Presenza francescana a San Giovanni Rotondo

La carta dei Cappuccini
La carta dei Cappuccini
Il rapporto di San Giovanni Rotondo col movimento francescano risale agli albori della storia francescana.
Quando nel 1538 fu fondato il convento cappuccino di Santa Maria delle Grazie, essendo Arcivescovo sipontino il card. Giovanni Maria de Monte, poi papa Giulio III, i francescani a San Giovanni erano di casa da almeno tre secoli.
D'altra parte è un dato storico incontrovertibile che tutti i movimenti sorti nell'ambito francescano hanno fatto, dalla prima ora, della regione garganica uno dei loro terreni preferiti.
La fase iniziale del francescanesimo, nella prima metà del '200, ha vissuto qui un suo momento privilegiato. La prima provincia Sancti Angeli, fondata nel 1239, è una delle Province Madri dell'Ordine.
Similmente [sia] i francescani Osservanti agli inizi del sec. XV che i frati minori Cappuccini nella prima metà del '500 e i Frati riformati nella seconda metà del ‘500, hanno dato origine, a tre Province monastiche ritenute Province Madri, nell'ambito delle rispettive Riforme.
La grande figura di P. Pio da Pietrelcina è il vertice di una storia nobile piena di suore e frati francescani che si sono santificati nella quotidianità della preghiera e a servizio della Chiesa. Abbiamo scavato nelle raccolte di documenti evidenziando qualcuna di queste figure pensando che, nel quadro gioioso della Canonizzazione di P. Pio, la conoscenza di questi francescani possa contribuire a dare maggiore consapevolezza a San Giovanni Rotondo e alla Capitanata del suo passato francescano.
I personaggi di cui parlerò sono tutti poco noti, ma hanno, tuttavia, il merito non piccolo di inserirsi in quadri emblematici per situazioni storiche e ambientali inserite in percorsi storiografici di vasto respiro.
Il primo quadro riguarda il periodo delle origini francescane.
Vecchia foto del Convento dei Cappuccini a San Giovanni Rotondo
Vecchia foto del Convento dei Cappuccini a San Giovanni Rotondo
Il 3 giugno 1286 il diacono Giovanni e Perrone da Salpi, rappresentanti del Capitolo della Chiesa di Santa Maria Maggiore e dell'Università di San Giovanni Rotondo prestarono in Napoli giuramento di fedeltà all'abate del monastero di San Giovanni in Lamis nelle mani di Gerardo vescovo di Sabina, legato apostolico nel Regno di Sicilia. Terminava con quest'atto il tentativo del piccolo casale garganico di affrancarsi dalla soggezione feudale del monastero di San Giovanni in Lamis iniziato con Federico II di Svevia nella Dieta di Capua del 1220. I testimoni di tanto avvenimento furono due frati minori, frate Ugolino da Bobbio e il francese frate Guido, ambedue cappellani del detto vescovo di Sabina mons. Gerardo (BAV fondo Chigi, E VI 184, pag. 2). Sono i primi nomi di frati minori che s'incontrano nella lunga storia di San Giovanni Rotondo e dell’abbazia di S. Giovanni in Lamis, poi convento di S. Matteo.
In effetti, però, la presenza dei Frati Minori a San Giovanni Rotondo era già vecchia di alcuni decenni. Difficile dire quando precisamente i frati minori vi si insediarono. E' indubbio che il Gargano nel sec. XIII era uno dei poli dell'area pugliese che riscuotevano maggiore interesse tra i frati. Una delle ragioni certamente doveva essere la grande devozione di San Francesco verso l'Arcangelo San Michele, ereditata dai suoi figli. Non doveva essere estraneo in questa scelta neppure il fascino che questa montagna, solitaria fra il mare e la pianura, ha sempre esercitato sugli spiriti sensibili alle cose dello spirito e tesi alla ricerca dell'Assoluto.
Verso il 1240 dei cinque conventi francescani attestati nell'area di quella che allora era la Provincia Sancti Michaelis de Monte Gargano e di cui esiste sicura documentazione, ben due si trovavano sul Promontorio, e cioè i conventi di Peschici e di Cagnano.
Va notato che molto prima di questa data il Gargano era già ben conosciuto negli ambienti francescani.
La prima citazione della Provincia Sancti Angeli in un documento ufficiale dell'Ordine è del Capitolo Generale del 1239 in cui la Provincia Sancti Angeli appare giuridicamente distinta e separata dalla Provincia Apuliae costituita nel 1207.
Incisione in rame, mm 235x335. Tratta da 'Chorographica descriptio provinciarum et conventuum FF. Min. S. Francisci Capucinorum…' pubblicato per la prima volta nel 1643 a Torino, opera di Giovanni da Moncalieri, ministro generale dell’ordine dei Cappuccini, ed aggiornato da Giovanni Battista da Cassino nel 1712.
Incisione in rame, mm 235x335. Tratta da 'Chorographica descriptio provinciarum et conventuum FF. Min. S. Francisci Capucinorum…' pubblicato per la prima volta nel 1643 a Torino, opera di Giovanni da Moncalieri, ministro generale dell’ordine dei Cappuccini, ed aggiornato da Giovanni Battista da Cassino nel 1712.
Ma già nel Capitolo Generale del 1221 si parlava garganico. In quel Capitolo, infatti, emerse la simpatica figura di fra Palmerio di Monte Sant'Angelo, frate "ilaris atque iucundus", tutto impegnato a reclutare frati di buona volontà per la spedizione missionaria diretta in Germania di cui facevano parte frati di prim'ordine come fra Giordano da Giano, autore della Cronaca che poi raccontò le vicende della spedizione, e fra Tommaso da Celano biografo di San Francesco. Frate Palmerio fu, durante il primo anno della missione, ordinato sacerdote ed eletto primo superiore del convento di Magdeburgo.
Il nome di San Giovanni Rotondo fa la sua comparsa per la prima volta nella storia francescana nel Polichronicon di fra Paolino da Venezia scritto intorno al 1344. In questo documento il convento di San Giovanni Rotondo viene presentato come inserito in una delle quattro Custodie, o circoscrizioni nelle quali si divideva la Provincia Sancti Angeli: e precisamente nella Custodia Montis Sancti Angeli con i conventi di Monte Sant'Angelo, Manfredonia, San Giovanni Rotondo, Vieste, Peschici, Rodi, Cagnano e Ischitella.
Bisogna notare tuttavia che della Provincia Sancti Angeli e delle sue quattro custodie si parlava già nel 1272 nel cosiddetto catalogo bonaventuriano. Il catalogo riporta solo i nomi delle quattro custodie della Provincia Sancti Angeli e non quelli dei singoli conventi che le formano; ma si ha ragione di credere che al tempo della compilazione del suddetto catalogo fossero presenti nella Custodia Montis Sancti Angeli tutti o quasi tutti i conventi elencati dal Polichronicon. I suddetti conventi, infatti, ivi compreso quello di San Giovanni Rotondo, sono beneficiari dall'antica tradizione secondo cui sarebbero stati fondati personalmente da San Francesco. La leggenda ha il valore che ha, ma nel linguaggio della storia francescana dei primi decenni la si interpreta come l'affermazione generica dell'appartenenza del convento di San Giovanni Rotondo alla prima ora francescana. Non si può non tenere in considerazione il fatto, conosciutissimo tra gli studiosi, che il 70-80% dei conventi di cui si ha sicura notizia a partire dai primi decenni del 1300 furono effettivamente fondati prima della fine del terzo decennio del sec. XIII. Il convento di San Giovanni Rotondo, quindi, con tutta probabilità, è stato fondato non dopo il 1240.
Ma perché un insediamento francescano proprio a San Giovanni Rotondo?
I criteri insediativi dei primi francescani sono stati soggetti a rigorose indagini in questi ultimi trenta anni. In particolare li si studia in rapporto alle strutture ecclesiastiche e politico-amministrative esistenti nel territorio, all'incremento demografico e alle trasformazioni urbanistiche e in rapporto alla specificità dell'intervento che i francescani operavano nel territorio stesso.
Vecchia immagine del Convento di Santa Maria delle Grazie a S. Giovanni Rotondo - 1957
Vecchia immagine del Convento di Santa Maria delle Grazie a S. Giovanni Rotondo - 1957
Il suo essere a una giornata di cammino dagli altri conventi di Monte Sant'Angelo, di Cagnano e di Casalenovum, l'attuale contrada Casone posta fra San Severo e Rignano, faceva di San Giovanni Rotondo il luogo ideale per operare le necessarie tappe tra i conventi della Custodia Civitatis e quelli della Custodia Montis Sancti Angeli.
San Giovanni Rotondo si trovava ad essere quindi anche il momento centrale di una rete insediativa che si poneva in rapporto organico col territorio in vista di una efficace incidenza pastorale.
La vitalità religiosa delle popolazioni poste nei dintorni di San Giovanni è ben riconoscibile dalla organizzazione ecclesiastica con alcuni centri monastici molto bene attestati da diversi secoli e da ben quattro popolose Arcipreture: quelle di San Giovanni Rotondo, di San Marco in Lamis, di Rignano Garganico e della Valle di Stignano.
Accanto alla funzione di irradiazione pastorale fra le popolazioni locali, è ugualmente necessario considerare la funzione di attrazione e incanalamento verso il santuario di San Michele degli innumerevoli pellegrini che allora, come oggi, affollavano le strade di questo angolo del Gargano. E' indicativo, a questo proposito, il caso del convento di San Matteo passato ai francescani nel 1578 sotto la spinta dell'urgenza di riproporre il vecchio monastero, già benedettino, come punto di riferimento dei pellegrini nella valle dello Starale e quindi di ridare al monastero la sua storica funzione di stazione religiosa.
Non credo si vada molto lontano dalla realtà affermando che il convento di San Giovanni Rotondo sia stato voluto dai monaci benedettini di San Giovanni in Lamis, nella prima metà del Duecento, per rispondere a una precisa esigenza di assistenza dei pellegrini in un punto obbligato quasi a metà strada tra San Severo, o Torremaggiore, e Monte Sant'Angelo.
Il secondo quadro si riferisce alla prima metà del sec. XV, tempo particolarmente denso di avvenimenti e ricco di fermenti.
Finito, o quasi, il grande scisma della Chiesa Occidentale, si celebrava il concilio di Costanza-Basilea. La Chiesa era sempre alle prese con una profonda crisi frutto di secoli di decadenza dovuta all'esercizio di ruoli non propri, all'involuzione della impostazione clericale e all'invecchiamento di istituti tradizionali che poco o nulla rappresentavano di fronte all'incombente nuovo che avanzava.
I Turchi avevano invaso quasi tutta la penisola balcanica e premevano a nord verso l'Ungheria mentre a sud ormai si apprestavano ad assediare Costantinopoli. L'occidente cristiano si difendeva come poteva, frenato, al suo interno, da interessi contrastanti che rendevano non sempre limpida l'azione comune contro l'incombente pericolo.
La Chiesa si trovava stretta in una morsa angosciante di molte urgenze diverse e spesso fra loro in conflitto. Da una parte la necessità di una vigorosa riforma in capite et in membris che ormai era sotto gli occhi di tutti, soprattutto come esigenza di ritorno all'autenticità evangelica e all'attività massionaria; si avvertiva anche l'urgenza di una più profonda e convinta spiritualità che partisse dall'inizio, come una rievangelizzazione e ritorno agli entusiasmi della Chiesa primitiva.
Murad II, sultano dell'impero ottomano.
Murad II, sultano dell'impero ottomano.
Dall'altra parte urgeva, in mancanza di concordia e senso di responsabilità da parte dei regni cristiani, che la Chiesa facesse la sua parte nella lotta contro i Turchi. Nel 1444 gli eserciti di Murad II avevano inferto una rovinosa sconfitta alle armate cristiane guidate dal Re Wladislao e da Giovanni Hunyadi; il Legato pontificio card. Cesarini era stato ucciso in battaglia dalla scimitarra di un giannizzero. Di qui la necessità di un'azione diplomatica a tutto campo; di coordinare gli sforzi dei principi cristiani, organizzare eserciti e flotte, di raccogliere fondi.
Insomma tutta una serie di attività improprie che rendevano problematica la più urgente azione di riforma interna la quale, invece, esigeva ritiratezza, raccoglimento, povertà, dedizione disinteressata, nuovo vigore culturale, capacità di intervento anche nel mondo della politica senza sporcarsi le mani.
L'ordine francescano, nella sua componente degli Osservanti, si trovò, suo malgrado, a rappresentare quasi il punto di incontro e di armonia di queste due esigenze. Da una parte si riconosceva in loro fedeltà alla Chiesa e l'innata capacità di coglierne i più profondi significati universalistici e cattolici, dall'altra si apprezzava il disprezzo per il denaro e degli onori, la lontananza dal potere, un rinnovato spirito delle origini che rendeva pieno di entusiasmo e addirittura piacevole la fatica e lo sforzo a servizio della Chiesa.
Cecco e Jacobella di San Giovanni Rotondo, coevi, vissuti verso la metà del sec. XV, rappresentano perfettamente queste due esigenze, riassunte e unificate nell'unico carisma francescano.
Non conosciamo nulla della loro biografia eccetto quanto è riportato nel Bullarium franciscanum, nuova serie, vol. I, nelle pagg. 400-406 e pag. 536-537 che si riferiscono rispettivamente agli anni 1445 e 1447.
Fra Cecco era un Frate Minore Osservante della Provincia di Sant'Angelo. Lui e fra Roberto da Milano, a cui vengono indirizzate le lettere firmate dal papa Eugenio IV, vengono indicati come vicari della medesima Provincia Osservante. Frate Cecco, se non il primo, è certamente uno dei primi vicari della Provincia.
I Frati Minori Osservanti, dopo un lungo periodo di incomprensioni e di lotte con i confratelli Conventuali dai quali dipendevano, proprio nella Provincia di Sant'Angelo avevano colto una significativa vittoria, quando agli inizi del sec. XV si erano staccati giuridicamente dai Conventuali costituendo, prima in Italia, la vicarìa osservante di Sant'Angelo.
I Frati della vicarìa di Sant'Angelo si erano distinti fra tutti gli Osservanti italiani per la rigidità dei costumi che derivava anche da una interpretazione radicale e spiritualista della Regola di San Francesco.
Provincia cappuccina Sancti Angeli, dalla 'Corographica descriptio' di padre Giovanni da Moncalieri (1649)
Provincia cappuccina Sancti Angeli, dalla 'Corographica descriptio' di padre Giovanni da Moncalieri (1649)
Agli inizi del secolo al loro interno avevano vissuto un lungo periodo di contrapposizione fra quelli più aperti alla vita apostolica e agli studi e quelli, invece, che proclamavano l'esigenza assoluta di una vita ritirata, lontana dagli affari umani, disinteressata agli studi e alla vita apostolica, dedita solo alla preghiera e al lavoro manuale.
Per placare gli animi era intervenuto insieme a fra Nicolò da Osimo, allora vicario della Provincia di Sant'Angelo, lo stesso San Bernardino da Siena, Vicario Generale dell'Osservanza, scrivendo alcune regole proprio per i frati di questa Provincia tendenti a mitigare la rigidezza delle loro impostazioni di vita, a volte sconsiderate.
La tendenza a radicalizzare la povertà si esprimeva anche nell'attribuire ai fratelli laici, che costituivano la quasi totalità dei frati della vicarìa, la facoltà di predicare. A questo proposito è indicativa una lettera che San Giovanni da Capistrano aveva scritto nel 1428 al vicario della Provincia di Sant'Angelo per metterlo in guardia dal vezzo di conferire imprudentemente l'ufficio di predicatore a fratelli laici inadatti all'ufficio per mancanza di formazione di base.
Giovanni da Capistrano aveva avuto già molti rapporti con i frati della Provincia, così, quando fu incaricato da Eugenio IV di coordinare gli sforzi dei principi cristiani nella guerra contro i Turchi e di organizzare la raccolta dei fondi per sostenere la guerra stessa, non trovò alcuna difficoltà ad indicare al papa alcuni nomi che potessero svolgere nei singoli territori la funzione di sensibilizzare il popolo cristiano al problema dei Turchi e di raccogliere i fondi necessari.
Fece i nomi di P. Antonio da Troia e dei padri Roberto da Milano e Cecco da San Giovanni Rotondo che con lettere del papa Eugenio IV scritte il 9, il 12 e il 23 gennaio 1444, furono costituiti nunzi apostolici. P. Antonio da Troia fu mandato nelle terre di Danimarca, Sassonia e nel resto della Germania; Fra Roberto da Milano e fra Cecco di San Giovanni Rotondo, poiché erano i vicari della Provincia di Sant'Angelo, e quindi non potevano allontanarsi dal loro ufficio, ebbero lo stesso incarico limitatamente alle regioni interessanti la stessa Provincia Monastica, vale a dire le regioni della Capitanata, del Sannio, del Molise e dell'Abruzzo meridionale.
I fondi erano raccolti secondo il collaudato sistema delle indulgenze e dei benefici spirituali. Le facoltà date ai nunzi erano amplissime e andavano dalle concessioni di indulgenze, alla facoltà di dispensare dai voti, di commutare pene canoniche e penitenze, di assolvere da casi riservati. Era necessaria, quindi, oltre a grande conoscenza del diritto e della morale, anche equilibrio umano e prudenza religiosa.
Possiamo credere, visto lo spirito di rigorosa osservanza vigente fra quegli antichi padri, che l'incarico di papa Eugenio IV sia stato portato a compimento nel migliore dei modi. Non sappiamo altro di frate Cecco di San Giovanni Rotondo. Speriamo solo che le ricerche possano essere riprese con il ritrovamento di altri documenti.
L'altra figura che, in qualche maniera, fa pendent, con quella di frate Cecco è Iacobella di San Giovanni Rotondo. La troviamo citata in una lettera, pure di Eugenio IV, datata 6 giugno 1447, indirizzata all'Arciprete di San Vittorino, nei pressi dell'Aquila. In questa lettera si prega l'Arciprete di assegnare a un gruppo di terziarie francescane, desiderose di fare vita più ritirata sotto la regola di Santa Chiara, il monastero del Corpus Domini sito nel territorio di sua giurisdizione.
Le religiose sono Antonia da Firenze, Eufrosina, Gabriella e Girolama di Todi, Francesca di Assisi, Iacobella di San Giovanni Rotondo, Chiara, Giacoma, Elisabetta, Ludovica, Angela, Cecilia, Agata e Lucia tutte dell'Aquila. Dietro la fredda prosa burocratica della Cancelleria romana, palpita lo spirito e l'entusiasmo delle origini.
Di Iacobella non sappiamo altro, ma il mondo in cui questo personaggio si muove appartiene alla più pura nobiltà dello spirito.
E' il tempo in cui la famiglia francescana dell'Osservanza non è ancora molto sviluppata. Intorno al 1430 solo circa 100 frati avevano accolto in Italia la dura ma esaltante esperienza del ritorno alla pura osservanza della Regola di San Francesco. Era, però, un gruppo ben compatto e agguerrito. Alcuni di loro erano frati celebri come Bernardino da Siena e l'umanista Alberto da Sarteano. Giovanni da Capestrano era stato giudice e stimato giurista a Perugia. Era ai vertici della sua carriera diplomatica come Legato pontificio in Ungheria e Austria, impegnato a mettere insieme le forze cristiane contro i Turchi. Ma era anche un francescano osservante convinto e senza tentennamenti. Sotto la loro guida i frati osservanti crescevano a vista. Anche le nostre zone pugliesi contavano molti "loci devoti". Nel 1428 Giovanni da Capestrano era sul Gargano per predicarvi la Quaresima, e certamente gli ideali dell'Osservanza viaggiavano con lui.
Iacobella, non sappiamo in quali circostanze, aveva aderito al Terz'Ordine Francescano, in una fraternità che praticava la vita comune vivendo in monastero.
Era una forma di vita assolutamente nuova che destava non poche critiche e perplessità. Giovanni da Capistrano più volte si era occupato come giurista della faccenda difendendo presso tribunali papali e diocesani la nuova famiglia.
Iacobella viveva, insieme alla Beata Antonia da Firenze, sua superiora, nel monastero di Santa Elisabetta all'Aquila soggetto a quello di Sant'Anna a Foligno diretto, a sua volta, dalla fondatrice della famiglia, la beata Angelina da Masciano.
Nel piccolo monastero aquilano la famiglia delle terziarie approfondì la sua spiritualità francescana sotto la guida di San Bernardino da Siena e di San Giovanni da Capistrano, a tal punto che maturò l'esigenza di una vita più rigorosa, più vicina allo spirito delle fonti.
Si chiese allora di poter assumere la regola di Santa Chiara facendo regolare professione nel Secondo Ordine di San Francesco. Un piccolo gruppo, capitanato dalla Beata Antonia e composto dalla nostra Iacobella e da altre undici consorelle, decise di uscire dal Terz'Ordine per fondare un nuovo monastero sotto l'insegna di Santa Chiara.
Dopo lunghe trattative condotte da Giovanni da Capistrano, fu finalmente trovato il monastero del Corpus Domini in località San Vittorino presso l'Aquila, costruito da poco per un'altra famiglia religiosa, dove le neo clarisse entrarono qualche tempo dopo "con solenne processione e allegrezza" come ricorda il Leggendario Francescano.
Il Seicento nella Capitanata, dal punto di vista religioso, è caratterizzato dalla lenta ma sicura ripresa religiosa e culturale da parte di tutte le chiese locali.
Il dramma della Riforma Luterana che aveva sconvolto la Chiesa nel sec. XVI qui era stato vissuto in modo marginale. Se si eccettua un episodio limitato alla diocesi di Troia, in cui per la verità i protagonisti erano i valdesi, la presenza dei luterani nelle diocesi di Capitanata non era stata intesa come un pericolo reale.
Anche i decreti di riforma del Concilio Tridentino non avevano scavato in profondità, né per il restante sec. XVI né per buona parte del sec. XVII.
Gli ordini religiosi si erano rivelati più attivi.
Nel 1618 la Provincia Osservante dei Frati Minori istituì a Foggia, nel Convento di Gesù e Maria il suo primo Studio Generale di Teologia. E' vero che vi erano stati altri tentativi, ma erano tutti falliti, soprattutto perché i frati non riuscivano a superare l'antico e viscerale antintelletualismo unito a forte e radicale senso della povertà, che li aveva portati a preferire la vita eremitica al modello cittadino più comune nel resto d'Italia, con un rapporto con la società e le chiese locali ridotto al minimo, e a preferire il lavoro manuale a quello intellettuale e apostolico. La maggior parte dei frati, poi, era costituito da fratelli laici.
Lo studio Teologico di Foggia sbloccò la situazione. Anche i conventi vicini a San Giovanni Rotondo, quelli di San Marco e di Stignano, fin dal secondo decennio del Seicento avevano abbandonato la loro naturale vocazione all'isolamento. Si erano convertiti a un'azione di vasto respiro con le questue, la predicazione e le relazioni intrattenute con tutte le fasce sociali e in quasi tutti i paesi della Capitanata. I due conventi erano diventati un punto obbligato di riferimento religioso non solo per il Gargano, ma per tutta la Capitanata.
Nella seconda metà del Seicento anche le diocesi di Capitanata diedero segno di nuova vitalità. Si visse, così, un periodo di particolare dinamismo vivificato da una serie di vescovi esemplari per vita di orazione, ma dotati anche di ottima formazione culturale, di zelo apostolico e di capacità organizzative non comuni. Mons. Emilio Cavalieri è vescovo di Troia; mons Angelo Ceraso è a Bovino mentre il card. Vincenzo Maria Orsini, poi papa Benedetto XIII, è arcivescovo di Siponto.
La seconda metà del Seicento è il tempo in cui cominciano a dare frutti i tentativi, spesso abortiti, di realizzare le linee riformatrici del Concilio Tridentino: esigenza di promuovere una vigorosa riqualificazione culturale e spirituale tramite il trapianto di nuove congregazioni religiose, la ripresa delle conferenze del clero, l'apertura dei seminari.
A Manfredonia si assisté, con il card. Orsini, al tentativo, in parte riuscito, di ridare nuova consapevolezza all'archidiocesi della sua storica funzione di guida fra le chiese di Capitanata.
Il card. Orsini usò i mezzi del Sinodo e delle visite pastorali, della revisione dei titoli beneficali e di una intensa sua presenza in tutti i paesi della diocesi. Lavorò per ridimensionare la prepotenza dei feudatari e per elevare la statura culturale e spirituale del clero costituendo una vera e propria forza di intervento a cui affidò tutti i punti nodali della vita della diocesi.
Da Benevento chiamò Pompeo Sarnelli, suo segretario e autore della Cronologia dei Vescovi Sipontini, dalla sua città natale, Gravina di Puglia, chiamò il can. Orazio Cristiano, finissimo liturgista e scrittore spirituale, dal suo amato Ordine dei Predicatori chiamò fra Marcello Cavaglieri, autore del Pellegrino al Gargano, che fece suo Vicario Generale; dall'Ordine dei Frati Minori Osservanti chiamò fra Antonio Palumbo da Campobasso, in seguito eletto Vicario Generale dell'Ordine, che volle suo consigliere per la teologia, la patristica, la Sacra Scrittura, la liturgia.
In questo clima fortemente motivato e dinamicamente proteso verso il futuro si pongono P. Antonio Tortorelli e P. Gabriele Musti, quasi coevi, ambedue di San Giovanni Rotondo. Di ambedue tracciano un rapido profilo sia l'arciprete Pasquale Cirpoli che il can. Francesco Nardella.
P. Antonio Tortorelli, come ricorda don Giosuè Fini, nacque il 30 dicembre 1638. Nel 1655 entrò nell'Ordine dei Frati Minori nel vicino convento di San Matteo, allora, insieme a quello di Stignano, noviziato della Provincia Monastica. Compì gli studi di teologia a Foggia nel convento di Gesù e Maria.
Una inusuale quanto insperata fonte di informazioni sugli studi di P. Antonio è costituita dai frontespizi dei libri da lui usati e conservati nella Biblioteca del convento campobassano di San Giovanni dei Gelsi.
Da essi apprendiamo che alcuni libri della Biblioteca di Gesù e Maria in Foggia furono, verso la metà del sec. XVII, trasferiti al convento di Araceli in Roma ad uso del P. Antonio; veniamo anche a sapere che molti di questi testi rimasero in uso di P. Antonio anche dopo la sua elezione a vescovo di Trivento; dopo la sua morte, finirono nello Studio di Teologia di Seconda Classe del convento di Santa Maria delle Grazie a Campobasso e poi nella Biblioteca del convento di San Giovanni dei Gelsi nella medesima città.
Nel 1667 troviamo P. Antonio lettore, cioè professore, di teologia nello studio di Gesù e Maria a Foggia. In quell'anno la sua carriera di insegnante doveva essere giunta al suo culmine giacché lo studio di Gesù e Maria, nella organizzazione scolastica dei frati, era al vertice della gerarchia degli istituti di formazione ed era classificato come Studio Generale di Teologia in ordine ad jubilationem. Vi potevano, quindi, insegnare solo frati che avessero già accumulato un lungo curriculum didattico e che fossero titolari di pubblicazioni.
Ottenuta la giubilazione, P. Antonio fu chiamato ad insegnare teologia scotistica nello Studio Superiore di Teologia, la nostra Università, sito nel convento di Arac[o]eli in Roma. Dovè lasciare l'incarico nel 1676 perché eletto ministro provinciale della sua amata Provincia di Sant'Angelo in Puglia.
Ma in Puglia ci rimase poco. Nel 1678 era stato inviato come Visitatore Generale nella Provincia Romana dal Ministro Generale, lo spagnolo Fr. Ioseph Ximenes Samaniego. Nel 1679 nella Congregazione generale intermedia celebrata nel convento di Araceli, fu eletto, quasi all'unanimità, Commissario Generale per la Famiglia Cismontana. P. Antonio era arrivato ai vertici dell'Ordine.
Dobbiamo spendere una parola sullo stato dell'Ordine dei Frati Minori per conoscere appieno il significato di questa elezione, ma anche, indirettamente, sullo stato di salute della nostra Provincia di Sant'Angelo in Capitanata.
Le condizioni dell'Ordine non erano buone. I frati erano troppi e non sempre religiosamente motivati. L'ordine era frazionato in diverse famiglie, Osservanti, Alcantarini, Riformati, Recolletti, spesso avversarie fra loro, con costituzioni, usanze, tradizioni diverse, tenacemente abbarbicate alle loro tradizioni. A ciò si aggiungeva l'ingerenza delle varie autorità nazionali negli affari dell'Ordine; i francesi erano continuamente sull'orlo della scissione.
Non ultimo motivo di preoccupazione era la tendenza da parte di molti frati di procacciarsi protezioni e privilegi, di cariche e dispensa da leggi anche importanti, tutti espendienti rivolti alla ricerca di propri spazii personali in cui rintanarsi al riparo dalle leggi generali e dalle esigenze della vita comune.
Questa è la situazione ereditata dal Ministro Generale Ximenes all'atto della sua elezione. E questa era la situazione dell'Ordine di cui il nuovo Pontefice Innocenzo XI, eletto nel 1676, dovette prendere atto.
L'opera di riforma cominciò dallo stesso Ministro Generale il quale non solo rinunciò pubblicamente ad accettare qualsiasi carica gli venisse conferita durante il generalato, ma sollecitò lo stesso papa Innocenzo XI ad emanare la bolla Sollicitudo onde richiamare l'Ordine alla primitiva osservanza.
Il secondo passo nell'opera di riforma fu costituito dalla elezione di P. Antonio Tortorelli a Commissario Generale per le province Cismontane. P. Antonio, infatti, ancorché umile lettore di teologia, era tuttavia conosciutissimo negli ambienti romani. Il papa Innocenzo XI lo stimava; era, poi, amico personale del card. Cybo protettore dell'Ordine. Fu proprio il card. Cybo a volere o, almeno, a favorire la sua elezione.
La Congregazione Generale Intermedia del 1679 fu molto contrastata. Non tutti i frati la volevano. Nel Capitolo Generale del 1676 era stata votata una delibera con cui si era deciso di non tenere la Congregazione generale del '79 con la scusa delle spese eccessive. Tutti sapevano che la Congregazione era osteggiata in molti ambienti, da quelli dei frati francesi a quelli dei Frati Riformati i quali rivendicavano per la loro famiglia la carica di Commissario Generale. Insomma: gli animi erano divisi.
Il papa Innocenzo XI impose al ministro generale di convocare la Congregazione Generale, la quale venne presieduta, con un vero e proprio atto di forza, dal card. Cybo.
P. Antonio Tortorelli venne eletto come l'unico su cui l'ordine potesse sperare di ridare pace e ordine alla tormentata famiglia.
Del governo di P. Antonio Tortorelli ci rimane una lunga lettera rivolta alla Famiglia Cismontana e pubblicata nella raccolta ufficiale dell'Ordine nel 1680. Nel 1686, espletati gli incarichi al vertice dell'Ordine, P. Antonio fu eletto vescovo di Trivento e in quella città chiuse la sua vita terrena nel 1715 lasciando di sé un buon ricordo.
Mentre il P. Tortorelli era impegnato nell'opera di riforma dell'Ordine francescano con una vigorosa azione di governo, fioriva un altro purissimo figlio della nostra terra, francescano integrale e appassionato missionario del Vangelo: P. Giovanni Antonio Musti, pure di San Giovanni Rotondo.
Solo l'endemica e atavica mancanza di memoria permette a noi francescani pugliesi del ventesimo secolo di reputare ancora contrapposti l'osservanza rigorosa della Regola e l'ardore missionario, e, più ancora, una formazione intellettuale ampia e analitica e l'esigenza di spiritualità professata e vissuta.
P. Antonio Musti, ci informa il can. Francesco Nardella, nacque a San Giovanni Rotondo il 13 ottobre 1661. Il 21 marzo del 1683 vestì l'abito francescano nella Famiglia degli Osservanti nel convento di San Matteo. Subito dopo aver terminato gli studi, presumibilmente nello Studio Generale di Araceli in Roma, fu chiamato nello stesso studio di Arac[o]eli a insegnare filosofia. Il convento di Arac[o]eli non era solo l'Università dell'Ordine, era anche il primo convento dell'Ordine, poiché era la sede del ministro Generale.
La carriera del giovanissimio professore s'interruppe dopo qualche anno quando P. Gabriele Antonio chiese di essere ricevuto nel convento di Ritiro di Bellegra nella Provincia Romana.
I conventi di Ritiro erano diventati lo strumento più importante per la riqualificazione spirituale dell'ordine. Si menava vita di strettissima osservanza regolare, di povertà assoluta e di austera ascesi. I Ritiri erano anche fucina di idee e centri di irradiazione spirituale e missionaria.
Nel Ritiro di Bellegra P. Antonio visse con l'entusiasmo delle origini con frati di grande rilevanza non solo sul piano spirituale, bensì anche su quello culturale: i beati Tommaso da Corte e Teofilo da Cori e il Padre Ilario Guaitella originario, come il beato Tommaso, della Corsica.
Fu in questo clima di forte impegno religioso che maturò la vocazione missionaria di P. Gabriele Antonio. Il 22 aprile del 1689 insieme a P. Giovanni Battista da Illiceto e fra Vincenzo di Roiate, suoi compagni nel Ritiro di Bellegra e a P. Carlo da Castorano presero la via dell'Oriente, dopo aver avuto dalla Congregazione di Propaganda Fide l'incarico di recarsi in Cina.
Il papa Innocenzo XII avrebbe voluto munirli di denaro sufficiente a coprire le spese di viaggio. P. Gabriele Antonio, a nome proprio e dei suoi compagni, rifiutò cortesemente aggiungendo che il Signore, che li aveva chiamati alla missione, avrebbe fornito tutti i mezzi per il viaggio.
Così, armati del solo breviario, attraversarono a piedi l'Italia, la Germania, la Polonia e la Russia Occidentale. Lo zar di Russia, rimangiandosi la promessa fatta poco prima al Nunzio Apostolico di Polonia, negò ai missionari il salvacondotto per il passaggio per la Siberia. I missionari furono costretti a deviare a sud oltre il Volga verso il Mar Caspio. Attraversata la Persia s'imbarcarono a Bandarabas sul Golfo Persico e, finalmente, il 25 agosto del 1700 arrivarono in Cina nella provincia di Fokien. Dopo una sosta di un anno per apprendere la lingua, si recarono a Tungciangfu. In questa località i missionari, insieme a grandi frutti di conversione, raccolsero abbondante messe di sofferenze e perfino il carcere.
Il nostro P. Gabriele Antonio, debilitato dalle penitenze e dalle fatiche missionarie dopo una decina di anni di lontananza, fu costretto a tornare a Roma dove arrivò, passando per il Capo di Buona Speranza e per Lisbona, il 3 settembre 1716. Tornò nel suo amato Ritiro di Bellegra.
In sua assenza, l'esigenza di dar inizio a una forma di vita più austera e di maggiore osservanza regolare, aveva contagiato anche la Provincia di Sant'Angelo. Il suo antico compagno di Ritiro P. Ilario di Guaitella era stato inviato dai superiori dell'Ordine a fondare, nel 1714, il Ritiro di Ielsi, nel Molise.
Nel 1717 il P. Gabriele Antonio si recò in pellegrinaggio a Loreto e alla Grotta di San Michele a Monte Sant'Angelo. I suoi conterranei non avevano dimenticato il giovane lettore di Filosofia pieno di belle speranze che si era incamminato verso Roma trentacinque anni addietro. Durante la sua visita sul Gargano, fu invitato a tenere la quaresima a Carpino. Nella cittadina garganica le sue condizioni si aggravarono e qui morì nel 1717 con la fama di uomo santo.
P. Mario Villani
S. Giovanni Rotondo, giugno 2002