Qui, da profondi millenni, resiste una mirabile consonanza tra spirito e natura. Il colore che l’esprime è il ferrigno della roccia battuta dai venti del tempo. È un grigio metallico che scende dai colli, rosseggia nel fondovalle, risale corrusco, con riflessi viola, le balze di questo vitalissimo sprone, inguaina rupe e mole del Santuario, e pietrifica venti ed eventi.

Un genio imperioso fornì i durissimi elementi e un fabbro gigante li fuse e plasmò: ferro e roccia e fuoco vivo. Nacque così il perenne volto sacro di questo singolare paesaggio. Una diffusa e sensibile presenza numinosa, l'indizio certo di un nume del luogo, invocava una dimora per il suo culto. Sorse, quindi, per naturale incanto, questa costruzione di ciclopi dello spirito, librata sullo spazio della valle, in virtù di una fede ferrea, rocciosa, ignea, come gli elementi del posto.

L'empito vulcanico di questa fede operosa è infrenato e rattenuto proprio dal massiccio fortilizio che incombe sulla spinta arditezza dello sprone.

Il rosso della terra, mal celato dal verde nericante dei boschi e delle macchie, denuncia un ardore di fondo, come se tutto poggiasse e riposasse, per l’assurdità di un miracolo, su una terra di fuoco, Ne è conferma la rossa serpentina della strada, che, tagliata nel duro sasso, si vorrebbe dire nel sangue della terra, dopo aver sottolineato a mò di zoccolo lo sprone, si insinua nel verde del bosco.

Così, da remoti millenni, la sacra maestà del luogo stupì la panica devozione del dauno; esaltò la fantasia del greco tra cieli mare e monti; abbrividì di pio orrore georgico il romano, votatesi al dio Giano; piegò cristianamente il ginocchio itinerante del barbaro longobardo; e il veridico volto da questo definitivamente impresso affascinò il normanno; incusse rispetto alla mano rapace dello svevo, dell’angioino e dell’aragonese, la quale assiderò lo splendore della civilissima abbazia.

Qui il garganico ride. Ancora ermetico, il suo riso fa eco all’ironico scherno delle rocce, delle doline e delle caverne, che conservano la risonante memoria degli avi, di tutto il tempo umano. Hanno esse visto l'industre uomo antico della pietra, la bacchica felicità del pagano, l'esaltante solitudine dell’eremita cristiano, le giostre venatorie dei re svevi, l’effimera munificenza dei signori feudali e rinascimentali, la sociale sete di sangue dei briganti, la pavida anarchia dei disertori, la giocosa, efferata e suicida sete di facili guadagni degli abigeatari, che come le capre rapinate, sfidano l’ordine delle leggi e della natura; e sempre e su tutto, le sufolate sagre dei pastori, l’alacre e ritmico suono delle defunte zappe e degli aratri dimenticati in mezzo ai campi.