. Matteo
G. Bonfitto. La Polisportiva di S. Marco in Lamis in visita al convento di S. Matteo
Ora, invece, io mi chiedo in quale secolo venturo i nostri validi giovani calciatori finiranno di allenarsi nel campo sportivo dell'ospitale Rignano Garganico.
A che servono queste foto di Bonfitto? A ricordarci un passato che, se non fosse ancora presente, annullerebbe la nostra identità. Il Convento di San Matteo, che dal Viale vedevamo svettante e vigile osservatore delle nostre oziose passeggiate, da quel Viale non si vede più, ma è lì, ancora lì, ai piedi del Celano, a ricordarci chi siamo. E servono, queste foto, a preservare un passato che è per sempre scomparso ma vive ancora nel nostro malinconico rimpianto: le "tonacelle" delle nostre nonne con quelle innumerevoli pieghe che, più che abbellire, proteggevano l'atavica castità che era la base della famiglia cristiana e 'timorata di Dio'; e quei pozzi dietro il campanile della Collegiata, specie quello detto 'Puzze 'la Chiazza', al lato sinistro dell'ingresso della Chiesa, dove sull'imbrunire di giornate solatie si vedevano lunghe code di donne venute dall'Addolorata e da San Bernardino per riempirsi di quell'acqua freschissima secchi e bottiglie, e per una visitina al centro storico, ai sottani di Via Palude sempre protetti da provvidenziali reti intrecciate con arte.

G. Bonfitto. San Marco in Lamis: il rione dei 'Pozzi' in una vecchia immagine.
G. Bonfitto. San Marco in Lamis: il rione dei 'Pozzi' in una vecchia immagine.
G. Bonfitto. San Marco in Lamis: in fondo si vede la Chiesa dell'Addolorata.
G. Bonfitto. San Marco in Lamis: in fondo si vede la Chiesa dell'Addolorata.
 
G. Bonfitto. San Marco in Lamis: l'attuale Piazza Madonna delle Grazie.
G. Bonfitto. San Marco in Lamis: l'attuale Piazza Madonna delle Grazie.

Altre foto sigillano il ricordo di forni e fornaie e ti danno quasi l'illusione di avvertire l'aroma pungente che annuncia l'uscita della prima grossa pagnotta ('lu parrozze') che durerà l'intera settimana con le numerose fette su cui, per la sana gola dei bimbi scolaretti, verrà schiacciato il pomodoro con le poche gocce d'olio di oliva. Altre ancora ci mostrano gli ultimi telai ancora in uso in pochissime case di massaie intente a tessere, bilanciando sul capo un ampio fazzoletto colorato con una sola cocca ripiegata all'insù. E in quale altra maniera i giovani di oggi potrebbero conoscere l'epica povertà degli anni '30, rappresentata da un fascio di legna sulle spalle di un orfanello scalzo? Lo vediamo al centro di un'ampia strada, questo povero orfanello, sotto il fascio di quel po' di legna che spera di vendere a qualche anima buona giù in paese.

Foto di G. Bonfitto. San Marco in Lamis, Strada panoramica, ragazzi che trasportano delle fascine di legna secca
Foto di G. Bonfitto. San Marco in Lamis, Strada panoramica, ragazzi che trasportano delle fascine di legna secca
Foto di G. Bonfitto. S. Marco in Lamis, interno del mulino di La Bella
Foto di G. Bonfitto. S. Marco in Lamis, interno del mulino di La Bella
Foto di G. Bonfitto. Una donna tesse al telaio
Foto di G. Bonfitto. Una donna tesse al telaio

Foto di G. Bonfitto. Una donna che trasporta numerosi 'parrozze'
Foto di G. Bonfitto. Una donna che trasporta numerosi 'parrozze'
È solo, solo con quel suo peso di oggi, ieri e domani, e non ci sarà mai posto per lui in mezzo ai fortunati di un'altra foto: un gruppetto di amici che seguono due sposi novelli per il 'Prupate' e il bicchierino di rosolio. Per lui, solo 'frasche e jamme'.
Foto di G. Bonfitto. S. Marco in Lamis: una fracchia
Foto di G. Bonfitto. S. Marco in Lamis: una fracchia
Ma sono proprio quelle le frasche che ci ricordano l'accensione delle 'Fracchie' la sera di Venerdì Santo. Una nitida foto ci mostra come esse vengono costruite, cerchio dopo cerchio; come vengono trainate durante la Processione, e come bruciano nelle lente ore della notte, quasi ultimi respiri di preghiera elevati alla Mater Dolorosa in sosta sull'altare della Chiesa Madre, a pochi passi dalla nicchia di San Michele, l'Arcangelo protettore del Gargano, in onore del quale, ogni anno, i Sammarchesi formano la cosiddetta 'Compagnia', un nutrito gruppo di uomini e donne che a piedi, cantando e pregando, salgono alla Grotta di Monte Sant'Angelo.
Il più bello, però, non l'abbiamo ancora visto né detto: sono le foto di alcuni personaggi i cui 'ritratti' (si chiamavano così le foto di allora) sono ora incastrati sulle lapidi della 'Città Silente', nel cimitero che è quasi
G. Bonfitto. Momenti di svago durante la sosta della 'cumpagnia' dei sammarchesi a Campolato.
G. Bonfitto. Momenti di svago durante la sosta della 'cumpagnia' dei sammarchesi a Campolato.
vasto come l'intero paese con tutte quelle cappelle che, più che a una popolazione ricca, fanno pensare a una gente orgogliosa dell'ingresso nel numero dei "gentili," possessori, appunto, di tombe gentilizie. Ed è proprio il Cimitero che sembra tenere in vita l'industria forse maggiore della Città: fiori, fiori tutti i giorni (o quasi) per i cari defunti. Commuove la vista di donne vestite di nero che, con un fascio di fiori freschi in una mano e la corona del rosario nell'altra, salgono verso il cancello del camposanto in attesa che si apra al pubblico; e ognuna poi si avvia verso l'amata tomba a compiere il rito giornaliero o settimanale. Pullula di arcana vita quella terra muta: ce lo dicono tutti quei 'ritratti' sulle lapidi, alcuni dei quali, più di altri, hanno dato qualcosa alla nostra esistenza attraverso un ricordo, un gesto, un sorriso, una frase, un consiglio, un proverbio, un nulla o un tutto.

 

G. Bonfitto. Vecchia foto della Famiglia ?
G. Bonfitto. Vecchia foto della Famiglia ?
Foto di G. Bonfitto. Giovani preti all'ingresso della sagrestia della Chiesa Madre a S. Marco in Lamis.
Foto di G. Bonfitto. Giovani preti all'ingresso della sagrestia della Chiesa Madre a S. Marco in Lamis.
Foto di G. Bonfitto. Corteo matrimoniale in Via Roselli, a S. Marco in Lamis
Foto di G. Bonfitto. Corteo matrimoniale in Via Roselli, a S. Marco in Lamis

G. Bonfitto: don Angelo del Giudice
G. Bonfitto: don Angelo del Giudice
Ritrovo così in questo libro la figura di Don Angelo Del Giudice, l' "Alter Christus" tra i sacerdoti di San Marco. Lo chiamavamo 'Zi' Acceprèvete' ed era davvero l'Arciprete Zio di tutti, specie dei poveri. Pian pianino, appoggiandosi al bastone, scendeva dalla sua casa in Corso Giannone e con quel bastone, salutando tutti, vecchi e bambini, arrivava alla Collegiata, la sua parrocchia. Ma c'era, a pochi passi dalla chiesa, una cantina con una frasca in cima alla porta e, davanti, una rete che proteggeva dalle fastidiose eterne mosche il gruppetto di beoni che, dentro, con qualche bicchiere di vino annacquato gustavano la loro manciata di ceci abbrustoliti, affogando l'amarezza di un'altra giornata senza lavoro. Immancabilmente, ogni volta che ci passava, Zio Arciprete con la punta del bastone apriva un tantino la rete e, sporgendo il viso verso quei poveracci suoi figliuoli, diceva: 'E allora, ci volete venire in chiesa a dire un'avemaria con me? Lo so, lo so, non è domenica oggi; e va bene, vuol dire che l'avemaria la dico io per voi'. 'Statte bbone, Zi' Acceprè', e quel ringraziamento corale, pieno di affetto genuino, era per Don Angelo più che una preghiera.
Fu un'altra sera, una sera ordinaria in cui, nella Chiesa Madre, stava per cominciare la funzione del rosario, che in quel prete piccino e curvo vidi davvero l'Altro Cristo. Era giunto il momento della cosiddetta 'elemosina' e, come era usanza, Zio Arciprete doveva andare ai banchi dov'erano le poche fedeli vecchiette a raccogliere l'obolo, per lo più di un solo centesimo, nella sua berretta sacerdotale. Io, chierichetto, gli tenevo compagnia scortandolo da banco a banco.
G. Bonfitto. San Marco in Lamis: Largo Piano, denominato attualmente Piazza Europa.
G. Bonfitto. San Marco in Lamis: Largo Piano, denominato attualmente Piazza Europa.
A un certo punto una giovane donna, che non si trovava addosso il centesimo da offrire, nella berretta di Don Angelo fece cadere una monetina da due centesimi. Subito, quasi indignato, Zio Arciprete ripescò quella monetina e la ridiede alla donna dicendo: 'Ma tu hai quattro bambini, figlia mia, e questi due soldi sono per loro, ed è come se tu li dessi a Dio. Dopo la Benedizione passa per la sagrestia: devo dirti una cosa'. Dopo la Benedizione la donna, timida e impacciata (cosa voleva mai dirle Don Angelo?) si sentì dire: 'Tieni, figlia mia'. Don Angelo le mise in mano una monetina da cinque lire (notai che era d'argento) e disse: 'Compra un po' di latte e qualche uovo per i tuoi bimbi, e prega per me'. E non dimentico il giorno quando vidi Zio Arciprete passeggiare dietro la porta del campanile e fumarsi la sua bella pipa le cui spire bluastre non dispiacevano alle rondini che gli vorticavano sul capo. Un prete che fumava? Peccato mortale! Ma era impazzito Zio Arciprete? Solo pochi anni or sono, ripensando a quell'episodio bello e innocente, mi sono detto: 'Come vorrei che fossero come quelli tutti i peccati del mondo!'
Dopo la morte di Don Angelo Del Giudice, a nessuno dei suoi successori toccò l'onore di quel titolo, 'Zio', che equivaleva a un plebiscito di gratitudine e amore.
Un altro personaggio, qui 'ritratto', è Michele Daniele. Cieco dalla nascita, da solo aveva appreso a suonare chitarra, mandolino e organo.

Michele Daniele
Michele Daniele
1956 - Michele Daniele esegue un brano alla chitarra - Estratto dalla Cartolina sonora di Giuseppe Bonfitto del 1976

Giovanissimo, divenne organista della Collegiata e, poiché aveva anche una bella voce, nella Chiesa Madre di San Marco in Lamis, per anni, in tutte le funzioni liturgiche, quella voce si rivestì delle note del vecchio organo i cui mantici io ed altri chierichetti tenevamo in moto con la forza delle braccia. Ma Michele era anche il mio maestro di mandolino.

La tastiera del vecchio organo che si trova nella Chiesa di Santa Chiara a S. Marco in Lamis. Questo organo veniva suonato, tra gli altri, da Antonio e Matteo Colletta.
La tastiera del vecchio organo che si trova nella Chiesa di Santa Chiara a S. Marco in Lamis. Questo organo veniva suonato, tra gli altri, da Antonio e Matteo Colletta.
Un particolare della bellissima Chiesa di Santa Chiara a S. Marco in Lamis
Un particolare della bellissima Chiesa di Santa Chiara a S. Marco in Lamis
San Marco in Lamis: il quartiere della 'Padula' dove nacque Joseph Tusiani
San Marco in Lamis: il quartiere della 'Padula' dove nacque Joseph Tusiani

G. Bonfitto. Foto di Francesco Paolo Borazio, poeta sammarchese poco conosciuto.
G. Bonfitto. Foto di Francesco Paolo Borazio, poeta sammarchese poco conosciuto.
È uno strumento musicale piccolo e maneggevole, il mandolino; ma è terribilmente doloroso per un bimbo di sei anni premere i polpastrelli delle dita su quelle quattro paia di corde, due (sol e re) di rame, e due (la e mi) di acciaio, fino a farle squillare a lungo e con chiarezza. Piansi più volte e ogni volta il buon maestro mi diceva di essere paziente finché non mi si fossero formati i calli sulle punte delle dita della mia povera mano sinistra. Venne finalmente il giorno delle prime vere lezioni e due strane parole, mai prima sentite, diventarono per me l'intero vocabolario da tenere a mente: 'pennata' e 'tremolo'. La prima significava che, sul tasto indicato, dovevo premere quelle due corde appaiate una sola rapidissima volta, come mettere su un foglio di carta un unico e veloce tocco di penna. La seconda, cioè 'tremolo', era un persistere del suono ottenuto e, dunque, un ininterrotto andar giù e su del piccolo plettro sulla nota premuta dal dito della mano sinistra. Era quello il metodo didattico escogitato da un geniale maestro nonvedente? Non saprei dire; ricordo, però, come mi dettava il compito che dovevo svolgere a casa: 'Tremolo 2', 'Pennata 5', 'Pennata 3', 'Tremolo 7', e così via. Quale non fu la meraviglia di Mamma quando, dopo alcune settimane e infiniti esercizi di 'tremoli' e 'pennate', riconobbe il motivo di una canzone allora popolarissima. 'Parlami d'amore, Mariù', esclamò, in cuor suo benedicendo le poche lire mensili che davamo a Michele. Ora sì che l'intera Via Palude avrebbe sentito la bravura del suo bambino!
Il musicista sammarchese Michele Daniele
Il musicista sammarchese Michele Daniele
Ma la vera bravura la mostrò il grande Michele Daniele quando i parroci di San Marco, se non erro nell'estate del 1933, unanimemente decisero di invitare un celebre Maestro Organaro di Roma (era Romano anche di cognome) perché vedesse e restaurasse i vecchi e malandati organi delle loro chiese. Appena sceso nel Gargano, dove era già stato per baciare le mani di Padre Pio, il Maestro, un giovane dinamico che sembrava nel mezzo del cammin de la sua vita, come se non avesse tempo da perdere o, meglio, come se morisse dalla voglia di dare nuova vita agli organi moribondi delle chiese di quel paesello garganico, pregò Don Antonio Giuliani, parroco di Sant'Antonio Abate (la chiesa da cui sarebbe partito il multiplo restauro) che gli procurasse un ragazzo sveglio e volenteroso che gli stesse intorno l'intera giornata come suo piccolo assistente: lo avrebbe aiutato a pulire le canne dell'organo e a porgergliele quando le richiedesse, a recarsi in qualche negozio per comprargli detersivi o altro di cui avesse bisogno, e cose del genere: insomma un bravo ragazzo a cui naturalmente il Maestro avrebbe corrisposto una piccola paga di premio e incoraggiamento. Don Antonio scelse me, il chierichetto e cantore ufficiale di Sant'Antonio Abate.

G. Bonfitto. Quadro raffigurante d. Antonio Giuliani
G. Bonfitto. Quadro raffigurante d. Antonio Giuliani
G. Bonfitto. La stazione ferroviaria di S. Marco in Lamis in epoca fascista.
G. Bonfitto. La stazione ferroviaria di S. Marco in Lamis in epoca fascista.
 
San Marco in Lamis: il campanile della foto appartiene alla Chiesa di S. Berardino, attualmente chiusa.
San Marco in Lamis: il campanile della foto appartiene alla Chiesa di S. Berardino, attualmente chiusa.

 

G. Bonfitto. San Marco in Lamis: la zona dello Starale prima dell'inizio del dissennato sfruttamento edilizio.
G. Bonfitto. San Marco in Lamis: la zona dello Starale prima dell'inizio del dissennato sfruttamento edilizio.
Il giorno seguente, incontrai il Maestro Romano davanti al portale della mia chiesa, alle nove del mattino, dopo l'ultima Messa. 'Tu sei Peppino', mi disse il Maestro, carezzandomi i capelli. 'Il parroco mi ha detto che hai una bella voce, che un giorno mi farai sentire. Ma ora dobbiamo cominciare il lavoro, va bene? E cominciamo con una buona colazione. Vieni'. Entrammo nel bar di Paolo Pinto, lì vicino, e per la prima volta nella mia vita, abituato com'ero all'immutevole fetta di pane e pomodoro, assaggiai il caffelatte e quella cosa calda e dolce che era il cornetto. Inutile dirlo, ero in paradiso con quella colazione da cittadino della capitale d'Italia. 'A cominciare da domani', disse il Maestro, 'c'incontreremo qui al bar, alle nove precise, prima di andare in chiesa per il lavoro che ci aspetta'.
Saliti sulla cantoria di Sant'Antonio Abate, Maestro e assistente guardarono l'organo come se non ne avessero mai visto uno. 'Oh', disse il Maestro, 'dimenticavo una cosa: il tuo berretto di lavoro'. Da una borsa, che si era fatto portare lì il giorno innanzi, tirò fuori un ampio foglio di carta doppia, quasi frusciante, di color violaceo, e si mise a spiegarlo e avvolgerlo più volte finché ci ricavò un bel berretto che, messo poi sulla mia testa, sembrò ancora più bello. Mi sentii importante e avrei voluto che quel berretto, simbolo di grandezza, lo vedessero tutti i miei compagni, specie quelli che chiamavano 'padre di carta' il mio papà in America.
G. Bonfitto. San Marco in Lamis: l'attuale Piazza Europa in una vecchia foto.
G. Bonfitto. San Marco in Lamis: l'attuale Piazza Europa in una vecchia foto.
Non dimenticherò mai il terzo giorno di lavoro. Dovevo porgere al Maestro, una per una, le canne dell'organo pulite e ripulite il giorno prima. Il Maestro le prendeva quasi religiosamente e poi, prima di fissarle negli alveoli, ne provava suono e timbro soffiandovi dentro. Fu proprio allora che, inatteso, salì in cantoria Michele Daniele. 'Il mio maestro di mandolino!' gridai io, presentandolo. Con quel suo luminoso sorriso che compensava il buio dei suoi occhi, umile e timido, Michele disse: 'Caro Maestro, sono l'organista della Collegiata e son venuto ad ossequiarLa in attesa che venga nella mia chiesa'. 'Grazie', carissimo collega', rispose il Maestro Romano; 'se si ferma altri cinque minuti, desidero che sia Lei ad inaugurare questa nuova tastiera. Devo solo controllare per l'ultima volta queste poche canne minute'." Gli porsi la prima canna che mi chiese, vi soffiò dentro, e non appena uscì il sottilissimo suono, Michele esclamò "Fa diesis!' Il Maestro Romano lo guardò stupito: era la nota giusta. Vi erano altre cinque o sei piccolissime canne da esaminare. Al suono diverso di ognuna Michele, raggiante, reagiva con un 'la bemolle' o 'do diesis' o 're maggiore'. Più stupito che mai, il Maestro Romano disse: 'Non ho mai trovato un orecchio assoluto di tale precisione. Ed ora, caro collega, la tastiera è Sua'. Lo prese gentilmente per un braccio e lo accompagnò al sedile. Michele era visibilmente impacciato ma felice di ritrovarsi nel suo elemento. Suonò 'Pietà Signore', la stupenda Cantata dello Stradella, che oggi non pochi musicologi vogliono attribuire al compositore svizzero Louis Niedermeyer, probabilmente fuorviati dal fatto che è di Niedermeyer un'infelice opera intitolata, appunto, 'Stradella'. Mentre Michele suonava le ultime note della famosissima Cantata ('Non mi punisca/ il tuo rigor') il Maestro Romano mi bisbigliò all'orecchio: 'È un genio il tuo maestro'. Ma per me 'genio' il mio maestro lo era sempre stato, dal giorno in cui, colto da una crisi di panico e in lagrime, corsi a casa sua con il mio mandolino e una corda che mi si era spezzata nel suonarlo, il che era per me la fine di una carriera che stava felicemente sbocciando. 'Ma questo non è niente, Peppino', disse Michele; 'ci mettiamo una bella corda nuova e il problema è risolto. Fossero così tutte le brutte cose di questo mondo!'
Prese il mio mandolino e, come se ci vedesse, girò il collabo di quella corda, rimosse il pezzetto di acciaio rimasto incastrato e, come se infilasse un ago ordinario, nel cavo dello stesso collabo introdusse la corda nuova. 'Ecco fatto, ed ora va' a casa e studia'.
Venne per me l'ora dell'America e passarono gli anni. In uno dei miei frequenti ritorni in Patria, un bel giorno del 1991, al Liceo Classico 'Pietro Giannone' fui invitato a leggere qualche pagina di un mio volumetto di versi dialettali dal titolo 'Bronx, America'. A lettura terminata, mi si avvicinò uno studente con quel volumetto aperto alla pagina su cui era stampata la breve lirica dedicata al mio maestro. 'Professore', disse il giovane, 'per favore l'autografo me lo metta sotto questa poesia'. 'Volentieri, ma perché proprio sotto questa poesia?' 'Michele Daniele era mio nonno'. In silenzio mi rilessi gli ultimi versi nella traduzione di Tommaso Nardella:

Caro maestro mio,
ti mando un saluto in paradiso.
Ecco! Come una volta,
ho portato matita e quaderno.
Oh, dèttamela, nota dopo nota,
la grande canzone della vita eterna.

Altri personaggi li scoprirà il lettore e le precise didascalie gli riveleranno particolari inattesi. Ma è un libro, questo, che non va esaminato in una sola ora, perché è compito arduo, se non impossibile, assorbire e trasformare le vicende di un secolo in storia e vita personale. È un album, questo, che, a seconda dei bisogni, sempre diversi, dello spirito, ci mostrerà dettagli nuovi di cose e uomini già osservati: ville e viali, banditori, netturbini notturni, giovani novizi francescani scesi dal Convento per la solennità di un funerale, locale cinematografico non più esistente ma una volta segnale di irrequietezza giovanile in cerca di sbocco, e così via. E tra questi impensati particolari ci sarà poi la mera notizia che illumina qualche angolo della storia locale. Per esempio, Borgo Celano ha compiuto il suo primo secolo di vita, ma io, come tanti altri, non lo sapevo: oggi, invece, grazie a una di queste foto, so anche il nome di chi ha fondato il 'salubre borgo': 'A Giuseppe Parisi (1863-1929) che il 6 aprile del 1908 ebbe l'idea di porre la prima pietra per la costruzione della prima casa di questo Salubre Borgo'. Una storia locale, quella che traspare da questa raccolta che ha già la patina della leggenda.

Foto di G. Bonfitto. Novizi dello Studentato del Convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis
Foto di G. Bonfitto. Novizi dello Studentato del Convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis
Foto di G. Bonfitto. Foto di una rappresentazione tenuta al Cinema Comunale
Foto di G. Bonfitto. Foto di una rappresentazione tenuta al Cinema Comunale
Foto di G. Bonfitto. Antica veduta di Borgo Celano, fondato come 'Villaggio San Matteo' nel 1908.
Foto di G. Bonfitto. Antica veduta di Borgo Celano, fondato come 'Villaggio San Matteo' nel 1908.

E, a pensarci bene, Giuseppe Bonfitto, il nostro fotografo, discende lui stesso da una leggenda di fotografi, patetica e insieme pietosa. Pensiamo alla triade, ormai dimenticata, di Roberto, Coco-Martino, e Vincitorio.

Foto di G. Bonfitto. Foto con la 'réclame' di Roberto Carella & Martino
Foto di G. Bonfitto. Foto con la 'réclame' di Roberto Carella & Martino
È il ricordo di Roberto Carella, primo nel tempo, che ancora commuove. Era venuto a San Marco da non so quale paese del Sub-Appennino per tentare la sorte, e forse fare fortuna, con l'arte della fotografia sempre più necessaria nella prima metà del ventesimo secolo. 'Andare da Roberto' voleva dire 'ordinare una semplice foto' indispensabile per il rilascio di una povera pensione per un figlio ventenne morto in guerra (il caso di un mio zio materno) o per qualche documento notarile che i nuovi decreti ministeriali avrebbero ritenuto invalido senza il 'ritratto' delle parti contraenti. E che fortuna poteva fare il povero Roberto in un paese dove, di ricco, rimaneva il solo ricordo di un artigianato un dì fiorente e vario? Ogni santo giorno, all'alba, la Strada del Ponte era gremita di uomini in cerca di lavoro che, dopo una lunga lacerante attesa, tornavano a casa delusi, non sapendo da dove sarebbe uscito il pane per moglie e figli. In tale ambiente non poteva non fallire il più coraggioso dei fotografi.
E fu proprio dopo il secondo conflitto mondiale che Giuseppe Bonfitto sentì la 'passione' per la fotografia. Era sprovvisto di ogni nozione scientifica, non aveva mai messo piede in una 'camera oscura' ma persisteva in lui quella 'passione' che gli faceva sognare un intero paese fotografato in tutti i suoi aspetti non per l'istante ma per i futuri decenni. La sua audacia di innamorato autodidatta si manifestò con un tentativo insolito: la creazione di 'cartoline sonore' andate in onda su Radio San Marco nel 1976. Erano brevi descrizioni di scorci panoramici di San Marco o di scene ed eventi particolari. Alcuni testi erano suoi, e proprio in essi, più che in quelli di altri autori, si nota l'ardore della sua primitiva passione. Straripava la emozione che oggi ritroviamo in questo libro, palpitava la genuina vena poetica che oggi si avverte in certe foto che danno a questo suo album un'aura fiabesca tra sogno e realtà e di ogni pagina fanno un documento da affidare alla memoria collettiva di un popolo.

G. Bonfitto. S. Marco in Lamis: processione del Venerdì Santo mattina proveniente dalla 'Strada del Ponte', cioè Via Roma
G. Bonfitto. S. Marco in Lamis: processione del Venerdì Santo mattina proveniente dalla 'Strada del Ponte', cioè Via Roma
G. Bonfitto. Panorama di S. Marco in Lamis
G. Bonfitto. Panorama di S. Marco in Lamis
G. Bonfitto. Vecchio panorama notturno di S. Marco in Lamis
G. Bonfitto. Vecchio panorama notturno di S. Marco in Lamis

E allora che cos'è questa nostra San Marco? È quello che siamo rimasti noi dopo le mille vicissitudini di un secolo tormentato o quello che è in noi cambiato come è cambiato il panorama delle nostre colline? La risposta può sembrare illogica ma è solenne e semplice insieme: San Marco in Lamis non ha risorse naturali, non ha possibilità di espansione, resta nel fosso acquitrinoso della sua storia, ma è ancora un paese bello e fascinoso, ed è da questo inesplicabile fascino che noi accenderemo tutte le Fracchie degli anni venturi e, a dirla col nostro Foscolo, 'trarrem gli auspici'.
New York, 16 luglio 2012
Joseph Tusiani