Giuseppe Maria Iannantuoni, Le immagini dei santi (cinquanta incisioni), a cura di Tommaso Nardella, S. Marco in Lamis, Quaderni del Sud, 1999.

Immaginetta di G. M. Iannantuoni.
Immaginetta di G. M. Iannantuoni.
La raccolta comprende l'intero fondo che il prof. Tommaso Nardella ha messo insieme nel corso della sua lunga carriera di studioso e di conservatore di patrie memorie. La biblioteca Nardella, un vero e proprio scrigno colmo di gemme, si socchiude a scadenze regolari erogando un prezioso stillicidio di documenti e memorie, reperti iconografici ed edizioni di pregio. Questa biblioteca è in parte conosciuta attraverso il repertorio bibliografico Per la storia del Gargano, pubblicato dalla Comunità Montana del Gargano nel 1993.
Le incisioni di Giuseppe Maria Iannantuoni ormai sono entrate nel giro del collezionismo con tutti i fenomeni conseguenti, il meno innocuo dei quali è lo scadimento dell'immagine a livello di bene da soppesare in base alla rarità, alle copie prodotte, agli errori di edizione, allo stato di conservazione, alle quotazioni nazionali e internazionali. La raccolta del Nardella non si può certo definire frutto di collezionismo avaro e solipsistico. S'inserisce piuttosto in un progetto di conoscenza che, nulla escludendo, esprime un'esigenza mai sazia di scoprire questa terra, oggi marginale e tributaria, che tuttavia i pochi segni sfuggiti all'usura del tempo e all'incuria degli uomini presentano piena di vita dura e dignitosa.
G. M. Iannanuoni: l'Iconavetere.
G. M. Iannanuoni: l'Iconavetere.
Giuseppe Maria Iannantuoni rappresenta un tentativo riuscito, da parte di un imprenditore della Capitanata di inserirsi in un'attività editoriale largamente monopolizzata dagli stampatori napoletani. Gli Altavilla, gli Scafa, i Rinaldini, gli Apicella dilagavano nel campo delle immagini sacre ampiamente diffuse presso tutti i santuari, parrocchie, case religiose; alla metà del sec. XIX sembrava che l'unica località corrispondente nell'Italia Meridionale alla veneta Bassano dei Remondini, fosse la napoletana Via San Biagio dei Librai.
L'attività di Giuseppe Maria Iannantuoni fu coronata da successo, come è evidente dalla capillare penetrazione delle sue edizioni fin negli angoli più riposti della Capitanata. A sua volta, poi, provocò un benefico moltiplicarsi di interesse per questo genere iconografico anche presso altri editori. Verso la fine del sec. XIX, a Foggia operavano, insieme allo Iannantuoni, anche la bottega di Pernice, e quella di Grilli la quale, arricchitasi delle nuove tecniche francesi, aveva riempito la Capitanata di finissime composizioni calcografiche. Questa felice stagione, complessivamente meno di un secolo, superò di poco l'inizio del sec. XX con una produzione di qualità che niente aveva da invidiare alle più agguerrite aziende milanesi dei Fratelli Bertarelli e della Santa Lega Eucaristica.
Oltre al nome, non si conosce altro della bottega dello Iannantuoni. In particolare si desidererebbe sapere se il titolare dell'azienda fosse anche il disegnatore e l'incisore delle acqueforti o se si servisse di un gruppo di disegnatori. Quest'ultima ipotesi sembra la più probabile, vista la estrema varietà degli stili compositivi e delle tecniche.
Nella raccolta del Nardella si riscontra un prevalente interesse per la riproduzione grafica di statue di santi e madonne venerati nelle varie località della Capitanata, il cui impegno tecnico e artistico non eccede i limiti delle esigenze devozionali. Dello Iannantuoni, però, si conoscono anche stupende composizioni, accurate sul piano tecnico e raffinate per invenzione e senso artistico, che mal s'accordano con l'idea di uno stampatore di provincia, incapace di superare gusti e stilemi radicati in ambienti chiusi. Qualcuna di queste composizioni sono contenute nella stessa raccolta Nardella come la n. 8 "M. Addolorata", la n. 9 "Madonna delle Grazie", la n. 43 "S. Rocco" ecc.
Stampa di G. M. Iannantuoni.
Stampa di G. M. Iannantuoni.
Nella Biblioteca di San Matteo è conservata un'immagine all'acquaforte di recente acquisizione che la dice lunga sulle capacità tecniche e sulle doti artistiche della bottega di Iannantuoni. Si tratta di una grande tavola (cm 31x20) prodotta nel 1871 raffigurante l'incontro dei Santi Guglielmo e Pellegrino in Foggia nell'anno 1146. Guglielmo, padre di Pellegrino, regge il figlio morente nei pressi di un grande edificio che non è difficile identificare con la cattedrale di Santa Maria dell'Icona Vetere al centro di una scena dolce e riposante ispirata all'Arcadia, affollata di pastori ed armenti, il cielo colmo di angeli festanti che stanno per accogliere gli spiriti dei due santi. La tavola pubblicata a cura del Canonico Teologo Luigi Ceci su ordine del Vicario Capitolare, Canonico Antonio Maria Zicari, vuol celebrare la rinnovata grandezza religiosa di Foggia che con la sua erezione a capoluogo di Diocesi si è finalmente affrancata dalla soggezione ecclesiastica, lunga di otto secoli, dalla diocesi di Troia. La città di Foggia, ricca e importante per i suoi pascoli ubertosi, mèta ambita di innumerevoli greggi transumanti dall'Abruzzo, celebra i suoi nobili antenati nello spirito.
Entrando nel dettaglio, della produzione grafica del fondo Nardella la prima cosa che va sottolineata è la varietà della committenza. Buona parte delle raffigurazioni disegnano la specifica geografia sacra della Capitanata dal Gargano settentrionale alla Puglia piana: la Madonna della Libera venerata a Rodi Garganico e la Madonna di Loreto venerata a Peschici; la Madonna Incoronata, l’Icona vetere e l'Addolorata venerate a Foggia. Sono presenti anche la Madonna di Siponto e quella di Pulsano raffigurante la derubata Icona che fino a qualche decennio fa si poteva ancora ammirare in quel santuario rupestre.
Altro importante filone di committenza è costituito dagli Ordini Religiosi, soprattutto francescani.
Il Terz'Ordine Carmelitano, a Foggia fin dall'inizio del sec. XVIII con una sua chiesa, è presente con una bella immagine della Madonna del Carmine a cui si affianca una Santa Teresa di Gesù colta nel supremo momento in cui il dardo dell'amore divino, per mano dell'angelo, le trafigge il cuore inondandola di amore ardente e doloroso.
Certamente dai Frati Cappuccini, presenti a Foggia fin dal sec. XVI, venne l'ordine di stampare l'immagine di Santa Veronica Giuliani canonizzata dal papa Gregorio XVI nel 1839.
Analogamente si può ipotizzare che l'immagine di Santa Margherita da Cortona sia stata ordinata dai Frati Minori Osservanti del convento di Gesù e Maria.
Sicuramente legate alla vita del convento di San Pasquale sono le immagini di San Pasquale Baylon e di San Giovanni Giuseppe della Croce. Ambedue della famiglia francescana degli Alcantarini. Il primo fu una delle figure più importanti del primitivo movimento alcantarino e titolare della Provincia monastica alcantarina della Puglia; il secondo fu il primo santo alcantarino in terra italiana, appartenente alla stessa Provincia monastica alcantarina di Napoli di cui faceva parte il convento di S. Pasquale a Foggia.
G. M. Iannantuoni. Immaginetta raffigurante Gesu Bambino.
G. M. Iannantuoni. Immaginetta raffigurante Gesu Bambino.
Una curiosità su questo santo. Nella Biblioteca di San Matteo si conserva una copia manoscritta del Menologio de Religiosi defunti di questa Provincia de' Minori Scalzi di S. Pietro d'Alcantara di Napoli iniziato nella seconda metà del sec. XVII e chiuso alla fine del sec. XIX. I nomi dei Frati sono disposti lungo il corso dell'anno in corrispondenza dei giorni in cui furono chiamati a miglior vita. Al 5 marzo la pagina si apre con la nota Nel convento di S. Lucia del Monte in Napoli il nostro carissimo fratello F. Giovanni Giuseppe della Croce ex Provinciale nel 1734. Essendo lì stato il Fondatore e primo Provinciale della Famiglia scalza italiana nel Regno di Napoli, ed essendosi ancora formati e trasmessi in Roma Processi per la di lui Beatificazione e canonizzazione. In seguito, quando Fra Giovanni Giuseppe fu canonizzato, questa nota fu cancellata con righe verticali non essendo più conveniente che un santo, il cui nome ormai figurava nel Martirologio della chiesa, fosse ancora presente in un comune "Menologio".
Probabilmente legata alla committenza alcantarina del convento francescano di San Pasquale è anche l'immagine dell'apostolo San Giuda Taddeo. Questo apostolo, anche se nei paesi latini non ha molti devoti, ha avuto un apprezzabile seguito nella Capitanata e nel napoletano, specialmente in prossimità dei conventi alcantarini. Dal già citato convento di San Pasquale è arrivato alla Biblioteca di San Matteo una bella tela raffigurante il santo secondo quanto spesso si riscontra in dipinti di scuola tedesca: il volto giovanile, barba rada e lunga, capelli fluenti, la fiamma dello Spirito sulla fronte, un ritratto del Salvatore ben esibito con la mano destra. Gli studiosi dicono che le relazioni sulla sua vita, come la sua iconografia, risentono della confusione, spesso perpetrata, fra lui e il suo cugino S. Simone apostolo, identificato nei Vangeli come lo Zelota, col quale pare che abbia condiviso molte peripezie apostoliche. Comunque sia, fra Capitanata e Napoletano San Giuda Taddeo annoverava molti devoti, visto che anche un'azienda accorta come la Santa Lega Eucaristica di Milano ne fece un soggetto per una sua bella litografia di larga diffusione. Probabilmente nella chiesa di San Pasquale in Foggia questa devozione doveva essersi già attestata fin dall'inizio del sec. XIX, se non dal secolo preedente, come fa fede l'opuscolo stampato a Foggia per i tipi di Giacomo Russo nel 1831 Il celeste tesoro scoverto per ottenere da Dio qualsivoglia grazia anche nei casi più disperati. Ossequio di pietà in onore dell'apostolo S. Giuda Taddeo. L'opuscolo, stampato a devozione del sig. Peschi il quale lo distribuiva gratuitamente, è aperto da un'immagine di modesta fattura, opera dello stampatore napoletano Francesco Scafa. La devozione per l'apostolo probabilmente doveva essere stata importata dalla zona di Napoli. Secondo quanto scrive Fra Simpliciano della Natività, frate minore alcantarino, in un suo opuscolo stampato a Napoli nei 1872 e circolante alla fine del sec. XIX in Capitanata, nella chiesa di San Pietro d'Alcantara in Portici, tenuta dai frati della stessa provincia monastica, la festa di San Giuda Taddeo, il cui culto era iniziato nel 1860, si celebrava addirittura due volte l'anno.
L'incisione n. 47 "S. Lazzaro" della raccolta Nardella pone alcuni problemi di identificazione. L'immagine non è riconducibile né a San Lazzaro di Betania che Gesù risuscitò dopo quattro giorni dalla morte, il cui racconto è nel Vangelo di Giovanni 11, 1-44; né è riconducibile a San Nazario Martire chiamato in molte località della Capitanata con espressione dialettale "San Lazzaro", a cui è dedicato un santuario fra Poggio Imperiale e Apricena. Ciascun santo si avvale di canoni iconografici propri e inconfondibili: l'uno è raffigurato nell'atto di uscire dal sepolcro al comando di Gesù ancora avvolto nel sudario; l'altro è presentato come giovane soldato rivestito di armatura, con la palma della vittoria in mano. Il nostro San Lazzaro è una persona malconcia, la testa avvolta con uno straccio, ricoperto alla bell'e meglio; piaghe sono sparse per tutto il corpo; un cane pietoso gliele lenisce con la lingua. Abbiamo qui la presentazione grafica della parabola del ricco epulone narrata dal Vangelo di Luca (16, 19-31): "C'era un uomo ricco, che vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente. Un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco. Perfino i cani venivano a leccare le sue piaghe...". Presso gli specialisti è nota l'opinione dei due teologi razionalisti ottocenteschi, Ernest Renan e Alfred Loisy, secondo i quali la risurrezione di Lazzaro non sarebbe un fatto reale, un vero miracolo, ma un espediente per sottolineare che sulla parola del Signore i poveri hanno il loro riscatto e la loro risurrezione. I due Lazzari, quello di Betania e quello della parabola, sarebbero quindi lo stesso personaggio. È difficile che le finezze esegetiche dei due pensatori francesi abbiano fatto breccia in parroci e sagrestani della nostra terra o che abbiano guidato il bulino degli stampatori. È certo che la figura del Lazzaro della parabola, resta l'immagine più identificativa di tutti i mendicanti e gli straccioni del mondo, con la loro dignitosa solitudine, muta dinanzi all'opulenza consumistica, rotta solo dal lambire di qualche cane più umano. In questo senso a Napoli i poveri sono chiamati "lazzari" e gli appestati erano ricoverati nei "lazzaretti" di manzoniana memoria. In questo senso il Lazzaro della parabola è diventato popolare negli ospedali, nei ricoveri di appestati e lebbrosi, presso gli Ordini ospedalieri. Qualcuno, poi, ha pensato che fosse una persona reale.
Mario Villani
Convento S. Matteo 28.12.98

Presento 24 (+4) immaginette sacre della bottega di Iannantuoni. Esse si trovano (trovavano?) a S. Marco in Lamis e non sono esposte al pubblico. Neanche la collezione descritta nel libro di T. Nardella è visibile al pubblico.