Le immagini, le note e la formattazione del testo sono opera dello scrivente. Ho aggiunto, per una maggiore comprensione del fatto e della personalità di Marco Centola, il suo Diario, una introduzione allo storico borbone Giuseppe Buttà (un Vinto) ed alcune sue pagine che parlano dello sbarco dei garibaldini a Melito. I file sono in .pdf

Da Guido Gerosa, Il Generale, Novara 1986:

Il conte Persano
Il conte Persano
'Lo stretto di Messina era difeso da dieci navi napoletane dell'ammiraglio Salazar. Ma stavolta Cavour, convintosi che l'impresa di Garibaldi doveva proseguire, aveva preparato il terreno. L'ammiraglio Persano da Palermo gli scrisse: 'La presenza di alcune nostre navi a Punta del Faro sarà sufficiente a neutralizzare la flotta napoletana. Se essi combattono, sarà solo un gesto. Si ritireranno al primo segno di difficoltà. Questo almeno è il nostro accordo con alcuni dei loro ufficiali'. Il 16 agosto Persano assicura: 'Possiamo contare adesso sulla maggioranza degli ufficiali della marina napoletana'. Quando Garibaldi sbarcò in Calabria, il generale borbonico Melendez scrisse: 'La nostra marina non ha fatto nulla per fermarlo'. Il 19 agosto alle tre di notte i garibaldini attraversarono lo stretto e sbarcati a Melito cominciarono la marcia su Reggio Calabria. Alla testa delle truppe, commossi nel rivedere il suolo natio, c'erano il colonnello Antonino Plutino e patrioti calabresi'.

L'impresa dei Mille fu gloriosa, fortunata e fondamentale per l'Italia, ma il tradimento, la corruzione ed il denaro ebbero una parte molto importante. Sono illuminanti le pagine di Giacinto De Sivo - Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861, storico napoletano che difese i Borboni e scrisse parole di fuoco contro Liborio Romano e la camorra napoletana [Vedi anche la voce 'I camorristi'].

Tommaso Nardella, Marco Centola e lo sbarco garibaldino a Melito, Napoli, 1969.

Olio raffigurante Marco Centola.
Olio raffigurante Marco Centola.
Nella interessante ‘Collana di Cultura Napoletana’ Fausto Fiorentino editore in Napoli ha inserito il volume di Tommaso Nardella: Marco Centola e lo sbarco garibaldino a Melito, che, oltre a darci un resoconto documentato delle condizioni politico-sociali ed economico-militari che portarono allo sbarco garibaldino in Calabria e in particolare dei fatti che avvennero a Melito il 19 agosto 1860, ripropone il problema della condotta della borghesia provinciale, soprattutto di quella ‘intellettuale e degli uffici’, durante la profonda crisi che travagliò il Mezzogiorno d'Italia tra il 1859 e il '60, nel passaggio dal regime borbonico a quello piemontese.
Il Nardella si giova a tale scopo di numerosi documenti editi e inediti (alcuni dei quali, riguardanti lo stato di confusione e di disagio delle truppe e delle popolazioni locali in Calabria, sono riportati in appendice), conservati negli Archivi di Stato di Napoli e di Foggia, nella biblioteca della Società Napoletana di Storia Patria e in archivi locali, e di memorie private, come il Diario di Marco Centola sullo sbarco garibaldino a Melito, che il Nardella pubblica unitamente al Discorso intorno al plebiscito di ottobre, letto il 21 ottobre 1860 dallo stesso Centola giudice in Melito, e da questi stampato a Napoli nel medesimo anno.
Tali documenti permettono all'Autore di delineare innanzitutto, attraverso una galleria di ritratti di personaggi ottocenteschi della famiglia Centola di S. Marco in Lamis, la vicenda e la funzione politico-sociale di una famiglia di quella borghesia meridionale che nel variare dei regimi e dei governi, fra sconvolgimenti politici, sociali e briganteschi, ebbe una parte preminente in provincia.
Francesco Centola, ad esempio, è nominato dal Murat capo del clero cittadino; il fratello Marco è giudice di pace e personalità di rilievo sia sotto il regime murattiano che borbonico; Ignazio, anch'esso giudice regio di S. Marco, è geloso custode del regime borbonico; l'altro fratello Antonio è medico e cultore illustre di scienze naturali. Berardino, primogenito di Ignazio, è architetto e sindaco filoborbonico a tal punto da chiedere al re, con i più ragguardevoli cittadini sammarchesi, la soppressione dei diritti costituzionali del '48, che essi avevano ricevuto ‘a male in cuore’, e di ‘benignarsi riprendere le redini dello Stato in tutto come per lo passato, e di regolare ogni cosa con la sua sola ed alta intelligenza’.
Il fratello Marco, mentre si rivela anch'esso un leale magistrato borbonico, non esita però a favorire lo sbarco dei garibaldini in Calabria e a schierarsi dalla parte di Garibaldi e di Vittorio Emanuele.
San Marco in Lamis - Cappella funeraria dei Centola.
San Marco in Lamis - Cappella funeraria dei Centola.
Questa varietà di atteggiamenti dei Centola e soprattutto del nostro Marco ci porta a domandarci se essa sia frutto di opportunismo politico, oppure di matura decisione, determinata dalla consapevolezza che il regime borbonico, anche per l'incapacità della classe dirigente, non rispondeva né alle diffuse esigenze di libertà dell'uomo, né a quelle di progresso e di unità civile e sociale che il liberalismo ottocentesco e il mazzinianesimo ormai rappresentavano, specie per quegli intellettuali che alla scuola giuridico-filosofica napoletana, come il Centola, si erano andati formando e che quei principi avevano continuato a coltivare sia pure in segreto.
A tal riguardo sarebbe interessante conoscere gli scritti del Centola (se ve ne sono) antecedenti al '60 per poter delineare con certezza la sua preparazione e convinzione politica. Il Diario e il Discorso per il plebiscito tuttavia ce lo mostrano funzionario rispettoso dell'ordine e delle leggi, preparato e aperto alle nuove idee. Infatti mentre egli è sollecito a comunicare all'intendente di Reggio che truppe garibaldine si trovavano in un comune vicino il giorno dopo, effettuato lo sbarco a Melito, egli si adopera perché il col. Fiutino [Plutino, ndr], luogotenente di Garibaldi, abbia informazioni e mappe utili al proseguimento dell'impresa; aiuta i garibaldini feriti e raccoglie denaro per i bisogni dell'«ambulanza» di Melito e dell'ospedale militare di Reggio. Quando si reca sulla nave Franklin a trovare Garibaldi, ne ammira soprattutto la sicurezza e convinzione nella riuscita dell'impresa.
Ritratto di Giuseppe Garibaldi, di autore ignoto
Ritratto di Giuseppe Garibaldi, di autore ignoto
Nel Discorso sul plebiscito Garibaldi è definito ‘il grande eroe del secolo, il rigeneratore d'Italia..., l'uomo magico che noi abbiamo avuto la singolare gioia di vedere approdare a questo lido ed eseguirvi col valoroso italiano esercito un felice sbarco, trionfando finalmente la natura depressa e la ragione conculcata dalla tirannide’. E subito dopo il Centola dichiara: ‘possiamo liberamente ragionare e agire per fare valere i più grandi nostri diritti proclamando quale legge di natura, la nostra nazionalità ch'è indispensabile condizione per fare progredire e assicurare il nostro incivilimento’.
Così nella stessa famiglia Centola, mentre un fratello, sindaco a S. Marco, auspica il ritorno all'assolutismo e fa in tal senso una petizione al re, a Melito l'altro fratello Marco vede nell'unità d'Italia e nella costituzione il trionfo della libertà e del progresso, che il regime borbonico aveva soffocato provocando quel generale disagio della borghesia più evoluta e delle classi popolari, assetate di giustizia sociale, che affretterà nel Mezzogiorno il processo unitario.
Vario e spesso contrastante è dunque il comportamento della borghesia intellettuale meridionale, di fronte ad avvenimenti incalzanti, in un complesso contesto socio-politico-economico, che, mentre, ad es. a Melito, esprime nel plebiscito la totale adesione a Garibaldi e a Vittorio Emanuele, a S. Marco in Lamis, si risolve invece, per timore e minaccia, in una generale diserzione delle urne. Al tempo stesso a S. Giovanni Rotondo ventiquattro cittadini di fede liberale vengono barbaramente trucidati ‘da plebe e da fautori di borbonica tirannide istigata’.
Cimitero di S. Marco in Lamis - In questa cappella funebre è sepolto Pasquale Soccio.
Cimitero di S. Marco in Lamis - In questa cappella funebre è sepolto Pasquale Soccio.
Questa situazione, che determina anche a S. Marco in Lamis il fenomeno del brigantaggio, così bene ricostruito e documentato da Pasquale Soccio nel suo volume Unità e Brigantaggio, edito dalla E.S.I. di Napoli, è da rapportare alla profonda crisi che attraversava non solo la plebe, ma soprattutto la classe borghese alla vigilia dell'unificazione politica italiana, e alle diverse posizioni che essa andava assumendo di fronte all'incalzare degli avvenimenti. Coloro che per formazione politica, come il Centola, erano aperti alle moderne idee di uguaglianza e di sovranità popolare, trovandosi al centro di burrascose vicende tra unitari e borbonici e sotto l'incalzare del brigantaggio, superando l'iniziale disorientamento, operano per riaffermare il proprio prestigio politico. Gli altri, timorosi di ogni novità politica e sociale, e solo preoccupati di difendere i propri interessi, si chiudono in uno sterile e dannoso conservatorismo, che, mentre acuisce ogni divisione, contribuisce a tardare il naturale processo di unificazione e di sviluppo del Mezzogiorno.
Ciò non toglie che lo sdegno e l'amarezza di fronte alla realtà delle cose, ben diversa da quella per cui aveva operato e nella quale aveva creduto, costringano il Centola a rinunciare alla magistratura e a ritirarsi a vita privata, dopo aver contribuito in maniera determinante al declino del fenomeno del brigantaggio nel comprensorio di S. Marco in Lamis.
Francesco II con il generale Ritucci - Foto tratta dal film televisivo di Luigi Magni, Il Generale, del 1987.
Francesco II con il generale Ritucci - Foto tratta dal film televisivo di Luigi Magni, Il Generale, del 1987.
È da sottolineare ancora, per avere un quadro completo del personaggio, ciò che scrive in alcune memorie posteriori, là dove con amarezza è costretto a riconoscere, che, ad oltre un decennio dall'unità, che doveva essere ‘incentivazione economica, dei cui vantaggi dovevano beneficiare in modo armonico tutti i cittadini’, si erano andati aggravando i problemi dello sviluppo economico del paese; si mostra anche amareggiato dal fatto che l'Italia non riusciva a raggiungere il livello di sviluppo economico degli altri Stati europei.
È superfluo sottolineare l'importanza del lavoro compiuto dal Nardella e il contributo da lui dato per la conoscenza di uno dei tanti rappresentanti della borghesia meridionale, non sempre noti, che animano le vicende storiche delle nostre provincie e del periodo in cui visse. A lui va il merito fondamentale di aver fatto parlare con acume e chiarezza i documenti, senza forzarne l’interpretazione a difesa di una tesi che è solo quella indicata dai fatti, ed è questo un contributo non lieve alla storiografia del nostro risorgimento e alla conoscenza dei complessi problemi che accompagnarono l'inserimento del Mezzogiorno nella faticosa formazione dell'unità italiana.
Cristanziano Serricchio

Giuseppe Garibaldi in una illustrazione del 1860.
Giuseppe Garibaldi in una illustrazione del 1860.

Giuseppe Garibaldi in una illustrazione del 1860.
Partenza di volontari garibaldini da Milano in una illustrazione del 1860.
Il molo del porto di Napoli in una illustrazione del 1860.
Illustrazione del 1860: Esercito garibaldino.
<strong>Sbarco di volontari inglesi nell'Arsenale di Napoli in una incisione del 1860.</strong> Scontato anche il fatto che l’azione fu finanziata dagli <em>inglesi</em>, circostanza che - come scrive Di Rienzo - '<em>la storiografia ufficiale ha sempre accantonata, spesso con immotivata sufficienza</em>'. Non mancano neppure le prove degli accordi tra camorra campana e insorti filo-garibaldini, per favorire la vittoria dell’<em>Eroe dei Due Mondi</em>. In una nota del 9 luglio 1860 inviata dal diplomatico Henry George Elliot al <em>Foreign Office</em> si legge che '<em>numerose bande camorristiche erano pronte a scendere in campo per contrastare, armi alla mano, la mobilitazione dei popolani rimasti fedeli alla dinastia borbonica, per presidiare il porto in modo da facilitare uno sbarco delle truppe piemontesi, e per controllare le vie d’accesso a Napoli al fine di rendere possibile l’ingresso dei volontari di Garibaldi</em>'. - Fonte: Il Secolo d'Italia
Incisione del 1860 raffigurante <strong>Liborio Romano</strong>.
Incisione del 1860 raffigurante il camorrista <strong>Mastro Tredici</strong> detto 'Michele 'o chiazziere'.
Incisione del 1860 raffigurante il camorrista Michele Russomartino - Con lo scoppio della rivoluzione infatti alcuni importanti camorristi (quali Luigi Cozzolino detto il 'Persianaro', <strong>Michele Russomartino detto il 'Piazziere'</strong>, Andrea Esposito detto 'Andreuccio di Porta Nolana' e addirittura il capo della camorra del quartiere Mercato Salvatore Colombo, entrato nella setta dell’Unità Italiana) passarono dalla parte dei liberali nella lotta anti-assolutista, partecipando agli scontri di piazza. Ciò determinerà le prime repressioni su vasta scala della camorra a Napoli, portate avanti dai ministri della polizia Gaetano Peccheneda prima (nel 1849-50) e Luigi Ajossa poi (nel 1859-60).
<strong>Salvatore De Crescenzo </strong>(Immagine), “Tore ‘e Crescienzo”, è il primo grande camorrista che si conosca. Nella congiuntura dell’Unità fu invitato dal prefetto <strong>Liborio Romano</strong> ad entrare, con tutti i suoi affiliati, nella guardia cittadina. Evento che lo incoronò come il più potente dei camorristi. Dopo questo episodio, Salvatore De Crescenzo, chiamato <strong>il re della Pignasecca</strong>, finì nelle maglie della repressione della legge Pica.<br />
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