La carta geografica della Capitanata dipinta dal Danti (Immagine)Ignazio-Danti.jpg nella famosa Galleria delle carte geografiche nel palazzo Vaticano non riporta il nome di S. Marco in Lamis; in compenso, in bella evidenza si legge quello di Santa Maria di Strignano.

Carta geografica del Danti
Carta geografica del Danti
Analogamente, in diverse carte geografiche dei secoli XVII e XVIII conservate nella Biblioteca di S. Matteo, il nome di S. Marco è sparito; al suo posto troneggia quello di S. Petricolo, evidente traduzione un po’ arbitraria del latino Sanctus Petriculus, o piccola chiesa dedicata a S. Pietro. La locuzione in tempi imprecisati servì ai locali per designare l’enorme masso erratico una volta in bella vista lungo la strada; i sammarchesi quindi chiamarono la località semplicemente Petriccule e il masso La preta de Petriccule.
Carta geografica del Magini - Biblioteca del Convento di San Matteo
Carta geografica del Magini - Biblioteca del Convento di San Matteo
Come molti sanno questo masso diede la stura a diverse leggende di cui una racconta che quando l’enorme pietra, appena precipitata non si sa per quale cataclisma dal Monte Celano, si fu assestata, alla sua sommità apparve un’intrigante iscrizione: Viata a chi me vota, beato chi mi rigirerà. Gli speranzosi contadini ce la misero tutta, e dopo sforzi immani, soddisfatti, lessero il resto: e mo’ che m’ha vutata, stegne bona e situata.
Ora il masso è sparito, fagocitato dalle esigenze della modernità, e con esso anche le poche tracce di una stradicciola selciata che s’incamminava verso mezzogiorno proprio dal punto in cui era situato il pietrone. Con esso sembra svanito parimenti il carisma tutto sammarchese della salace invettiva mascherata di autoironia.
Per quanto possa apparire strano, la tradizione del nome San Petricolo, sparita da S. Marco, sopravvive a S. Giovanni Rotondo nella cui lingua la località conserva il suo nome originario di Sant Petriccule.
Questa, che potrebbe chiamarsi la preistoria del Villaggio, ci dice che la località, per quanto arida e deserta, non era sconosciuta se i geografi hanno sentito il bisogno di segnalarla ad uso dei viaggiatori provenienti da regioni lontane.
Ma veniamo alla storia.

Borgo Celano nei primi decenni del '900
Borgo Celano nei primi decenni del '900
Poco distante dal Santuario, a ridosso del Celano e propriamente sulla via rotabile che mena a S. Giovanni Rotondo, sta sorgendo un nuovo villaggio, splendido per posizione topografica, per aria e per panorama. La prima pietra fu benedetta il 6 aprile 1908, da’ Frati Minori del Santuario.
L’idea di fabbricare il nuovo villaggio venne a un gruppo di geniali operai. Nonostante fosse stata combattuta dagl’interessati, essa è nella sua completa realizzazione. Il villaggio ora conta una settantina di case, e per settembre ne conterà, forse, un centinaio. Gloria agli umili operai fondatori (nota: Ecco il nome dei fondatori del nuovo villaggio: 1. Giuseppe Paris 2. Ferdinando Covatto 3. Paolo del Conte 4. Giovanni Verde).

Il nuovo villaggio offrirà comodità immense a’ pellegrini del Santuario. I pellegrini in esso troveranno alloggio decente e un discreto ristorante, proprietà di Luca Nardella.

Copertina dell'opuscolo del 1933 scritto da p. Diomede Scaramuzzi
Copertina dell'opuscolo del 1933 scritto da p. Diomede Scaramuzzi
Il trafiletto a firma di P. Diomede Scaramuzzi è pubblicato in appendice all’opuscolo Il Santuario di S. Matteo, cenni storici stampato nel 1909 a Foggia per i tipi di P. Cardone. Il medesimo testo, leggermente abbreviato, troviamo nella seconda edizione dello stesso opuscolo che ha visto la luce a S. Marco in Lamis nel 1933 stampato da Giovanni Caputo. In questa seconda edizione sono contenute anche un paio di interessanti fotografie del Villaggio S. Matteo che di lì a poco sarebbe diventato, laicamente, Borgo Celano.
Foto della lettera inviata dal nipote di p.Anselmo Laganaro
Foto della lettera inviata dal nipote di p.Anselmo Laganaro
Più leggo questo brevissimo testo e lo metto a confronto con testimonianze coeve, più mi si consolida la certezza che l’autore, P. Diomede Scaramuzzi, voglia dire molto più di quanto scrive. P. Diomede, pur accogliendo le sollecitazioni, non s’impantana sulle condizioni igieniche, sociali e lavorative della S. Marco in Lamis dell’epoca, sì da far emergere i motivi che spinsero i geniali operai a fondare il Villaggio. Si limita ad enfatizzare le superlative condizioni ambientali del nuovo insediamento, splendido per posizione topografica, per aria e per panorama e le prospettive economiche e sociali che si aprono con la nuova fondazione: Il villaggio offrirà comodità immense a’ pellegrini del Santuario i quali troveranno alloggio decente e un discreto ristorante.
P. Anselmo Laganaro, Guardiano del convento, incaricato dagli organizzatori di benedire la prima pietra del Villaggio, volle sottolineare, a modo suo, lo spirito di novità che era alla base della nuova fondazione.
Una gustosa lettera inviataci dal nipote di P. Anselmo narra che il giorno stabilito, il 6 aprile 1908, la lunga fila dei Frati di S. Matteo, composta per la maggior parte dei giovani studenti di teologia, processionalmente, croce in testa, col Guardiano del convento in cotta e stola, insieme ai padri fondatori del villaggio e a qualche devoto, cantando salmi e cantici spirituali, si diresse verso il luogo designato. Durante la processione il P. Laganaro, laureato in scienze bibliche, colse felicemente lo spirito dell’avvenimento adottando il canto di liberazione e di speranza di Israele dopo i quattrocento anni di prigionia in Egitto, il salmo 113 In exitu Israel de Aegipto, domus Jacob de populo barbaro… 'Quando Israele uscì dall’Egitto, la casa di Giacobbe da un popolo barbaro…' cantato nel bellissimo tono peregrino. Il corteo nel breve tratto fino al luogo convenuto ripeté il salmo con lo spirito di attesa del popolo di Israele nei quarant’anni di peregrinazione nel deserto diretto verso la terra promessa.
Veduta aerea di Borgo Celano - Circa anni '70
Veduta aerea di Borgo Celano - Circa anni '70
Per la completezza dell’informazione bisogna dire che la prima pietra benedetta da P. Anselmo Laganaro era della casa di un certo Luca Nardella, ricordato anche da P. Scaramuzzi, che sarebbe stata adibita a locanda. Vale la pena notare come P. Diomede sottolinei il rapporto strettissimo, anche di tipo economico, fra il nuovo Villaggio e il Santuario di S. Matteo. Conviene parimenti notare che questa sottolineatura è stata fatta dal P. Scaramuzzi nel clima di rinascita della presenza francescana sullo sprone del Monte Celano dopo quasi quarant’anni di assenza dei Frati dal Santuario di S. Matteo. Come si sa dai libri di storia, dopo l’Unità d’Italia, la laicheria dell’epoca non trovò niente di meglio per impinguare le casse dello stato che impadronirsi dei beni dei religiosi, togliendo loro la personalità giuridica. I Frati furono cacciati da S. Matteo, il convento restò abbandonato a se stesso.
Vecchia veduta del Convento di San Matteo
Vecchia veduta del Convento di San Matteo
Nel 1905 i Frati tornarono accogliendo l’invito del Comune di S. Marco in Lamis proprietario del convento; trovarono un rudere che, ancora per diversi decenni dovettero condividere con guardie forestali e altri soggetti. L’opera di ricostruzione fu condotta da frati intelligenti e creativi. Il Convento fu scelto come luogo di formazione per i giovani frati.
La Fraternità Francescana assunse quella fisionomia operativa che la caratterizza fino ai giorni nostri: la cura del santuario, l’attività culturale e i lavori per tener su una struttura, il convento di S. Matteo, di oltre mille anni di storia. Il nuovo villaggio fu quindi concepito in rapporto a questa struttura importante e complessa proiettata dalla sua stessa storia su uno scenario temporale e ambientale estremamente vasto.
Il quartiere Casarinelli, foto degli inizi del '900
Il quartiere Casarinelli, foto degli inizi del '900
Desta, perciò, una certa perplessità l’affermazione di P. Diomede quando dice che l’idea di fabbricare il nuovo villaggio venne a un gruppo di geniali operai, come se l’idea, per quanto veritiera, fosse frutto di un’ispirazione estemporanea e slegata. Plausibile, invece, pensare che l’idea fosse frutto di informazione, di discussione e probabilmente di programmazione avvenuta a ben altri livelli. Anche perché, per quanto sia informato, quasi contemporaneamente alla fondazione del Villaggio S. Matteo, avveniva anche il primo sorgere del quartiere di Casarinelli e il tentativo, poi abortito, di un analogo villaggio in località Zazzano; un altro villaggio era stato preconizzato, intorno al 1911, al Calderoso.
Lapide che ricorda i fondatori di Borgo Celano
Lapide che ricorda i fondatori di Borgo Celano
Bisogna aggiungere, inoltre, che alla decisione di dar vita a una nuova frazione di S. Marco in Lamis si era giunti dopo un confronto non privo di tensioni. Il nostro P. Diomede, infatti, dice che la realizzazione della nuova fondazione al momento in cui scriveva era già in uno stato molto avanzato nonostante fosse stata combattuta dagl’interessati. Allo stato attuale delle ricerche non si è in grado di definire né quantificare tali opposizioni.
D’altra parte il fatto, riferito da P. Diomede, che poco più di un anno dopo la sua fondazione il Villaggio contasse già una settantina di case le quali per il settembre del 1909 sarebbero salite a cento, la dice lunga su una più che probabile programmazione avvenuta negli ambiti politici e amministrativi più importanti di San Marco in Lamis, probabilmente udito il consiglio e le istanze dei Frati di S. Matteo.
Veduta di Borgo Celano dal sovrastante Monte Celano
Veduta di Borgo Celano dal sovrastante Monte Celano
Altrettanto plausibile è l’ipotesi che il nuovo villaggio si sia sviluppato con un progetto lungamente valutato in base alle esigenze presenti e future dei nuovi inquilini. Il defunto mio amico, e credo amico di tutti noi, il maestro Michele Pitullo mi diceva che il villaggio era stato progettato sul pendio di mezzogiorno del Monte Celano in sito ben soleggiato, sulla strada di S. Giovanni Rotondo, con le case basse perché si potesse usufruire al massimo della luce e del calore naturale del sole, e le strade diritte e larghe quanto bastava a far transitare contemporaneamente due carretti.
Veduta di Borgo Celano dal sovrastante Monte Celano
Veduta di Borgo Celano dal sovrastante Monte Celano
Diceva anche che la larghezza delle strade era misurata con la zoca d' salma, vale a dire la fune, dalla lunghezza fissa, utilizzata dai contadini per legare i carichi al basto dei cavalli. Le case, a loro volta, erano collegate fra loro da un sistema di marciapiedi larghi e comodi.
Insomma il Villaggio San Matteo si presentava con tutte le caratteristiche strutturali esemplarmente assenti nei quartieri di S. Marco, inserite magistralmente in un ambiente splendido per posizione topografica, per aria e per panorama, come dice P. Diomede Scaramuzzi.
E a proposito di aria, mi piace ricordare la testimonianza di Matteo “sant’ Mattè”, così chiamato per il servizio di pastore prestato al gregge del convento per molti anni:

qua l’aria è buona, sono sempre venuti i sanseveresi per curarsi; anche quando è arrivata la spagnola, al villaggio nessuno si è ammalato. Uno solo è morto, ma era forestiero.

Si capisce, allora, la sottile allusione fatta da P. Anselmo Laganaro con la scelta del salmo 113 In exitu Israel de Aegipto, domus Iacob de populo barbaro, canto di speranza per un futuro migliore, ma anche di gioioso liberarsi dalle condizioni di disagio. Era come se S. Marco in Lamis, dopo mille anni di letargo in fondo alla sua valle, senza orizzonti e senza prospettive, si fosse d’improvviso svegliata a nuovi desideri, nuovi profumi, nuovi panorami, nuove scoperte. Questo era il clima che albergava fra quei nostri coraggiosi e illuminati antenati.
Negli otto anni del mio servizio pastorale al villaggio, dal 1972 al 1979, spesso i superstiti di quei tempi eroici mi narravano episodi e avventure. Mi dicevano che nei primi anni non c’era la chiesa e la domenica si andava a S. Matteo. Durante un’inverno particolarmente duro, di non so quale anno, si decise che il Villaggio dovesse avere la sua chiesa. L’intera comunità si riuniva, ognuno col suo compito e col suo attrezzo, e dopo un po’ la chiesa era una realtà. Lo stesso spirito di partecipazione la comunità del villaggio espresse molti anni dopo, nel 1974, quando eseguimmo i lavori di risistemazione dell’interno della chiesa. Partendo da un piccolo ma significativo lascito, l’interno della chiesa ebbe una fisionomia completamente trasformata, con i banchi nuovi, la sede per il celebrante e tutto. Direttore dei lavori e capomastro Raffaele Del Bianco, il sottoscritto faceva il manovale. Le sera tutti gli uomini del villaggio, grandi e piccoli, spesso anche le donne, venivano a lavorare.

Don Bonifacio Cipriani
Don Bonifacio Cipriani
Mi dicevano anche che spesso, durante gli anni della guerra, d’inverno dal tetto malandato penetrava abbondante acqua e neve sì che le persone erano costrette, prima di sedersi, a rimuovere la neve ed asciugare i banchi. Il disagio durò fin quando fu nominato parroco Don Bonifacio Cipriani il quale con atto di sommo coraggio e con grande spirito di fede, rifece il tetto, costruì la volta e allungò di qualche metro la chiesa che acquisì, quindi l’attuale volumetria. Don Bonifacio, poi, verso il 1953, costruì la sala dell’oratorio e l’appartamento sovrastante.
Che cosa resta oggi di quegli anni eroici e creativi?
Confesso che quando gli amici Giuseppe Petrucci e Luigi De Angelis mi fecero la proposta di parlare del Villaggio, rimasi molto perplesso reputando l’argomento storicamente troppo lontano dagli interessi della gente che conta, ma anche ormai troppo fuori tempo. Ammesso che ci sia qualcuno che si senta coinvolto, salvo naturalmente gli amici della Pro Loco e di qualche altro sparuto gruppetto, l’argomento resta sempre fuori della storia, essendo già chiuso da decenni.
A questa considerazione si aggiungeva il personale ricordo del malinconico teatrino di cui ogni anno io, i miei ragazzi del Villaggio e qualche persona di buona volontà, eravamo protagonisti a scadenza fissa. Ogni anno, d’estate, quando la gente aveva tempo e gusto per il discutere e quando i disagi erano più evidenti e la loro notizia scavalcava le anguste frontiere della Valle dello Starale, puntuale come la terzana, scattava l’interesse per il villaggio. Un anno, 1972, facemmo una indagine sociologica diretta da uno statistico di professione, il dott. Nicola Cecafosso, fresco di laurea; un altro anno facemmo una pubblica protesta con tanto di cartelli scritti a pennarello, come si usava allora, un altro anno facemmo un pubblico dibattito, a cui partecipò anche l’avv. Tizzani; e poi riunioni, colloqui, visite al municipio ecc.
Qualcosa finalmente ottenemmo: una cassetta di pronto soccorso con un rotolino di bende, un flacone di disinfettante, tre siringhe e due dosi di antidoto antivipere. La cassetta con la sua brava croce rossa rimase a lungo sulla parete dell’oratorio a perpetua memoria della grande attenzione riservata ai problemi del Villaggio.
Quando parlavo con amministratori e funzionari, avevo la netta sensazione di discorrere di una realtà remota, posta agli antipodi e del tutto estranea agl’interessi del sammarchese medio. Ero quindi molto perplesso e non volevo ancora una volta prestarmi a un rito ripetitivo e anche un po’ insulso.
Poi i miei amici con cui condividiamo il lavoro in biblioteca mi dissero che valeva la pena parlare.
Mercatino delle pulci a Borgo Celano
Mercatino delle pulci a Borgo Celano
Nato per iniziativa popolare nel 1908 e con la benedizione delle autorità competenti, il villaggio ha conservato per alcuni decenni la spartana fisionomia ereditata dai suoi padri fondatori basata sulla comunanza degli interessi lavorativi, sulla solidarietà e sull’utilizzo di poche e magre risorse. Il villaggio era stato concepito nelle migliori condizioni ambientali, perché fosse un quartiere di S. Marco e la gente abitasse vicina ai luoghi di lavoro. Pensato, poi, in stretto rapporto col territorio, il villaggio doveva diventare il naturale sbocco logistico alle moltitudini di pellegrini che sarebbero saliti a S. Matteo.
Vecchio panorama del Villaggio San Matteo con, sullo sfondo, il Monte Celano
Vecchio panorama del Villaggio San Matteo con, sullo sfondo, il Monte Celano
Anche la posizione topografica, l’aria e il panorama, come ricorda P. Scaramuzzi, erano considerati beni interessanti.
Ma la modernità era alle porte con una serie di esigenze a cui il villaggio con le sole sue forze non era in grado di rispondere. Erano necessari uno sguardo lungimirante e capacità progettuale.
Il Villaggio cadde in balia degli eventi: venne rinominato 'Borgo Celano'; fu scoperto dai forestieri, la bontà dell’aria divenne il suo principale pregio; l’estate la stagione preferita, fu trasformato in quartiere di seconde case. I forestieri comprarono tutto ciò che era possibile comprare. L’aspetto urbanistico perse la solare linearità concepita dai padri fondatori, salirono i primi grattacieli, i marciapiedi furono privatizzati.
Una immagine delle celebrazioni in occasione del Centenario di Borgo Celano - Chiesa della BV di Lourdes
Una immagine delle celebrazioni in occasione del Centenario di Borgo Celano - Chiesa della BV di Lourdes
Nel 1975, i dati dell’indagine statistica che facemmo, erano i seguenti: due terzi delle case del Borgo erano di proprietà di sanseveresi, manfredoniani, foggiani e di altri paesi, il resto per la maggior parte era di proprietà di sammarchesi non residenti a Borgo Celano. Quel che rimaneva era di proprietà dei pochi abitanti superstiti.
Gli abitanti originari, ridotti ormai a poche famiglie, erano costretti a vivere in pratica emarginazione per i tre mesi estivi, e a inventarsi una magra sopravvivenza per il resto dell’anno. A ciò si aggiunga la totale mancanza di servizi, se si eccettua un Bar, e il servizio automobilistico della SITA il cui peso per le magre finanze delle famiglie del borgo è facile immaginare.
Da quella indagine risultò che le famiglie del luogo erano 23, di cui oltre due terzi costituite da un solo individuo, spesso vecchi in età avanzata, e il complesso dei bambini e i ragazzi inferiori ai 10 anni, messo a confronto con gli anziani superiori ai 70 anni dava un rapporto di 1 a 7, vale a dire che ogni ragazzo o bambino aveva a disposizione ben 7 vecchi.
Nel 1979, per decisione dei piani superiori, dovetti lasciare l’incarico di responsabile pastorale di quella parrocchia, e non ebbi più modo di seguire da vicino l’andamento del Borgo. Da allora sono successe diverse cose importanti come il lodevole tentativo di rivitalizzare l’aspetto abitativo del villaggio con le cooperative Santa Rita, la costruzione di alberghi, di ristoranti, pizzerie e altre comodità ricettive. Si sono poi aggiunti altri quartieri di seconde case. Si ha tuttavia l’impressione che le varie fasi costruttive, non riescano a vincere la stanchezza, la rassegnazione e i dubbi sul futuro. Delle famiglie originarie son rimasti solo pochi sparuti rimasugli.
Il fatto è che il villaggio degli speranzosi lavoratori della terra neppure in quest’ultima fase creativa è riuscito a diventare località turistica e la qualità della vita, rispetto alla data di fondazione, 1908, non ha fatto un solo passo avanti.
I miei appunti a questo punto potrebbero dirsi conclusi. Ma, siccome anch’io, come gli amici della Pro Loco, sono un uomo di speranza, nonostante la quasi certezza che anche questa riunione finirà dove son finite le altre, voglio aggiungere qualcosa, peraltro risaputissima.
Le suggestioni contenute nell’atto di fondazione del Villaggio e riportate da P. Diomede Scaramuzzi, splendido per posizione topografica, per aria e per panorama, insieme all’accenno del ruolo che il Villaggio può assolvere in rapporto ai pellegrini, sono elementi tuttora vitalissimi che andrebbero riconsiderati e trasformati in proposte operative.
Molto è stato fatto. Oggi al Villaggio i pellegrini hanno a disposizione delle strutture recettive molto buone, alberghi e ristoranti. La questione della destagionalizzazione dei flussi dei forestieri, molto viva e sentita fra gli operatori del Gargano settentrionale, qui si pone in termini meno perentori poiché il flusso dei pellegrini conserva una buona continuità, anche se di ineguale intensità, da Pasqua a tutto il mese di novembre.
Le questioni sono altre.
Il Villaggio deve ripensarsi in rapporto sia alla sua posizione topografica, come dice P. Diomede, che lo pone al centro di una vasta e popolosa zona, sia in rapporto al suo ruolo di luogo di sosta delle comitive dei pellegrini.
Orchidea che cresce insieme a tante altre nel Bosco Difesa di San Matteo
Orchidea che cresce insieme a tante altre nel Bosco Difesa di San Matteo
Ambedue questi ruoli sono connaturali al Villaggio. Esso è infatti il naturale centro potenzialmente ideale a soddisfare i bisogni logistici di un non indifferente numero di persone che già vengono per una vasta e variegata gamma di motivi naturalistici, storici, religiosi e culturali in genere. La realtà è sotto gli occhi di tutti: non solo la vicinanza con S. Giovanni Rotondo, ma anche il suo stretto rapporto col convento di S. Matteo e con il Bosco Difesa di S. Matteo.
E’ necessario che il Villaggio recuperi una visione antica e totalizzante del fenomeno del pellegrino.
Il pellegrino infatti non viene a 'vedere il santo', come la nostra concezione privatistica della religione ci induce a credere, ma viene a incontrare il santo nella sua storia e nel suo ambiente; qui, poi, viene a portare tutta le sua esperienza di vita. Il rapporto fra santuari e ambiente naturale è sempre stato strettissimo, basti pensare alle splendide considerazioni di Emile Bertaux sui santuari garganici fatte alla fine del sec. XIX. Il valore simbolico della montagna, degli alberi, degli eventi climatici, hanno avuto sempre una grande importanza nel linguaggio religioso di tutti i tempi.
Mi preme dire che i pellegrini che vengono a S. Matteo non si limitano ad ammirare la bellezza del paesaggio, ma affermano con decisione che nella loro esperienza spirituale la visita a S. Matteo, la storia e il paesaggio rappresentano una notevole aggiunta di valore religioso alla visita alla tomba di P. Pio. In questi ultimi dieci anni, poi, sono molti i pellegrini che scoprono come il fenomeno di P. Pio s’inserisca in un ambiente complesso di realtà non solo religiose, ma anche storiche e naturalistiche. In tutti i casi il santuario di P. Pio è visto sempre più come un momento importante di un itinerario ben più complesso, con cui è in stretta relazione. La maggior parte dei pellegrini oggi non si ferma a S. Giovanni Rotondo, ma sente il bisogno di capire la santità del Padre allargando gli orizzonti della conoscenza.
Sacrestia del Convento di San Matteo
Sacrestia del Convento di San Matteo
Il pellegrino ha bisogno di conoscere i luoghi che visita perché in quei luoghi si è consumata la rivelazione del divino nella storia umile ed esaltante dei santi. Qui il pellegrino respira l’aria che ha respirato Padre Pio, vede i luoghi in cui sono passati S. Francesco, San Tommaso d’Aquino, S. Gerardo Maiella, S. Camillo de Lellis, insieme a file interminabili di pellegrini e viandanti. Per il pellegrino il paesaggio non è né un puro contenitore, né una sequenza di immagini suggestive, come accade ai turisti; il paesaggio è il luogo privilegiato testimone di una storia importante qui, infatti, il cielo ha toccato la terra.
Il pellegrino è naturalmente predisposto alla conoscenza dell’ambiente naturale e storico. Una volta questo contatto avveniva in termini del tutto ingenui e naturali, oggi è necessaria l’organizzazione. Oggi è necessario che il pellegrino sia guidato a una conoscenza più approfondita. Perciò sono necessari i luoghi della memoria, i musei, gli itinerari naturalistici, un’informazione più ampia e corretta sui luoghi da loro visitati.
Bisogna fare un’altra considerazione. Il pellegrino è l’uomo della tradizione. Col santo, infatti, ha un rapporto motivato e continuativo per tutto il fluire della vita. Torna quindi spesso al santuario, una volta l’anno, e anche più volte. Torna e vuol rivedere i luoghi conosciuti, le persone conosciute; ma questi ritorni sono anche degli approfondimenti e dei tentativi di sintesi. Vuole quindi allargare la conoscenza, scoprire sempre più il particolare rapporto che il santo ha avuto con questi luoghi, con queste persone.
Il discorso potrebbe proseguire all’infinito; basti pensare alla sterminata letteratura prodotta sull’argomento negli anni immediatamente precedenti il Giubileo del 2000.
A questo punto permettetemi di dire che il Villaggio, il convento di S. Matteo e il Bosco Difesa di S. Matteo, sono luoghi naturalmente uniti in strettissima unità. Questa affermazione, a mio giudizio, dovrebbe essere la linea privilegiata di ogni tentativo di progetto relativo alla zona. E qui vorrei accennare ad alcuni fatti che, malgrado la mancanza di una previa progettazione, appaiono oggettivamente coordinati in unità e, se permettete, sono esemplificativi di un nuovo modo di pensare questa complessa realtà.
Fra qualche mese il convento di S. Matteo aprirà al pubblico il suo museo. Non sarà gli Uffizi di Firenze, ma, nella sua umiltà, esporrà limitate ma interessanti collezioni di beni, che hanno il pregio di essere tutti inerenti la storia del nostro territorio e quasi tutti riguardanti anche la storia dei pellegrini che hanno percorso nei secoli queste vie. Il museo, infatti sarà articolato in una serie di percorsi che a cominciare dal paleolitico superiore, si svolgerà per tutto l’arco della storia antica con la sua sezione archeologica, per entrare, poi nel medioevo con l’esposizione dei reperti architettonici dell’antica Abbazia di San Giovanni in Lamis. Toccherà, poi, l’epoca rinascimentale con le edizioni di pregio della nostra biblioteca, e poi seguiranno la collezione di paramenti sacri antichi, di arredi della chiesa, di statue, dipinti, reliquiari e, infine la bellissima collezione delle tavolette votive.
Veduta del convento di San Matteo
Veduta del convento di San Matteo
Questo insieme museale è inserito in un edificio storico di primaria importanza in cui, peraltro, sono già allestiti altri locali che non hanno una specifica configurazione museale, ma sono estremamente interessanti per le loro struttura e per i beni contenuti. Mi riferisco alla chiesa, alla sacrestia, alla Biblioteca e al convento stesso. I pellegrini conoscono già queste realtà. Anche la presenza delle scolaresche è molto attiva.
Questo complesso di beni culturali troverà il suo corrispondente nel parco dei dinosauri in allestimento al Villaggio. Ma anche questo parco è da intendere come un momento della complessa storia naturale del Gargano che qui, nel Bosco Difesa di S. Matteo, ha uno dei suoi momenti privilegiati.
Altro privilegio del Villaggio è la posizione topografica, di cui parlava anche P. Scaramuzzi. Il Villaggio si trova al centro di una zona in cui nel raggio di 40 chilometri insistono quasi tutte le città più popolose della Capitanata. I forestieri che salgono in tempi estivi, sono quindi un aspetto che dovrebbe essere oggetto di una più efficace e puntuale considerazione.
E’ difficile, e qui vorrei concludere, trovare, almeno nella nostra Puglia, una realtà, come il Villaggio, che sia al centro di un complesso di realtà naturali, storiche, religiose e antropiche così importanti, così ben strutturate e organicamente relazionate da formare un tutt’uno dall’alto valore culturale ed economico.
P. Mario Villani
Convento S. Matteo, 27 settembre 2008
Centenario di Borgo Celano 1908-2008
Relazione letta e distribuita in occasione del Convegno sul Centenario tenutosi nell'Auditorium della Biblioteca.
La versione digitale, le note e le foto sono dello scrivente.