di Luciano Gallino

Con sempre maggior insistenza i poveri del mondo bussano alla porta dei paesi ricchi, alla nostra porta. Perché mai dovremmo preoccuparcene, pensano in tanti, al di là del moto di compassione che si prova vedendo in tv i campi dei rifugiati del Ruanda o le case di latta e cartone delle periferie di Rio o di Tijuana? Dopotutto, se uno va in cerca delle cause della loro povertà, non può ignorare che molte di esse si ritrovano all'interno dei loro stessi paesi. Classi dirigenti incapaci quanto corrotte, a cui i poveri interessano soltanto al fine di ottenere aiuti dall'Occidente, che i primi non vedranno mai. Governi che spendono in armamenti più che in istruzione, sanità e lavori pubblici messi assieme. Precetti religiosi e norme culturali che ostacolano l'accesso delle donne all'istruzione e al lavoro - ricetta sicura per avere alti tassi di povertà. Inoltre fanno troppi figli, nei paesi poveri, con il risultato che l'aumento del prodotto interno lordo, quando c'è, non riesce a tenere dietro all' aumento della popolazione. Dovremmo certo fornire aiuti ai poveri del mondo – ecco il punto più alto cui perviene questa linea di ragionamento - ma tocca in primo luogo ai paesi interessati cercare di migliorare la situazione in casa propria.
Su questo versante non c'è molto da obiettare. Ma prima di concludere, magari con un certo sollievo, che la bilancia delle cause della povertà pende vistosamente da una parte, quello del piatto in cui si mettono le cause loro, proviamo a vedere cosa ci sarebbe da mettere sull'altro piatto, quello delle responsabilità nostre. Innanzitutto dovremmo metterci un bel pezzo di storia. Nei paesi dell'America Latina, ad esempio, la povertà odierna è l'estremo inferiore d'un sistema di fortissime disuguaglianze sociali, quelle che separano coloro che si costruiscono un rifugio di pochi metri quadrati entro una discarica, da coloro che possiedono 10.000 ettari di terreno o un loro equivalente.
È un sistema che caratterizza quei paesi da secoli. Ma è un sistema non nato da una permanente insipienza politica dei latinoamericani, bensì dall'aver sovrapposto con la forza, dal ‘500 in poi, ceti e classi sociali originarie dell'Europa alle popolazioni autoctone. Schiacciate al fondo della piramide sociale dai nuovi arrivati, private delle loro risorse naturali, povere perché poco istruite, e poco istruite perché povere, i discendenti di queste popolazioni sono diventati casi esemplari della povertà che riproduce sé stessa.
Se poi pare incongruo, oltre che sgradevole, caricarci di responsabilità che risalirebbero addirittura a secoli addietro, abbiamo sempre la possibilità di contrarre il nostro orizzonte storico, limitandoci a ricordare come hanno agito, e con quali effetti, gli europei in Africa tra il ‘700 e la prima metà del ‘900. È vero che parecchi regimi africani del presente appaiono corrotti quanto inefficienti, incapaci di modernizzare i loro paesi e per tal via combattere almeno la povertà assoluta dei loro abitanti – quelli che vivono con meno di un dollaro al giorno. Resta il fatto che simili regimi sono, per diversi aspetti, il prodotto finale della solerzia posta dai colonizzatori europei nel distruggere con ogni mezzo, per dominare il continente, comunità locali, gruppi dirigenti, strutture sociali e politiche preesistenti, nonché interi gruppi etnici.
Ancora nel Settecento, in molti stati africani non si viveva peggio che in molte regioni europee, ed essi avrebbero potuto percorrere una via autonoma di crescita economica e sviluppo civile che avrebbe forse portato l'Africa a condizioni migliori di quelle presenti. Ma l'uomo bianco ritenne suo dovere caricarsi del fardello di incivilire quel continente, cominciando, a mo' di dimostrazione, con l'annichilire quegli Stati. Lasciando dietro di sé, al momento della decolonizzazione – appena cinquant'anni fa - strutture sociali in frantumi, società attraversate da ogni sorta di odi, divisioni e conflitti, istituzioni statali inesistenti o malandate; e, con esse, qualche centinaio di milioni di poveri.
Se anche le gesta dei nostri nonni e trisavoli ci sembrano troppo lontane per farci sentire in qualche misura corresponsabili della povertà attuale del mondo, restano comunque da mettere sul piatto delle responsabilità nostre le azioni dei paesi ricchi che negli ultimi decenni hanno concorso ad aumentare il numero dei poveri. Tramite istituzioni da loro inventate e sorrette, come la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e altre, i paesi ricchi hanno imposto a quelli più poveri di dotarsi di progetti di sviluppo di grande respiro, e di aggiustare stabilmente i loro bilanci pubblici, innanzitutto facendo sì che almeno si capisse quali erano le entrate e quali le uscite. Propositi meritori, sebbene risentano pur sempre dell'idea di fardello dell'uomo bianco, ma che almeno non sono stati affermati con la forza. Propositi che però hanno finora avuto un rovescio, quello della riduzione in condizioni di povertà abbietta – l'aggettivo, si noti, è della Banca Mondiale - di vaste popolazioni dell'America Latina, dell'Africa, dell'India, di altri paesi del Sudest asiatico, degli stati sorti dopo il ‘90 dalla dissoluzione dell'Urss.
Le severe richieste di aggiustamento strutturale del Fmi hanno certo giovato a porre ordine nei bilanci di diversi paesi in via di sviluppo. Ma poiché richiedevano, tra l'altro, un drastico e immediato ridimensionamento del settore pubblico, aziende produttive e amministrazioni statali e locali incluse, gli aggiustamenti strutturali hanno fatto sì che milioni di persone si sian trovate da un giorno all'altro senza lavoro. Nella sola Russia postsovietica, i dettami del Fmi hanno generato in pochissimi anni decine di milioni di nuovi poveri.
Quanto ai progetti di sviluppo della Banca Mondiale, di certo hanno accresciuto la produttività dell'agricoltura in varie regioni, però al prezzo di migliaia di comunità locali eliminate o delocalizzate a forza; di innumerevoli colture soppresse, e con esse delle popolazioni che le praticavano; di blocco infine di ogni forma autonoma di sviluppo locale. Altrettanti modi per produrre poveri, dopodiché si può passare a proporre di "attaccare la povertà" con programmi planetari – come fa la Banca Mondiale con il suo fervoroso Rapporto 2000 che reca appunto tale titolo. Il bello è che il ruolo delle istituzioni internazionali nel produrre povertà a livello mondiale, come mi è già capitato di rilevare in Globalizzazione e disuguaglianze (Laterza), è denunciato in primo luogo dai loro exdirigenti, una volta che si sono dimessi, sono stati licenziati, o hanno litigato con i colleghi.
Se si mettono sul piatto delle responsabilità nostre anche solo una frazione degli elementi ricordati, la bilancia pare decisamente pendere da questa parte. Vi si può aggiungere qualche altra inezia. Ad esempio, se noi accettassimo di pagare la tazzina di caffè 1.800 lire invece che 1.500, e quelle 300 lire andassero effettivamente tutte ai contadini e agli operai che il caffè coltivano e lavorano, in Africa e in America Latina, il loro reddito giornaliero aumenterebbe di due o tre volte.
E se la Commissione europea sopprimesse la norma, introdotta di recente, per cui in una tavoletta di cioccolata vi può essere il 10% di sostanze che non sono cacao, le migliaia di coltivatori africani di cui quella norma ha decurtato i redditi ritroverebbero forse per un momento il sorriso. Azioni che di certo non si realizzeranno, ma che può valere la pena di immaginare per ricordare che anche nei più modesti piaceri del nostro benessere si nasconde un po' della povertà del mondo. La seccatura che inizia a profilarsi è che anche i poveri ora lo sanno.

Fonte: La Repubblica 28 giugno 2001