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Se si racconta ai giovani di come erano i Sammarchesi di settanta, ottanta anni fa, della durezza della vita e delle infinite difficoltà per farvi fronte, si rischia di non essere creduti oppure di non essere neanche ascoltati.
Probabilmente non si rendono conto di quanti sacrifici sono stati fatti per preparare il benessere che hanno trovato venendo al mondo.
Non ci credono perché forse è troppo grande la differenza e non c'è nessuna possibilità di paragone: neanche lontanamente si può fare un raffronto tra le due realtà, quella passata e quella attuale. Tutto è cambiato, persino l'aspetto fisico delle persone.
Questa affermazione non è una nostra impressione. E' un dato di fatto scientificamente provato: basta osservare gli anziani superiori ai sessanta anni, la cui statura media si aggira sul metro e sessanta, mentre quella dei giovani attuali in media non è inferiore al metro e settanta e ciò non si riferisce ai soli uomini, ma anche alle donne.

Il convento di San Matteo a San Marco in Lamis in una foto di Giuseppe Bonfitto
Il convento di San Matteo a San Marco in Lamis in una foto di Giuseppe Bonfitto
Lo sviluppo di cui stiamo trattando sarà dovuto, certamente, al benessere generale del Paese e all'alimentazione abbondante e selezionata secondo quelli che sono i "crismi" della vita moderna. Un'altra causa della differenza è da ricercare nel controllo delle nascite che le giovani coppie praticano: oggi è quasi impossibile trovare famiglie numerose con sei, sette, otto figli così come avveniva nel lon­tano passato. I giovani oggi sono scolarizzati e sono venuti a conoscenza del come avere e non avere i figli. Ora non si dice più:

Li figghie ce l'ha mannate Gese Criste (I figli li ha mandati Gesù Cristo).

Tutto è cambiato a Sammarco a cominciare dall'ambiente in cui si vive. Basti pensare alle strade fangose e pietrose e alle abitazioni dove i cittadini vivevano. Prima una famiglia numerosa abitava in una casa di pochi metri quadrati senza acqua né fognab_250_0_16777215_01_images_Come_eravamo_tooltip_palude.jpg. Oggi molte di quelle casupole sono vuote perché la gente è andata ad abitare in comodi appartamenti costruiti nelle periferie del paese: appartamenti con più camere, forniti di servizi igienici e degni di una società moderna al passo con i tempi.
Prima, la casa di abitazione era piccola, di pochi metri quadrati. In quel poco spazio iniziava la vita dei giovani sposi; ma, col tempo, con lo scorrere degli anni, la famiglia diventava di tre, quattro, cinque e, molte volte, anche dieci persone. Lo spazio era sempre lo stesso e le difficoltà aumentavano di pari passo con l'aumento della famiglia. Nella casa non c'era l'acqua e al rifornimento di questo bene essenziale doveva pensarci la donna: la donna doveva andare ai pozzi che stavano in Piazza Oberdanb_250_0_16777215_01_images_Come_eravamo_tooltip_rione_pozzo_1911.jpg  (dietro la Chiesa Madre) a prendere l'acqua da bere e per fare da mangiareb_250_0_16777215_01_images_Come_eravamo_tooltip_fontana-acqua.jpg, mentre l'acqua per lavare la biancheria la prendeva nella cisterna, se l'aveva; altrimenti la doveva chiedere per favore o pagarla a qualche vicina di casa. La donna in casa doveva pensare a tutto: lavare la biancheria per tutti i componenti della famiglia, fare da mangiare, andare a vuotare la mattina presto il vaso da notte dove tutti quelli della famiglia facevano i loro bisogni. La donna, ancora la donna, doveva pensare a fare il pane (trumpà) e fare quattro, cinque, sei parrozze (pani di diversi chilogrammi) per tutto il nucleo familiare.

San Marco in Lamis: il Convento di San Matteo e la Cappella dei SS. Medici in una cartolina del 1967
San Marco in Lamis: il Convento di San Matteo e la Cappella dei SS. Medici in una cartolina del 1967
La casa, nel corso dell'esistenza, non era sempre la stessa. Dopo diversi anni, per motivi vari, si cambiava e così da un rione si passava ad un altro, magari vicino ad altri parenti. La famiglia, in quelle case, cresceva e viveva nella più totale promiscuità.
Il lavoro non tutti lo trovavano in paese, o nei pressi. Ad esempio i braccianti agricolibraccianti-agricoli.jpg, che nei decenni passati costituivano una categoria di lavoratori molto estesa, svolgevano la loro attività prevalentemente in zone lontane da Sammarco come San Severo, Rignano, San Giovanni, Apricena, Foggia. Questo per quanto riguarda la pianura. Per la montagna, invece, si sconfinava nei territori di San Giovanni Rotondo, di Sannicandro Garganico, di Cagnano e così via.
La stessa cosa va detta per gli agricoltorib_250_0_16777215_01_images_Come_eravamo_tooltip_agricoltori-01.jpg e per lavoratori di altri settori che erano, e lo sono ancora, costretti a svolgere la loro attività in comuni viciniori. I cavapietre, i muratorib_250_0_16777215_01_images_Come_eravamo_tooltip_Muratori-01.jpg ed altriVendemmiatrici.jpg, trovando lavoro altrove, non si tiravano indietro, così come avviene tuttora. Questo nostro paese è fatto così e non si può fare diversamente. Soltanto gli artigianib_250_0_16777215_01_images_Come_eravamo_tooltip_cacachiazze.jpg rimanevano sempre in paese e non si allontanavano mai.
La società degli anni Venti, Trenta e oltre era una società alquanto arretrata. L'istruzione, nella maggior parte dei cittadini, non andava oltre la quinta elementare. Pochi ragazzi frequentavano le prime scuole medie, ma una larga fascia di ragazzi si fermava alle primissime elementari per andare a lavorare... appresso alle bestie.
Nelle strade, le famiglie si rispettavano e tutti sapevano tutto di tutti, anche di faccende intime. E tuttavia se c'era da tenere un segreto se lo tenevano per sé senza divulgarlo. Con questo non si vuoi dire che di "criticone" non ce ne fossero, anzi.
Detto questo, non c'è nessuna intenzione di voler far credere che nel paese fossero solo rose e fiori. Anzi. Per esempio tra artigiani (artiste) e contadinib_250_0_16777215_01_images_Come_eravamo_tooltip_contadini-01.jpg (cozze) c'era un astio tremendo pur se immotivato. Gli artigianib_250_0_16777215_01_images_Come_eravamo_tooltip_artigiani.jpg si sentivano superiori ai contadini e come tali li trattavano. Questi, che stupidi non erano, ne risentivano e alla minima occasione si scontravano ed erano botte da orbi.
S. Marco in Lamis: il campanile della vecchia chiesa di san Berardino
S. Marco in Lamis: il campanile della vecchia chiesa di san Berardino
Per il contadino e i lavoratori della terra e della campagna in generaleLavori-per-fogna.jpg la vita era più dura e faticosa, soprattutto scarsamente retribuita. Forse questo era uno dei motivi principali che muoveva l'odio reciproco.
Artigiani, impiegati e professionisti, nelle ore di riposo e durante le feste, se volevano fare una passeggiata, la facevano in Corso Umberto Ib_250_0_16777215_01_images_Come_eravamo_tooltip_corso-matteotti.jpg (attuale Corso Matteotti), mentre per contadini, pastori ed altri gli incontri avvenivano in Corso Giannoneb_250_0_16777215_01_images_Come_eravamo_tooltip_corso-giannone.jpg, limitatamente alla parte alta tra Via Stilla e la vecchia chiesa di San Bernardino. Il sabato sera e la domenica era un via vai di giovanotti male in arnese e pronti alla rissa con avversari o presunti tali. Molto spesso si metteva mano alle armi, specie al coltello. Qualche volta finiva con il morto. Mai un artigiano si permetteva di fare una passeggiata in quella zona, mentre contadini e pastori scorrazzavano per la chiazza de sotto (il corso di sotto, Corso Umberto I) solo nelle ore piccole, dopo la mezzanotte. Li cozze si avvedevano della differenza che c'era tra loro e i cacachiazza (appellativo molto eloquente che non ha bisogno di traduzione) i quali portavano, oltre la cravatta, il fazzolettino nel taschino della giacca, scarpine (scarpe basse) e, se d'estate, non portavano copricapo, cosa questa che non ancora attecchiva tra i lavoratori della campagna. Di pastori, nel passato, ce n'erano molti e tornavano al paese ogni tre settimane o anche dopo un mese. Succedeva che, arrivando in paese prima di sera, si vergognavano di incontrare gente, persino i parenti più stretti. Perciò soltanto la sera tardi a lu larie de Sante Vastiane (largo San Sebastiano) si sfogavano con gli amici, che erano tanti della medesima condizione.
I loro vestitib_250_0_16777215_01_images_Come_eravamo_tooltip_abbigliamento.jpg erano pesanti e rozzi, essenzialmente di velluto senza alcun pregio e di fattura scarsamente descrivibile. La camicia senza colletto e di stoffa pesante con l'apertura fino allo stomaco. Le scarpe grosse, che si adattavano al passo lungo e cadenzato dell'uomo di campagna. D'inverno indossavano lu cappotte, da non confondere con quello attuale. Era una cappa larga e lunga fino al polpaccio della gamba, di una stoffa pesante. Era questo l'abbigliamento del campagnolo sammarchese b_250_0_16777215_01_images_Come_eravamo_tooltip_abbigliamento_02.jpg. La testa, poi, era sempre coperta dal cappello o dalla coppola nuova, diversa da quella, eterna, che si indossava in campagna. Quando ad uno di questi moriva un parente stretto, sul braccio della giacca ci metteva una fascia nera e un pezzo di stoffa dello stesso colore sul petto che copriva la camicia, mentre la barba non veniva rasa per molte settimane. E se no che lutto era.
Anche le donne portavano il lutto, anzi erano loro che lo portavano maggiormente. Tanto è vero che una donna, arrivata oltre i trent'anni, portava quasi sempre il vestito nero, perché a quell'età cominciavano a morire o il padre o la madre, gli zii e parenti vari e, poverina, doveva portare persino lu maccature 'ncape (fazzoletto in testab_250_0_16777215_01_images_Come_eravamo_tooltip_maccature.jpg) anch'esso nero.