Il brano che segue è tratto dalla rivista La Capitanata del 1969. In quell'anno Pasquale Soccio (1907-2001) aveva 62 anni ed era molto conosciuto al grande pubblico come 'insigne scrittore'. Il testo è una lezione di storia avente per tema 'i moti popolari italiani'. In questo articolo colpiscono 5 cose: 1 - la chiarezza dell'esposizione; 2 - la padronanza dell'argomento: 3 - l'uso appropriato della lingua italiana; 4 - le notizie sulla sua formazione intellettuale; 5 - la sua 'pietas' per i poveri. Nel 1969 Pasquale Soccio (Preside al Liceo 'Ruggero Bonghi' di Lucera) mi interrogò personalmente all'esame da 'privatista', dopo avere saputo che ero di S. Marco in Lamis. Ti ricordi, Enzo? Nei due anni nei quali ci presentammo da 'privatisti' a Lucera fummo promossi soltanto noi due.... Pasquale Soccio fece una strage!
Le note ed i grassetti sono dello scrivente.

Una immagine di Pasquale Soccio creata da Filippo Pirro.
Una immagine di Pasquale Soccio creata da Filippo Pirro.
Onestà vuole che premetta qualche perplessità, non proprio personale, sui metodi odierni di indagine. Ma queste incertezze metodologiche nulla tolgono all’attendibilità di una ricerca, rivolta comunque a dare una fisionomia a una realtà labile e dispersiva.
Le oscillazioni dell’ultima sociologia dalla sponda di un rigido e frigido schematismo deterministico a quella di una fenomenologia fluida, contingente, pulviscolare, ci offrono un esempio di una scienza disperante che poggia su basi se non friabili, evidentemente mobili; ed è certo che la presunta solidità su cui si fondava questa scienza viene posta in discussione. Seri esami epistemologici e approfondite esperienze sconvolgono, quasi ogni decennio, schemi e fondamenti.
Altrettanto si dica della psicologia. Una derivazione di questa o meglio ramificazione, la docimologia (da me seguita per interessi professionali, trattandosi, in parole povere e pompose insieme, della scienza degli esami), ha ormai una letteratura amplissima ma che è finita nel quadrivio o meglio, se mi è consentito un neologismo, nella polivia più ridicola del calcolo delle probabilità degli innumeri stati d’animo degli esaminandi e degli esaminatori; e con una casistica da fare invidia alla ben nota e prolifica letteratura secentesca dei padri gesuiti.
Per converso, anche nel campo storico-filosofico le cose non vanno meglio. Gli oppositori dello storicismo assoluto, sia questo di Vico e di Herder, di Marx e di Croce, sono insoddisfatti da questa dottrina per la sua pretesa di risolvere la realtà umana, viva e palpitante, e che si disperde in rivoli non inalveabili nel grande canale collettore dell’idealismo e dello storicismo egualmente assoluti. Valga per tutti il dubbio di Karl Löwith che ha destato anche la vigile attenzione di E. Montale. «Con questa critica si può essere o no d’accordo; tuttavia non si può prescindere da essa per rendersi conto del senso nuovo della storia che, in polemica con l’universalismo concettualistico della hegeliana “storia dello spirito”, si è formato nella coscienza contemporanea per influsso, specialmente, di suggerimenti dello storicismo di Dilthey ripensati da Heidegger nell’ambito della filosofia dell’esistenza». (Critica dell’esistenza storica, dalla presentazione).
Per mio conto devo aggiungere che, anche a usare metodi diversi, derivati dalla sporadicità fenomenologica, dalla caducità esistenzialistica e occasionalistica, non credo che se ne verrebbe ugualmente a capo; anzi lo smarrimento e la confusione sarebbero maggiori.
Ma stando all’argomento che ci preme, cioè quello dei moti popolari meridionali, possiamo veramente dire che essi hanno una propria e originale fisionomia o, meglio, una individuabilità storico-fenomenologica del tutto particolare? E dalla descrizione del fenomeno può evidenziarsi, se non una costante paradigmatica, almeno uno schema utile che ci permetta di risalire alla permanenza di certi mali del nostro Mezzogiorno?
Anzitutto conosco bene l’ammonimento di Federico Chabod: la geopolitica o la geostoriografia è storia spuria fondata su uno schema vago e vano. Eppure non mi so cavare dalla testa l’immagine dello «sfasciume geologico» offertaci da Giustino Fortunato.
L’avvertimento, poi, di maestri come Omodeo e Croce, rivolto a scansare il dogma teologico della causalità storica, avrà pure il suo peso contro lo stesso storicismo e contro la dispersività esistenzialistica; e tuttavia una individuabile permanenza di motivi o di caratteri comportamentistici, nel caso nostro mi pare di potersi rilevare.E se è vero, come è vero, sempre sulla scorta di Croce e di Omodeo, che non può sussistere un tribunale della storia e che la storia non è maestra della vita, mi si consenta almeno questa apparente boutade: se la colpa dei mali meridionali non è da attribuire a nessuno, cioè a un imputato fantasma, è anche vero che la storia non ha insegnato ancora nulla ai nostri governanti per una radicale e razionale estirpazione dei nostri mali, anzi dei nostri guai che sono, purtroppo, quelli di sempre (grassetto del webmaster).
A questo punto una indicazione preliminare, sia pure sotto forma di tema o di problema, devo pur darla. Se, come vedremo, contadini andalusi, come frati degli ordini religiosi medievali, si danno al celibato per protesta sociale, questa praticamente rappresenta una fuga dalla esistenza? Se collettività ucraine rifiutano ogni contaminazione politica di sorta, rappresenta tale rifiuto una fuga dalla storia?
D’altra parte i nostri moti popolari, aprendo ed estendendo le proprie aspirazioni a ventaglio (dall’immediato bisogno del pane e del lavoro quotidiani alle attese palingenetiche e chiliastiche, con un sottofondo o una premessa speculativa di grandi filosofi meridionali), rappresentano una concreta volontà di esigenze pratiche, socioeconomiche e politiche, o sono anch’essi manifestazioni disperate di fuga dal reale?
Entrando ora in argomento, mi propongo di ricercare l’essenza reale di tanti moti popolari, in particolare meridionali. Moti popolari se ne sono avuti e se ne hanno analogamente in ogni parte d’Europa e fuori. Dalla Ucraina dell’800 all’Irlanda del Nord in questi giorni, dalla Spagna, e in particolare Andalusia e Catalogna, all’Argentina e, specialmente in questi ultimi decenni, nel continente africano.
Però nell’Italia meridionale questi fenomeni destano soprattutto l’attenzione di studiosi tedeschi, francesi, inglesi e, recentemente, anche americani. Sarebbe interessante, come si fa per i testi scolastici, o per le isole linguistiche dialettali, redigere per il mondo della cultura popolare un atlante che tenga conto degli avvenimenti nella loro distribuzione spaziale e cronologica, rivolto ad individuare affinità, identità o semplici analogie fra i moti popolari di sempre. E quando si dice di sempre ci si intende riferire non tanto ai moti sociali dell’antichità greco - romano - medievale, quanto ai tempi moderni e contemporanei.
E’ relativamente recente la formazione di associazioni politiche e sindacali che spesso hanno coordinato le aspirazioni e organizzato i moti sulla spinta di ideologie politiche variamente rappresentate.
Senonché, ed è qui il punto decisivo del nostro assunto o semplicemente ipotesi, del resto avvalorata da studiosi, specialmente inglesi e americani, si impongono due considerazioni d’ordine generale. La prima, che mi pare di estrema importanza, è che questi movimenti popolari sono anteriori alla fase anarchica, alla stessa organizzazione dei partiti politici a pretta base popolare d’ispirazione marxistica, o di vaghi e generici comunismi e socialismi. La seconda, è che l’esplosione di tali fenomeni ha caratteri peculiari e originali nell’Italia meridionale, per la varietà delle manifestazioni e per l’urto con la contingenza politica o la momentanea fenomenologia storica. Questo può spiegare la varia fisionomia dei movimenti popolari, nelle diverse regioni meridionali italiane dalla Sardegna alla Puglia, dalla Sicilia e Campania. Così nello spazio regionale e così nel tempo: dai fatti di Benevento del 1877 a quelli di Battipaglia dello scorso aprile.
Quando nel secolo scorso a Lione si ebbe lo scoppio di un moto anarchico di ispirazione bakuniniana, Carlo Marx credette di individuare l’ingenuità di Bakunin nel non avere questi e i suoi compagni fatto i conti con lo Stato e precisamente con la polizia.
Tuttavia se Bakunin fu un ingenuo, Marx, a sua volta, non si rendeva conto che si tratta di moti popolari scomposti, promossi da agitatori non esperti di tecniche organizzative e di moderni metodi di conquista. L’autentica natura di questi moti, insomma, sfuggiva ad entrambi: che i capi dei movimenti e di ogni sommossa, con tutti i partecipanti, hanno a che fare con la polizia, ora temendola ora intimidendola. La polizia è temuta nel 1877 a Gallo e Letino, in provincia di Benevento; è tenuta in soggezione, a distanza di circa un ‘secolo, a Battipaglia, essendo i carabinieri consegnati in caserma e gli agenti di pubblica sicurezza in borghese dispersi, mentre di fronte alla sede del Commissariato è eretto a spregio un fantoccio-poliziotto. Battipaglia rappresenta oggi un esempio 'da manuale', come ha autorevolmente osservato qualche giornalista, dei limiti del possibile e dell’impossibile' dello sviluppo reale dell’Italia meridionale. Ha lo Stato capitolato a Battipaglia? Certo è stato in condizione di disagio. E se vi è stata una speculazione di parte politica e di autorità locali e sindacali, e pur vero che gli stessi rappresentanti politici di estrema sinistra sono stati sorpresi e travolti da quei popolani e dagli eventi.
Siamo al nocciolo della questione: anche sotto la spinta di rappresentanti politici di ieri e di oggi, dai fratelli Bandiera a Malatesta, da Carlo Pisacane agli odierni sindacalisti e deputati estremisti, quasi sempre questo minuto popolo meridionale, anche quando non è riuscito a far scattare la molla dell’insurrezione, interviene e travolge partiti e sindacati organizzati, ideologie e idealità storiche e politiche.
Ne han fatto le spese i fratelli Bandiera e Pisacane per primi e, poi, carbonari, liberali, filo-borbonici e garibaldini.
Quale dunque la vera natura di questi movimenti nella loro fenomenologia confusionaria e scomposta? E’ stato giustamente notato (Spadolini, Montanelli), ancora una volta a proposito di Battipaglia, che ogni sommossa o insurrezione nell’Italia meridionale, dai tempi del cardinale Ruffo e dei suoi briganti, insorge, si accende, dilaga e straripa in incontenibile jacquerie o Vandea. E’ tale realtà di fondo che permane in questa parte d’Italia, che Giustino Fortunato chiamava uno 'sfasciume geologico'. E, a mio parere, le condizioni di miseria spiegano gran parte del fenomeno, ma non tutto. E valga il vero. Anzitutto va notato e sottolineato, stando alla descrittiva, che si tratta di fenomeni che precedono la fase anarchica, alla quale segue quella politica ispirata dal socialismo o dal comunismo. Non sono il solo a dirlo: nell’Ottocento giornalisti socialisti come Adolfo Rossi e, recentemente, l’inglese Hobsbawm, al quale soprattutto mi rifaccio.
Circa la refrattarietà o la relativa permeabilità alle ideologie politiche, si tengano presenti le analoghe associazioni contadine ottocentesche dell’Ucraina, incontaminate da ogni 'veleno politico'. Si tratta, insomma, di insorgenze ‘spontanee e talora sporadiche e occasionali, la cui contemporaneità o simultaneità d’azione ha dell’imprevisto e dell’irripetibile, pur nello schema generico di eventi e di aspirazioni; e tutto all’insegna della vaghezza, del velleitarismo e della inconsistenza di una ideologia ben individuabile.
Sono fenomeni, quindi, che non hanno un contenuto specifico, né politico, né sociale, né religioso, e che tuttavia oscillano dal banditismo personale e di casta a quello schiettamente politico e sociale, da una aspirazione realisticamente economica e classista alla vaghezza di comunità sociali e religiose, dal bisogno immediato, urgente di sollevamento da uno stato di miseria e di abiezione a una aspirazione palingenetica e apocalittica, quasi fino alla distruzione del genere umano: si pensi ai contadini andalusi, che tuttavia già si aggirano in una fase anarchica e, quindi, successiva a quella che cerco di illustrare.
Insomma, dal fondo della propria coscienza questo 'profondo Sud' non ha mai smentito la sua realistica necessità del pane quotidiano, da una parte, e l’aspirazione millenaristica, dall’altra.
Si può partire anche dalla camorra, dalla mafia siciliana, dal banditismo corso e sardo, da una sponda, e si può giungere a quella opposta della nobile utopia, della religiosità pura e del senso permanente di giustizia e libertà per tutti. Si tratta di forme primitive, arcaiche, vorrei dire archeologiche, che vengono prima di ogni moderna associazione, sindacato o partito, e della civile dialettica di concordia o discordia con le altre associazioni e soprattutto con lo Stato. La conferma ci è data dai fatti di Gallo e di Letino: '...il più celebre tentativo degli anarchici di suscitare una rivolta, quella del 1877 a Benevento, si risolse in un insuccesso per difetto di sincronizzazione con lo stato di malcontento dei contadini. Se tale sincronizzazione si fosse verificata, i contadini di Letino e di Gallo non avrebbero risposto all’invito del nobile Malatesta a procedere all’esproprio dei terreni con questa osservazione così giudiziosa e contraria allo spirito spagnolo: “la nostra comunità non può difendersi da tutta l’Italia. Questa non è una sommossa generale. Domani i soldati saranno qui e saremo tutti fucilati”' (E. J. Hobsbawm, I ribelli, ed. Einaudi, Torino, 1966, pag. 130); e dei fatti dei contadini siciliani, e dal lazzarettismo: secondo Hobsbawm 'non è sempre facile identificare la essenza logico-politica dei movimenti millenaristici, poiché l’assoluta loro spontaneità e la mancanza di una efficiente strategia o tattica rivoluzionaria fa sì che la logica della loro posizione rivoluzionaria venga esasperata fino all’assurdità o al paradosso. Essi sono illogici e utopistici' (pag. 89).
Questo conformismo ideologico ci è confermato anche dagli ebrei di Sannicandro Garganico e dalla stessa morte di Davide Lazzaretti.
Nell’agosto del 1878 tremila seguaci di Davide scendono dall’Amiata e ad Arcidosso si incontrano con la forza pubblica: questo il sintomatico discorso di Lazzaretti ai poliziotti: «“Se volete pace, vi porto pace, se volete pietà, avrete pietà, se volete sangue, eccomi”. Dopo un confuso scambio di parole, i carabinieri aprirono il fuoco e Lazzaretti fu tra i morti». (Hobsbawm, pag. 102).
Quel che si deve rilevare è che nell’Italia meridionale lo spiegabile interesse degli studiosi europei è da riportare alla presenza di due protagonisti di diversa estrazione, non solo sociale ma anche culturale: l’ingegno di grandi e nobili menti e la intelligenza, sia pure non proficuamente organizzata, del popolo. L’Italia meridionale, e soprattutto la Calabria, ha prodotto ingegni speculativi con specifiche teorie in merito, da Gioacchino da Fiore a Tommaso Campanella; e agitatori politici, contemporanei, ai moti, come il pugliese Carlo Cafiero.
L’ideale di giustizia e di libertà, sia pure e proprio nella confusionaria società religiosa, è per la prima volta proclamato in modo imponente e profetico da Gioacchino da Fiore; mentre l’ideale di un comunismo di Stato, sia pure con un’aberrante deviazione razzistica e poco sociale, è teorizzato da Tommaso Campanella.
Ma al di là di ogni teoria, durante le incandescenze delle agitazioni sociali, anche il popolo esprime la sua opinione o il suo modo di vedere o volere come dovrebbero andare le cose. Così una vecchietta di Corleone al giornalista Adolfo Rossi (1893): «Vogliamo che come lavoriamo noi, lavorino tutti. Che non vi siano più né ricchi né poveri. Che tutti abbiano del pane per sé e per i figli. Dobbiamo essere uguali. Io ho cinque bambini e una sola cameretta, dove siamo costretti a mangiare, a dormire e a far tutto, mentre tanti signori hanno dieci o dodici camere, dei palazzi interi. [Quanto alle case e alle terre] ... basta metterle in comune e distribuire con giustizia quello che rendono ... Ci deve essere la fratellanza e se qualcuno mancasse ci sarebbe il castigo.
Gesù era un vero socialista e voleva appunto quello che chiedono i Fasci, ma i preti non lo rappresentano bene, specialmente quando fanno gli usurai. Alla fondazione del Fascio, i nostri preti erano contrari e al confessionale ci dicevano che i socialisti sono scomunicati. Ma noi abbiamo risposto che sbagliavano. [Tra di noi i pregiudicati per reati commessi] non sono che tre o quattro su qualche migliaio di soci. E noi li abbiamo accettati per migliorarli, perché se hanno rubato qualche po’ di grano lo hanno fatto unicamente perché spinti dalla miseria.
Il nostro presidente ci ha detto che lo scopo dei Fasci è di dare agli uomini tutte le condizioni per non delinquere». (Adolfo Rossi, L’agitazione in Sicilia, Milano 1894, pp. 69 e sgg.).
In Capitanata, cioè in casa nostra, le cose non vanno diversamente.
Nell’ottobre del 1805 a Termoli il francese Courier è svegliato di notte dal popolo per un atto di giustizia, per uno stupido furto. Egli, tra l’altro assiste a tribunali di contadini e di briganti che ricordano ambienti e gesti sbrigativi alla Masaniello. Nell’agosto del 1818 il brigante Vardarelli, e nel 1861 sul Gargano sono ancora i briganti che, insieme con le Guardie Nazionali o contro di esse, tengono l’ordine e si oppongono alle depredazioni e ai saccheggi reali e temuti da parte dei garibaldini. Ho avuto modo di leggere qualche minaccioso biglietto di briganti ad Autorità e Guardie Nazionali, perché si facesse comunque 'salvo il popolo', con minacce ben precise in caso contrario.
E se ideologie nazionali e politiche si servono del popolo, è anche vero che il popolo, proprio per questo fenomeno che si cerca di individuare, si è, a sua volta, servito di politici e briganti. Ancora una volta, infine, come dimostra l’arco di un secolo di occupazioni di terre, di «dissodazioni», come si diceva allora, demaniali e private, emerge con evidenza questo desiderio o bisogno o preoccupazione di fondo di braccianti e contadini meridionali: più che di fame di terra si tratta di una permanente garanzia di lavoro duraturo.
La fisionomia particolare di questi moti, la sua peculiare fenomenologia anche dopo un secolo di politica unitaria permane pressoché analoga in tutte le manifestazioni; come permane il divario tecnologico tra Nord e Sud, resiste ancora e si afferma una diversa mentalità e una più imprevedibile psicologia del popolo meridionale. Se è vera una certa refrattarietà o diffidenza del nostro popolo verso ogni forma di politica associata e di organizzazione sindacale è anche vero che i governi liberali, fascisti e democratici han fatto o fanno quel che hanno potuto; ma questo scottante problema rimane ancora aperto, sia per motivi ancestrali, antichissimi, storici e protostorici, sia per nuovi motivi sopraggiunti e che si sono inseriti ad appesantire un’atmosfera tutt’altro che serena, la cui nebulosità anzi può ancora dare frutti di cenere e tosco. Mi riferisco soprattutto al fenomeno di baronaggio politico attuale che si è sovrapposto, tenendo il campo, a quello feudale e nobiliare. Il clientelismo degli uomini politici con la pesantissima catena di raccomandazioni per un posto di lavoro o di impiego è sotto i nostri occhi. E se poi ci dobbiamo riferire ai tempi protostorici, come ha dimostrato in modo serio e convincente Salvatore M. Puglisi, in un suo apprezzatissimo libro sulla civiltà appenninica, vi scopriamo non una lotta di classe soltanto, ma anche di casta, di categoria, di mestiere, di attività comunque diverse. Un esame archeologico di certa stratificazione sociale pone in luce una vera guerra per il diverso uso della terra fra terramaricoli e montanari; e con la scoperta del grano ha inizio quella millenaria lotta, evidentissima anche nella Daunia e sul Gargano, tra la spiga del biondo frumento e la capra, tra l’aratro e il bastone, tra il contadino e il pastore.
Quanto ai tempi storici, basta una breve rincorsa a conferma di quanto si vuol dire se ieri e l’altro ieri erano i seminatori di cereali a spingere caprai e pastori verso l’interno della montagna, oggi son questi a riguadagnare terreno, spazio vitale per il pascolo di greggi e armenti, a scacciare, a intimidire, a uccidere i contadini rivali e resistenti.
Lo squallido fenomeno dell’abigeato è una piaga che tuttora affligge le nostre belle montagne, con un contrasto evidente tra turismo e delitto alla macchia. Si sa che con gli Aragonesi e con la mena delle pecore si ebbe una trasformazione profonda della nostra economia; ed è anche vero che i nostri più scottanti mali socio-economici cominciarono appunto da quando, in Puglia e in particolare nel Tavoliere, cominciò l’era in cui i pastori erano protetti dai re e i re si fecero pastori e non per motivi idilliaci e arcadici, ma per un sanguinoso bisogno di danaro e di oro. Comunque l’inizio della ripresa economica, lenta ma perdurante, si ebbe da quando furono abolite le leggi capestro sulla mena delle pecore: la libertà, come si vede, è anche feconda di beni economici. Concludendo e tornando alle scomposte, disordinate manifestazioni popolari di qualsiasi natura, brigantesca, religiosa, politica, economica e sociale, sono fermamente convinto che a base di tutto v’è sì una santa aspirazione di pane e di lavoro, ma anche un grosso problema di educazione e di istruzione. Il nostro popolo agisce così perché, pur aspirando a una vita associata ben diversa, sente le manchevolezze della società presente e desidera essere informato, istruito, educato, organizzato per una civile partecipazione e collaborazione alla vita democratica.
Dicevo or sono venti anni a Foggia: fabbriche e ciminiere sì per una radicale trasformazione della nostra economia, ma con la collaterale apertura di scuole e di biblioteche, giammai sufficienti per una effettiva penetrazione capillare nei vari strati della società. Proprio all’inizio dell’unità italiana (Garibaldi era a Napoli da pochi mesi) Luigi Settembrini in una circolare di nobilissimi accenti diceva ai nostri sindaci di aprire sempre più scuole, che nessuna sovvenzione sarebbe stata concessa dal Governo luogotenenziale se i sindaci non si impegnavano, tra l’altro, ad aprire scuole; e concludeva epigraficamente: 'nessuno esercizio di libertà è possibile senza l’istruzione'.

Pasquale Soccio
La Capitanata del 1969