Questa conferenza è stata tenuta nel Liceo Classico 'Pietro Giannone' di San Marco in Lamis nel 2011 da p. Mario Villani, allora responsabile della Biblioteca 'Padre Antonio Fania' del Convento di San Matteo a San Marco in Lamis. Era Preside Tonino Cera, che diede alle stampe questo bel testo.
Ho avuto la fortuna di collaborare alla creazione di queste considerazioni.
Correva l'anno 2011 e nessuno degli auspici espressi nello scritto si è realizzato. Anzi....
Non so se i monaci 'padroni' legali della gloriosa Biblioteca di San Matteo a San Marco in Lamis hanno letto lo scritto che vi propongo. Io penso di no. Ma forse l'hanno letto... e non hanno capito nulla.
Ma attenzione: non penso soltanto ai monaci proprietari: una colpa enorme la hanno anche quanti non hanno fatto nulla per il progresso di quello che loro chiamano, arrotando la boccuccia, il 'territorio'.
Specialmente in occasione delle campagne elettorali.
A proposito del sapere, pericoloso per il potere, diceva Adolf Hitler in Conversazioni segrete, Napoli, 1954: '... E soprattutto, che non si veda spuntare la ferula dei nostri pedagoghi, con la loro mania di educare i popoli inferiori e la loro mistica della scuola obbligatoria! Tutto quanto i russi, gli ucraini, i kirghisi potessero imparare a scuola (non foss'altro che a leggere e scrivere) finirebbe per volgersi contro di noi. Un cervello illuminato da alcune nozioni di storia giungerebbe a concepire alcune idee politiche, e questo non andrebbe mai a nostro vantaggio. Meglio istallare un altoparlante in ogni villaggio: dare alcune notizie alla popolazione, e soprattutto distrarla. A che servirebbe darle la possibilità di acquisire cognizioni nel campo della politica, dell'economia? La radio non dovrà impicciarsi di offrire ai popoli sottomessi conversazioni sul loro passato storico. No, musica, e ancora musica! La musica leggera provoca l'euforia del lavoro. Forniamo a quella gente l'occasione di ballare molto, e ce ne sarà riconoscente'.

C’è futuro per le Biblioteche?
Con la mente impigliata nelle volute modernistiche su cui riposano spesso le nostre pigrizie, molti rispondono: oggi c’è Internet che sa tutto, arriva dappertutto e non costa nulla.
La moda di comprare enciclopedie sulla spinta della scolarizzazione di massa, è passata. Oggi Internet imperversa.
Oggi Wikipedia, l’enciclopedia a disposizione su Internet è molto popolare: da essa abbiamo appreso che il nostro S. Matteo è un convento di Cappuccini

La cosidetta 'storia' del comune di S. Marco in Lamis
La cosidetta 'storia' del comune di S. Marco in Lamis
i quali sarebbero venuti a S. Matteo nel secolo IX, guadagnando d’un sol colpo ben sei secoli di storia. L’informazione è stata copiata da altri siti, compreso quello del Comune di San Marco in Lamis e da altri.
Un altro sito costato al contribuente alcune decine di migliaia di euro ci fa sapere che l’organo di S. Matteo, costruito nel 1991, è il più antico d’Europa.
Molti credono che Internet sia infallibile. La diffusione del mezzo e la relativa facilità di impiego ci ha convinti che ormai la cultura si è democratizzata, e qualunque smanettone può dire il suo verbo.
C’è poi il copia e incolla, vera delizia di redattori di tesi di laurea e dei loro professori. Molti siti pubblicano testi ripresi qua e là, spesso dimenticando di indicarne titolo, nome e cognome dell’autore. In pratica questi testi sono dei fantasmi che vagano per l’aria posandosi dovunque li chiami qualche studioso pigro e truffaldino. Le Vie e la memoria dei padrivie_memoria.jpg, libro prodotto dalla Biblioteca di S. Matteo per conto dell’Amministrazione Provinciale in occasione del Giubileo del 2000, è copiatissimo. Inserito nei siti della Provincia e della Biblioteca di S. Matteo, è stato rubato innumerevoli volte senza alcuna indicazione della responsabilità del testo e dell’edizione. È finito, in questo modo, in una grande quantità di pubblicazioni a stampa, giornali, riviste e anche libri, alcuni dei quali molto stimati dagli addetti ai lavori, senza che a nessuno sia venuto in mente che potesse avere una paternità. Se avessi una mentalità adatta andrei dall’avvocato. Ma essendone sguarnito, preferisco ripetere il motto che un mio amico, frate bolognese del Collegio di Quaracchi, mandava a un suo collega che lo aveva pregato di scrivere una recensione per un libro di cui era autore. Con la cattiveria spesso riscontrabile fra gli intellettuali, su una cartolina postale, in modo che tutti potessero leggere, scrisse indulgeat tibi Dominus quidquid calamo deliquisti, ti perdoni il Signore tutti i guai che hai combinato con la penna, o col computer.
Sorge il sospetto che anche ricercatori alle dipendenze di alcune grandi case editrici facciano ricorso alle svelte informazioni web nella redazione di opere di informazione generale. Non credo sia frutto di ricerca seria la notizia trasmessa da un’opera sui cognomi italiani secondo cui il cognome Nardacchione è diffuso soprattutto in San Marco in Lamis, dai cui elenchi è assente. In un’altra grande opera della stessa casa editrice, presentando una serie di inni religiosi composti in forma salmodica da Thomas KingoThomas_kingo.jpg poeta danese del sec. XVII, si fa un’allegra confusione tra Cana di Galilea dove Gesù ha operato il suo primo miracolo e Canaan che è il nome cananeo della terra oggi chiamata Palestina.
Ma Internet non è un fenomeno da baraccone, è una cosa molto seria. Non si può affermare che sia la morte delle Biblioteche. Anzi, con Internet le Biblioteche hanno allargato la loro area di intervento facilitando l’accesso a collezioni di difficilissimo reperimento. Così dalla sala di consultazione della biblioteca di S. Matteo ho potuto leggermi alcuni articoli della Bibliotèque litteraire de FranceBiblioteque-litteraire-de-France.jpg, opera che in gioventù trovai solo nella biblioteca francescana del Collegio di S. Bonaventura a Quaracchi presso Firenze. Oggi è facile consultare gli Annali d’Italiaannali_muratori.jpeg del Muratori o i Monumenta historica GermaniaeMonumenta_Germaniae_Historica.jpg, o gli Acta Sanctorum e una miriade di altre opere fondamentali.
Internet, inoltre, offre una serie molto nutrita di strumenti primari. Nella nostra biblioteca di S. Matteo, come sapete, esiste una grande sezione di libri antichi, la maggior parte dei quali scritti in lingua latina. In latino sono redatte anche una notevole quantità di opere moderne. La relativa area sistematica abbraccia le discipline classiche, il diritto, la teologia, la filosofia, la storia, la retorica. Non mancano opere di matematica, di scienze, di medicina, di botanica ecc. Per facilitare le ricerche avevo deciso di acquistare il Lexicon totius latinitatisLexicon-totius-latinitatis.jpg di Egidio Forcelliniegidio-forcellini.jpg il cui costo ammontava a un bel mucchio di Euro. Qualche giorno dopo l’arrivo dell’opera scoprii che avrei potuto averla gratis perché pubblicata integralmente su Internet. Per il piacere dei cultori delle discipline classiche: in Internet si trova anche il Glossarium mediae et infimae latinitatisGlossarium-mediae-et-infimae-latinitatis.jpg del Du Cangedu-cange.jpg.
Ormai su Internet si trovano intere biblioteche, si pensi al sito Gallica della Bibliotèque nationale de France, a Google libri, al progetto Gutenberg, ai contributi di Università e di singole biblioteche. Poi ci sono i siti specializzati come Documenta catholica omnia. Anche la nostra biblioteca di S. Matteo ha già messo in rete diversi libri, e ha pronto un nutrito complesso di volumi antichi e moderni, già digitalizzati, da mettere in rete.
Un altro servizio di cui si può usufruire gratuitamente su Internet è costituito dall’indicizzazione di moltissimi testi, con cui è facile accedere a brani, semplici frasi, e addirittura vocaboli isolati nascosti nelle opere più varie. Chi deve lavorare sulle fonti, trova in questo servizio un formidabile aiuto. Qualcosa sanno i nostri del Gruppo di Studio della Biblioteca di S. Matteo che lavorano alle fonti scientifiche, filosofiche e teologiche utilizzate dal P. Michelangelo ManiconePadre_Michelangelo_Manicone.jpg. Internet e le edizioni multimediali diventano essenziali negli studi filologici. Per gli studi biblici, per esempio, sono indispensabili le concordantiae verbales che hanno il compito di seguire un vocabolo greco, o latino, o ebraico attraverso i meandri delle diverse storie culturali fin al suo primo sorgere, magari in una qualche sperduta località della Mesopotamia. Una volta operazioni del genere avevano bisogno di lunghe ricerche, viaggi, attese e molta fortuna. Oggi c’è Internet o le edizioni multilingue della Bibbia ben indicizzate, munite, fra l’altro, di tutti gli strumenti di ricerca adeguati.
Le biblioteche oggi non possono esimersi dal dotarsi di un apparato multimediale adeguato.
Naturalmente la figura dell’assistente degli studiosi è molto più importante di quanto lo sia nella biblioteca tradizionale perché deve essere capace anche di guidare gli utenti attraverso la complessa rete dei siti e del motori di ricerca.
Ma, attenzione. Tutta questa difesa di Internet vuole certamente esaltarne i vantaggi che apporta alla ricerca, ma in pari tempo vuole esprimere un timore.
Internet resta pur sempre uno strumento solitario. Non consente un rapporto circolare con tutti i fenomeni della cultura; o almeno non lo facilita. Non crea confronti immediati con un universo, come quello della biblioteca, fatto di parole e immagini, e soprattutto di persone che pensano e si esprimono in costante riferimento all’ambiente e alla storia entro la quale vivono. Internet fornisce la conoscenza dei singoli fatti, ma non crea ambienti emotivamente significativi, non provoca curiosità da condividere, discutere, puntualizzare, trasformare in progetti. Si esprime con una serie di numeri entro cui noi immaginiamo che si nascondano pensieri e affetti. Giustamente i francesi non amano l’espressione Biblioteca digitalizzata, parola equivoca spesso impropriamente imparentata con il latino digitus, ma usano Bibliothèque numérique, che meglio rende la successione delle stringhe di 0-1 che variamente coniugate trasformano la concretezza del vivere in realtà virtuale.
Internet è il festival della solitudine, dove, invece, la Biblioteca è prima di tutto luogo di incontro, e, in seconda battuta, luogo di cultura.
Luogo di incontro e luogo di cultura. Probabilmente dal rapporto non equilibrato tra questi due concetti deriva la lontananza delle persone dalla biblioteca. Io stesso, quando devo frequentare una biblioteca, mi sento in qualche maniera intimorito dalla faccia seria degli addetti, dal banco di distribuzione, dall’atmosfera che si respira, dalla successione dei computer che ti guardano freddi col loro grande occhio quadrato. Questi diaframmi spariscono quando si chiede aiuto o informazioni agli addetti. Ricordo sempre l’entusiasmo del prof. Tommaso Nardella, Masino per gli amici, quando ricordava un bidello dell’Archivio della Società di Storia Patria sito nel Maschio Angioino a Napoli. Era un bidello, ma conosceva a memoria tutti i fasci, insieme ai fatti e ai personaggi della storia, e trattava gli studiosi con grande e cordiale disponibilità.
Uno dei problemi che spesso vengono vanamente focalizzati in Italia è dato dalla persistenza, quasi esclusiva, del concetto di biblioteca-scrigno delle memorie, o delle radici che dir si voglia. Il concetto di biblioteca di conservazione è persistente anche nell’epoca di Internet. Tutt’al più si arriva al concetto di biblioteca di studio, da mettere subito in rapporto con quelle zone protette e separate come le Università, i centri di ricerca, e, magari gli istituti di formazione secondaria. Più oltre non si va. Tutto si ferma all’universo della traditio, della trasmissione di un sapere antico.
Uno dei luoghi comuni a cui siamo più affezionati, da quando facevamo le elementari, dice che la cultura occidentale è stata salvata dai monaci soprattutto benedettini. La cosa in se stessa è vera. Ma dovremmo chiederci in pari tempo: perché i benedettini hanno istituito gli scriptoria e perché gli amanuensi? E perché i protagonisti sono proprio i benedettini? Purtroppo i libri di storia non ce lo dicono.
La risposta è in un motto medievale nato nei meandri di chissà quale biblioteca monastica: Claustrum sine armario, quasi castrum sine armamentario, un monastero senza biblioteca è come un accampamento militare senza armi. L’icasticità dell’espressione, insieme alla forza dell’impianto concettuale fanno sospettare che i luoghi comuni allignassero anche nei nobili tempi medievali. Forse i colleghi dell’ignoto monaco inventore della frase pensavano alla biblioteca come al luogo dell’incanto e della contemplazione; o la consideravano un antro abitato da fantasmi, in cui l’animo, già protagonista e vittima di punti interrogativi che penetrano ed erodono, rischiasse ulteriormente di perdersi, irretito da messaggi contraddittori e da allusioni non sempre chiare; o forse l’intendevano solo come il luogo della conservazione delle memorie, frutto e segno di un passato di cui nessuno ha nostalgia, ma che è sempre divertente scoprire, secondo la bellissima considerazione di S. Agostino: perché il passato è sempre più bello del presente? Risposta: perché è passato!
Claustrum sine armario, quasi castrum sine armamentario ci rivela un uomo diverso, che ha un’idea più terrestre, strumentale e operativa della biblioteca, altrimenti non l’avrebbe paragonata a un’armeria e i libri a cannoni pronti a sparare. La proiezione del monastero verso l’esterno è evidente, come è chiaro lo spingersi del concetto stesso di biblioteca verso un mondo variegato, sempre diverso, in continuo movimento, proteso verso un tempo di cui non si conosce la fine.
Da qui nasce anche il timore, caro a tutti i poteri del mondo, che la biblioteca e il sapere ivi contenuto siano pericolosi, com’è nelle maliziose allusioni di Umberto Eco ne Il nome della rosa. Una citazione dalla storia contemporanea: quando eseguivano le perquisizioni nelle case di persone sospette, i poliziotti dei regimi totalitari dell’America latina cercavano non tanto le armi, quanto i libri, e fra questi il privilegiato era la Bibbia.
Di biblioteche incendiate, come quella di cui parla Umberto Eco, sono piene le pagine della storia.
La biblioteca prima che di libri è fatta di uomini; è quindi da intendere soprattutto come incrocio di rapporti e di segrete intenzioni, inesauribile riserva di stimoli creativi.
Le biblioteche moderne più attrezzate tentano di educare i ragazzi ad aver confidenza con gli scaffali e gli schedari allestendo apposite sale. Si tratta di una istituzione di grande efficacia. La sala contiene certo i libri; ma è soprattutto il luogo dell’incontro, del gioco fantasioso e del confronto; è scuola di umiltà che genera il senso dell’uguaglianza e la democrazia.
Uno sviluppo di questo pensiero ci porta all’esigenza di aprire le porte della biblioteca anche agli indotti, a quelli che non hanno studiato. Le mostre bibliografiche che negli anni scorsi abbiamo allestito e portato in giro per tutta la Capitanata, nel Molise e in Terra di Bari, ci hanno messo in contatto con una umanità composta di contadini, pescatori, artigiani, persone insomma la cui conoscenza non va oltre l’istruzione strettamente professionale. Appena entrati subivano come una folgorazione. Giravano intimoriti per le sale, spinti da una curiosità veemente che si trasformava in interesse profondo. Poi chiedevano notizie su questo e su quello. Quando esponevamo le Bibbie, immediatamente percepivano che dietro quelle carte ingiallite si celava una lunga storia. Le domande più frequenti: Quale è la Bibbia più antica? Questo Vangelo è proprio quello che ha scritto S. Matteo? Questi libri si possono leggere? Anche quelli antichi? Per venire in biblioteca bisogna pagare? Uscivano dalla sala con la consapevolezza di essere figli e frutto di una lunga serie di generazioni; che le cose viste erano importanti anche per le loro vite. Oggi la biblioteca di S. Matteo è aperta alle visite delle scolaresche, dei gruppi organizzati e delle famiglie. La sala di consultazione è stata organizzata con un reparto dedicato esclusivamente agli studiosi, in modo che non siano disturbati dai visitatori.
Un’altra esperienza che vorrei condividere è quella dell’aggregazione di studiosi. È lo sviluppo più importante del concetto della biblioteca luogo di cultura e di incontro. Abbiamo avuto un lungo periodo di incubazione a cominciare dal 1978. Poi i primi frutti. Oggi il Gruppo di Studio è bene affiatato. La nostra gratitudine va prima di tutto al prof. Pasquale Soccio e al prof. Tommaso Nardella, iniziatori di questa straordinaria esperienza. Le aree di interesse sono quelle proprie della Biblioteca: le sezioni bibliografiche, i beni culturali, la ricerca e la pubblicazione delle fonti, i repertori bibliografici, il Bollettino della Biblioteca, l’iconografia, l’allestimento di mostre, l’assistenza degli studiosi e delle tesi, i rapporti con gli istituti di ricerca e universitari, la partecipazione a giornate di studio anche in regioni diverse dalla Puglia, le attività del Centro Studi P. Michelangelo Manicone del Parco Nazionale del Gargano. Insieme si discute si progetta, si realizza e si verifica.
L’aggregazione degli studiosi è essenziale per l’utilizzo della biblioteca al meglio delle sue potenzialità. Ogni componente, infatti, ha il suo ruolo e cura quel settore di studi nel quale è più competente. Naturalmente il servizio cresce in qualità e, quindi, anche in quantità.
L’aggregazione è anche una palestra dove si prende confidenza con la varietà del sapere, e con l’interazione fra le discipline, si rompe l’isolamento delle monoculture, bloccate in una visione efficientista-professionale o ideologica, o religiosa.
Quale futuro per le biblioteche di San Marco in Lamis?
Parlare di biblioteche a San Marco in Lamis potrebbe sembrare facile, dato l’elevato numero di istituzioni e di privati titolari di fondi bibliotecari di ottimo livello. Un eventuale studio statistico assegnerebbe un bel numero di volumi ad ogni essere vivente di S. Marco Per contro la stessa statistica darebbe un risultato ben più misero se le chiedessimo di dirci il numero dei lettori. Si dirà che altrove le cose vanno peggio. Ma la cosa non ci conforta.
Un’occhiata alle biblioteche di S. Marco ci dice che esiste una Biblioteca civica, munita di tutte le virtù e i difetti delle biblioteche analoghe, dotata di bilanci ballerini che si reggono sui soliti tagli, e sugli umori, altrettanto ballerini, delle amministrazioni locali.
La Biblioteca di S. Matteo
Nata come biblioteca dell’Istituto di Teologia nel 1905, fu incrementata continuamente con le accessioni da altri conventi, donazioni, scambi con autori, biblioteche, case editrici e, naturalmente acquisti. La primitiva caratterizzazione di biblioteca teologica si è via via allargata ad altri interessi.
I nuclei più densi sono quello delle scienze religiose, del francescanesimo, della storia della Puglia, della storia italiana e generale e delle civiltà antiche e classiche.
Attualmente si stanno svolgendo le operazioni di catalogazione, giunta a circa 30.000 schede. È stato catalogato l’intero fondo antico costituito da circa 7000 volumi. Restano ancora 50.000 volumi del fondo moderno che si spera di catalogare in tempi storici. Poi ci sono le riviste. Dal 1970 la Biblioteca è pubblica. Nel 1984 la Regione Puglia l’ha dichiarata biblioteca di pubblica utilità. Il catalogo è interamente consultabile in Internet attraverso il Polo bibliotecario di Foggia. Già negli anni precedenti sono stati pubblicati nel Sito internet della biblioteca i cataloghi relativi al Gargano contenente anche buona parte della biblioteca Nardella, alla Diocesi di Foggia-Bovino, all’agiografia e a buona parte della sezione di retorica. È stato parimenti pubblicato il catalogo degli articoli, libri e manoscritti di P. Diomede Scaramuzzi conservati nella nostra biblioteca.
Ci sono inoltre le biblioteche della fondazione Soccio e quella del prof. Tommaso Nardella, ambedue fortemente caratterizzate dagli interessi che i due Professori hanno coltivato in vita. Sia la Fondazione Soccio, sia la famiglia del Prof. Nardella, hanno assicurato che, quando saranno attrezzate degli strumenti catalografici necessari, le loro biblioteche saranno messe a disposizione dei ricercatori.
Esistono anche altre biblioteche private di grande consistenza culturale le quali, ne son certo, prima o poi, se si trovano i mezzi necessari, saranno messe a disposizione.
Infine, c’è la Biblioteca del Liceo che esprime ovviamente gli interessi propri dell’istituto: letterature, scienza, storia, filosofia, arte. Incrementata nel tempo da un’accorta politica culturale, insieme alla raccolta di strumenti per la didattica delle scienze, oggi è una bella realtà che fa onore alla scuola e a S. Marco.
Le biblioteche di San Marco hanno caratteristiche diverse, come si è già accennato. La Biblioteca civica è, secondo lo spirito della legge, una biblioteca di pubblica lettura che si sviluppa in funzione dell’informazione aperta a tutti, completa relativamente ai fatti e alle evoluzioni della cultura e della ricerca scientifica. La biblioteca di S. Matteo ha una configurazione che per certi versi la presenta anche come una biblioteca generale di pubblica lettura, ma la maggior parte delle sue raccolte sono fortemente specializzate in teologia, studi biblici, filosofia, arte, storia, bibliografia attinente la Puglia e il Gargano. Le altre biblioteche, vale a dire quella della Fondazione Soccio, della Famiglia Nardella e quella del Liceo si presentano come biblioteche specializzate in diversi rami dello scibile. Tutte insistono in un territorio limitato, di facile raggiungimento. Tutte, poi, si avvalgono di un rapporto di collaborazione e di amicizia già consolidato.
Le biblioteche sammarchesi, se guardate nel loro insieme, mostrano delle interessanti potenzialità.
La diversità degli indirizzi scientifici, spesso dotati di bibliografia moderna specializzata, anche di difficile reperimento, insieme al complesso degli strumenti primari, e all’ampiezza dei fondi antichi conservati nella biblioteca di S. Matteo sono gli elementi in grado di offrire agli studiosi aree di ricerca molto vaste, anche se non esaustive. A riprova della validità di questa ipotesi vorrei dire dell’esperienza di collaborazione tra la Biblioteca di S. Matteo e il Prof. Tommaso Nardellatommaso_nardella.jpg attuata agli inizi degli anni ‘90. Su richiesta della Comunità Montana del Gargano abbiamo prodotto un catalogo relativo al Gargano di quasi 2000 opere. Frutto di oltre un ventennio di ricerche, il catalogo è stato pubblicato col titolo di Per la storia del Gargano. Repertori bibliograficibibliografia_gargano.jpg. Il repertorio proponeva, oltre alla vasta bibliografia esplicitamente dedicata al Gargano e a singole località o temi attinenti, anche molte opere di difficile identificazione entro cui erano trattati particolari temi e aspetti della vita garganica. Un esempio: la monumentale opera settecentesca in 10 volumi in folio di Giuseppe Sorge dal titolo Enucleationes casuum forensiumsorge.jpg, ha restituito, sparsa in quasi tutti i dieci volumi, una notevole quantità di documenti relativi alle singole realtà del Gargano. È venuto alla luce, tra l’altro, notevole quantità di materiale di prima mano riguardante la contesa, tuttora aperta, tra il comune di Lesina e quello di Sannicandro Garganico sul possesso di buona parte del Lago di Lesina e dell’istmo che lo separa dal Mare Adriatico. Inutile dire che questo repertorio immediatamente è diventato il vademecum di ogni studioso di cose garganiche. Se lo portano in borsa; vengono in biblioteca con la scheda ben identificata. Ma nelle pubblicazioni nessuno lo cita. Il libro è costato al prof. Nardella, al Prof. Giuseppe Soccio e al sottoscritto ben tre anni di redazione e di puntualizzazione. Nonostante sia da aggiornare, conserva ancora tutta la sua validità.
Benché limitato nel tempo e ristretto per il tema bibliografico trattato, questo episodio ha il merito di mettere allo scoperto una delle qualità delle biblioteche sammarchesi che è la capacità di integrarsi reciprocamente anche su un tema ben definito come il Gargano. Il tema dell’integrazione e delle modalità per raggiungerla secondo me dovrebbe occupare un po’ del nostro tempo.
Naturalmente il problema non è di facile soluzione. Bisogna anzitutto considerare la quantità e la diversità dei soggetti proprietari. Segue l’esigenza di comprendere le specificità delle singole biblioteche per impostare il processo di integrazione che consenta un dialogo costruttivo fra loro senza che perdano le particolari fisionomie culturali che i fondatori hanno dato.
C’è poi la questione della catalogazione. Con questi chiari di luna non credo sia possibile una catalogazione rapida con accesso al Sistema Bibliotecario Nazionale. I proprietari, poi, perché i patrimoni librari siano ammessi ai finanziamenti pubblici devono dichiarare la disponibilità alla consultazione con relativo orario di apertura; devono disporre di personale, di strumentazione e di spazi adeguati. D’altra parte senza il catalogo la biblioteca è quasi morta, e, comunque, inerte.
Un’altra questione importante è quella dell’utenza. Non tutte le biblioteche possono essere aperte tutti i giorni e per l’intera giornata. L’eventuale coordinamento dovrebbe trovare il modo di servire gli studiosi secondo regole condivise assicurando da una parte il servizio e dall’altra l’esigenza di conservare la fiducia dei proprietari che hanno aderito al progetto.
Permettetemi, a questo punto, di vaneggiare in sogni, forse poco realizzabili. Ma i sogni, si sa, sono delle notturne e nebbiose utopie, che, colorate e in allegria, sorgono e viaggiano libere dalle contingenze della vita, ma non sono tanto campate in aria da non essere ugualmente alla base dei nuovi progetti. Se non si sogna non si progetta, e se non si progetta non si realizza.
A partire da che cosa si potrebbe progettare?
Il punto di partenza dovrebbe essere, a mio avviso, l’avvertita responsabilità di essere detentori di un patrimonio importante che, mentre rappresenta e dà visibilità a una storia culturale ampia, lunga e niente affatto provinciale, nello stesso tempo costituisce una risorsa ugualmente importante per un bacino di utenza che si allarga verso orizzonti più ampi della nostra amata Valle.
La nostra responsabilità, inoltre, non si esaurisce nel conservare, ma comprende il diffondere, l’accendere nuovi interessi, provocare approfondimenti.
Consentitemi un pizzico di autolesionismo. Noi sammarchesi a volte ci ubriachiamo di noi stessi. Ci sentiamo l’asse del mondo, l’omphalòn, l’Umbilicus Orbis da cui parte il sistema nervoso universale. Mi ricordo spesso del motto che con l’autoironia propria del suo ordine religioso P. Ferdinando, cappuccino sammarchese e mio parente, compagno di studi di Padre Pio, sparava in faccia a chi gli chiedeva di quale paese fosse, rispondeva: sono del paese dell’uomo che capisce. Qui di uomini che capiscono ce ne sono tanti e la loro università, dove tengono lezione, è il viale. Intorno, poi, c’è il vuoto. Le parole non valgono il risicato vocabolario che le contiene.
Troppo spesso noi dimentichiamo che non apparteniamo a noi stessi, e che al di là del piccolo spazio contenuto fra il triangolo di Monte Celano e la cupola del Monte di Mezzo esistono altri mondi da cui molto potremmo avere e imparare, e verso cui siamo responsabili.
È necessario che la società civile si riappropri della sua dignità fondata sulla consapevolezza di se stessa, della sua storia e delle ricchezze che ne derivano. Certo, ci sono problemi pesanti e costosi a cui pensare, ma di questi il primo è l’esiguità del mondo immaginato e conosciuto, la piccolezza delle idee, da cui derivano i bassi interessi, l’inattività, la perdita di fiducia e il sonno della mente.
Il progetto che si vorrebbe proporre non suscita alcun problema, salvo quello di vincere la pigrizia, riaccendere la fantasia e rimettere in moto il senso civico; non ci sarebbero, poi, costi aggiuntivi a quelli già esistenti. In compenso una biblioteca diffusa costituirebbe un irrinunciabile punto di riferimento nella vita culturale dell’intero Gargano e di tutta la Capitanata, soprattutto se munita di un robusto staff culturale, che a San Marco non mancherebbe, e di un’adeguata conduzione tecnica. La stima che ne deriverebbe sarebbe, poi, moneta spendibile per altri settori.
Vorrei sottolineare, inoltre, un timore che riguarda anche la biblioteca di S. Matteo e le sue raccolte di beni culturali. Il timore è che se queste preziose raccolte non sono stimate, utilizzate e garantite dalla società civile e dalla “repubblica dei letterati”, come si diceva nei secoli passati, saranno costantemente a rischio di essere vendute, o disperse con grave depauperamento delle risorse culturali della città. Spesso, scherzando, si dice che basta un assessore perché una città cambi connotati. Il timore riguarda tutta l’ampiezza del rapporto fra patrimonio culturale e società. E come questo rapporto si configurerà in un futuro molto prossimo. Il timore riguarda la stessa definizione di bene culturale messa a dura prova dalla ricerca spasmodica del guadagno economico, dai tagli, e molto più dal decurtamento dell’intelligenza, come ricorda nella rivista Archeo, numero di ottobre 2011, il suo direttore Andreas Steiner. Il timore non è frutto di fantasia ma di dura e dolorosa esperienza.
Per ciò che riguarda le famiglie, poi, non si può pretendere che accettino di venir onerate per sempre dei disagi derivanti dalla gestione delle loro biblioteche e relativi utenti. Sarebbe oltremodo difficile, in caso di necessità, evitare lo smembramento delle raccolte o il loro trasferimento.
Questo timore potrebbe riguardare anche la biblioteca del Liceo, se le fantasie dei dirigenti romani, notoriamente ammalati di burocratismo centralizzante, partorissero un’idea analoga a quella che alcuni anni fa richiedeva la consegna degli strumenti scientifici dei laboratori del Liceo con la scusa che essendo superati dalle nuove tecnologie, non servissero più per la didattica delle scienze. Per fortuna abbiamo avuto persone che hanno gestito la situazione con grande saggezza. Gli strumenti sarebbero finiti in qualche magazzino, se non peggio, e San Marco sarebbe stata ulteriormente depauperata.
La sicurezza delle nostre biblioteche verrà solo dalla solidità del servizio che svolgeranno nel territorio. Quando diventeranno la casa comune degli studiosi, e saranno ritenute un punto di riferimento obbligato per certi settori della ricerca, si potrà ragionevolmente sperare che sopravvivano e si sviluppino. Perciò è necessario l’unità delle risorse; è necessario parlare un unico linguaggio all’interno del quale sarà più facile governare le contingenze e acquisire dignità di interlocutori nei confronti delle autorità preposte.
Oggi le biblioteche delle istituzioni locali, prima di tutte quelle civiche, sono a rischio. Nella nostra Capitanata diverse biblioteche comunali sono chiuse, o funzionano poco a causa della esiguità delle risorse.
Bisogna fare appello alla vocazione propria della “Repubblica dei Letterati”: riacquistare il senso del servizio gratuito. Bisogna liberarsi in qualche modo dell’impostazione burocratico-commerciale del servizio pubblico basata su una legge mai scritta ma quanto mai attuale: nemo tenetur gratis pro alio legere, nessuno è tenuto a far lezione gratis a qualcuno. Gli amanuensi benedettini professavano la religione della gratuità, il loro sguardo superava gli stretti orizzonti del monastero, aggredivano un mondo sempre diverso e affamato a cui trasferivano nuove energie con i cannoni della cultura.
P. Mario Villani
Convento S. Matteo
1 dicembre 2011