Sergio D'Amaro, nato nel 1951 a Rodi Garganico e residente a San Marco in Lamis, è apprezzato e riconosciuto poeta, narratore e saggista di Capitanata. Con uno spiccato interesse per la narrativa di Carlo Levi, ha pubblicato diversi scritti riguardanti questa personalità emblematica (in particolare una monografia, una biografia e un carteggio), organizzando anche due convegni di studio. Ha scritto ultimamente il 'La casa degli oggetti parlanti', pubblicato dall’editore pugliese Besa. E' tra i responsabili del Centro Emigrazione e del Centro Studi "J. Tusiani" di San Marco in Lamis. Attualmente dirige il semestrale "Frontiere" e collabora a "La Gazzetta del Mezzogiorno", "Incroci", "Periferie", "Il Ponte" e "L'Attacco".
Nota: La ricerca è del 1988-89 e la sua pubblicazione a cura della Amministrazione del Comune di S. Marco in Lamis è del 1996.

La copertina del libro 'il paese che ricordo' a cura di Sergio D'Amaro - 1996
La copertina del libro 'il paese che ricordo' a cura di Sergio D'Amaro - 1996
Sono lieto di presentare questo interessante volume di Sergio D'Amaro, del quale l'Amministrazione comunale ben volentieri ha voluto assumersi l'onere della pubblicazione.
Il paese che ricordo contiene la ricerca, effettuala nel 1989 sulla cultura popolare di San Marco in Lamis che, seppure relativamente datata, non ha perso nulla del suo contributo originale, della sua importanza, della sua freschezza, ed anzi costituisce un ulteriore arricchimento dei lavori pubblicati in questi anni sulla cultura popolare della nostra città, a cui si deve aggiungere la recente produzione di Teo Ciavarella, giovane musicista e compositore, che ne dà una sfaccettatura del tutto nuova ed originale attraverso un penetrante e seducente linguaggio musicale, realizzando un felice innesto di canzoni popolari locali su motivi jazzistici,
Il lavoro di D'Amaro ha innanzitutto un prezioso valore documentario di temi, linguaggi, costumi che rischiano di essere cancellati dalla incomparabile velocità con cui il nostro tempo erode il passato e dall'impossibilità della tradizione di riuscire ad arginare i mutamenti tumultuosi che investono anche culture e società periferiche o chiuse.
Riportare alla luce, conservare e valorizzare un vasto e significativo patrimonio di cultura, per troppo tempo trascurato, è di per sé un'opera meritoria, perché contribuisce ad allargare lo spettro conoscitivo della nostra produzione culturale intesa in senso antropologico, a dare l'idea del faticoso sedimentarsi dei nostri modi di pensare e di essere, degli stili di vita, dei valori, insomma dell'identità di una comunità.
Cancellando la memoria si finisce per perdere identità, storia, senso di appartenenza e rende più complicato il passaggio da una società prevalentemente agro-silvo-pastorale quale è stata San Marco in Lamis fino alla fine degli anni sessanta di questo secolo ad una fase di modernizzazione contrassegnata oltreché da mutamenti economici, anche da cambiamenti di valori.
Michele Galante
Michele Galante
L'identità di una comunità, di un popolo (modi di pensare e di sentire, di credere e di mangiare, di bere e di giocare, di amare e di morire) non è immutabile, ma è un processo continuo, contraddittorio, dialettico nel quale confluiscono diversi rivoli.
Ed oggi la costruzione di una nuova identità è esposta più che in altre fasi storiche al rischio di un taglio drastico delle radici e quindi al pericolo o di una colonizzazione o di una sovrapposizione di modelli e di comportamenti estranei quanto fugaci e senza senso.
Quanto ci sia bisogno, nell'epoca della globalizzazione e delle nuove realtà sovranazionali, di una identificazione autonoma, sottratta alla standardizzazione della cultura dominante (Nota), lo dimostrano le diverse spinte localistiche che agitano in Europa e fuori di essa tutti paesi, industrializzati e non.
Questo processo oggi postula una sua originalità nuova a fronte della disgregazione che hanno subito le identità forti di un tempo (di classe, ideologiche, nazionali e persino religiose) e delle nuove realtà che sono contrassegnate da elementi multirazziali e multiculturali.
Anche per la nostra realtà, dunque, si impone una riflessione sulla sua memoria collettiva se vogliamo avere un serbatoio e una radice dell'agire, una garanzia di continuità e non di rottura traumatica di valori e di equilibri.
La vecchia identità oggi va rivisitala perché deve alimentare le nuove forme di solidarietà e di identità collettiva, deve dare un nuovo senso all'appartenenza ed alla reciproca solidarietà.
I valori comuni, la memoria e le tradizioni condivise nonché i sentimenti di reciproca appartenenza che ne scaturiscono sono pur sempre necessari a creare e consolidare un'identità comunitaria.
Il volume di D'Amaro costituisce a modo suo anche una specie di autobiografia collettiva scandita da diverse fasi e segnata soprattutto dalla dura e lacerante esperienza delle grandi migrazioni interne ed internazionali, della quale Joseph Tusiani ci ha lasciato una testimonianza indelebile,
Oggi la nostra comunità deve continuare a fare i conti con il suo passato, ma deve soprattutto costruire il suo futuro, accettandone le sfide imperiose e difficili in una situazione del tutto nuova.
Alla forte e pervasiva presenza agricola si è sostituito un consistente processo di terziarizzazione, che va qualificato e specializzato.
Nuovi fenomeni si sono affacciati sulla scena sociale, come la presenza delle donne nel mondo del lavoro, la quantità di competenze e di specialismi rappresentata da tanti giovani laureati e diplomati, o anche il problema di un disagio giovanile cui dare sbocco e prospettiva.
Nessuno può rimanere immobile, ma bisogna agire per cogliere le nuove opportunità rappresentate dall'istituzione del parco nazionale del Gargano, dalle potenzialità del turismo religioso, dai processi di integrazione europea o dai vorticosi mutamenti che il terzo millennio, ormai alle porte, arrecherà.
Nessuno di noi può cullarsi di riproporre le ricette del passato, ma nessuno di noi può ignorare che il passato è il seme del presente e del futuro.
Da questa consapevolezza dobbiamo partire per ridefinire la nuova identità della nostra San Marco.
Michele Galante