Indice

Aratura del campo
Aratura del campo
Sammarco un tempo vedeva una forte presenza di contadini. Gli altri abitanti e soprattutto gli artigiani avevano molto da ridire su di essi, che venivano chiamati in modo spregiativo cozze.
Vivevano quasi sempre in campagna ed erano, nella quasi totalità, analfabeti, tranne poche eccezioni. Sempre a contatto con la terra e le bestie, conoscevano poco o niente dello sviluppo e del progresso civile che avveniva nella società.
Al contadino, pur essendo un gran lavoratore, che produceva per sé e per la società, nessuno mai perdonò di fare quel mestiere e di condurre quella vita. Quasi un castigo di Dio. Come mai? Scommetto che nessuno al mondo sa spiegarselo e dare una risposta convincente. Il vocabolario Zingarelli così lo definisce: “persona rozza, ignorante, villana, materiale, grossolana...”
In Festa della memoria, libretto scritto dal preside Tommaso Nardella b_250_0_16777215_01_images_almanacco_istruzione_tommaso_nardella.jpg, si legge, riferendosi a don Francesco Potenza, sacerdote e teologo, che

'pe arraggiunà nu cozze, non ce vò natu cozze ma lu cozze de l'accetta' (Per discutere con un contadino non ci vuole un altro contadino, ma la parte opposta dell'accetta).

In ultima analisi, in quella società, poco ci mancava a dire che era un disonore, una vergogna avere tra i piedi un contadino.

Un anziano contadino che, ancora oggi, a dorso d'asino, va e viene 'dallu vosche'
Un anziano contadino che, ancora oggi, a dorso d'asino, va e viene 'dallu vosche'
Eppure questa nostra società civile e progredita nasce dalle radici ben piantate e ben consolidate dei lavoratori della terra. Non sono passati mica molti decenni da quando il nostro Paese è uscito da una condizione prevalentemente agricola. Nel nostro piccolo, a Sammarco, tutti hanno avuto modo di dileggiare, prendere in giro i contadini. Però il contadino per vivere onestamente lavorava e lavorava sodo producendo per sé e per gli altri, compresi quanti ridevano di lui.
Il contadino, zappando, portava sempre con sé la sderrazza: un piccolo attrezzo, che, molto spesso, durante la giornata di lavoro, gli occorreva per pulire la zappa dalla terra che si incrostava. Era un piccolo arnese, di cui non poteva fare a meno. Era un semplice triangolino di lamiera di cinque, sei centimetri di lato con un manico di una ventina di centimetri che il fabbro ferraio, dopo aver fatto arroventare ben bene, attorcigliava su se stesso tanto da farlo diventare la metà; all'estremità terminava con un occhiello che serviva ad appenderlo ad un uncinetto di filo di ferro che il contadino portava sempre infilato nella cinghia dei pantaloni dalla parte posteriore dell'anca.
La zappa
La zappa
Il contadino, di tanto in tanto, smetteva di zappare, si drizzava la schiena, prendeva la sderrazza e puliva la zappa dalla terra che lavorando si raccoglieva agli angoli. Con questa breve operazione l'operaio si riposava anche per pochi secondi, mentre passava ripetutamente il piccolo attrezzo sulla superficie della zappa che rimaneva pulita e luccicava al sole, almeno fino a quando non si incrostava un'altra volta.
Il contadino viveva continuamente in campagna e non conosceva né feste né riposo. Iniziava a lavorare la mattina molto presto e smetteva la sera molto tardi, con il buio. A volte, quando c'era la luna piena, lavorava di zappa anche di notte perché la majesa (il maggese) fosse pronta a tempo debito. Questo lavoro era uno dei più faticosi, scomodi e portatore di malattie reumatiche. L'uomo zappando si immergeva nella terra umida per ore e ore, con il bel tempo e con la pioggia, senza soste, da mane a sera. Dopo una giornata di molte ore di duro lavoro, si preparava la cena consistente in un panecotte. Tutto qui. La stessa cosa faceva la mattina. Non esisteva colazione, pranzo e cena, con primo, secondo e frutta. Il contadino di allora, come del resto gli altri lavoratori, non aveva la preoccupazione di eccedere in fatto di calorie e proteine. Non aveva problemi di pressione o di colesterolo. Il diabete non si sapeva neppure cosa fosse. Ma, allora ci si potrebbe chiedere se quel lavoratore viveva in buona salute e molto più a lungo.
Piatto di verdura
Piatto di verdura
La risposta è che il contadino non viveva a lungo. L'uomo conduceva una vita fatta di lavoro duro e continuo che svolgeva con un'alimentazione povera. La vita media dei nostri contadini, quindi, era più o meno di cinquant'anni.
La maggior parte dei contadini lavorava la terra non di sua proprietà. Erano affittuari e pagavano il terraggio a fine raccolto. Se il raccolto era buono, nel senso che permetteva di far fronte agli impegni assunti, tutto bene, altrimenti ci rimetteva l'osso del collo. Il padrone della gesina (appezzamento di terra) lo costringeva a pagare in tutti i modi, anche sequestrandogli le bestie, la casa ed altro. Non per niente i grandi proprietari terrieri sono padroni di molte casupole b_250_0_16777215_01_images_Come_eravamo_tooltip_casalotte.jpg dei quartieri popolari di Sammarco, come lu Casalotte, li Murgette, ecc. Proprio per evitare questa eventualità il contadino lavorava anche di notte: non voleva fare brutta figura davanti ai paesani e al padrone. La preoccupazione era assillante e non gli dava pace. Se allevava qualche animale b_250_0_16777215_01_images_Come_eravamo_tooltip_animali-domestici.jpg, come pecore, galline, maiali, lo faceva unicamente allo scopo di integrare il magro reddito che riusciva a realizzare nell'arco dell'anno lavorativo. Le poche pecore gli servivano per la lana che si otteneva. La lana grezza veniva cardata, filata e fatta tessere a tela per poi ricavarci camicie, mutande, calze per l'inverno, ecc.
Le uova che producevano le galline erano destinate al mercato come pure la verdura che portava in paese ogni mattina, quando ce n'era. A primavera le chiocce facevano nidiate di pulcini e nell'aia e tutt'intorno non si sentiva che il pigolio di decine e decine di pulcini dai mille colori, sempre in cerca di chicchi da mangiare. Molti di questi pulcini venivano venduti a chi intendeva allevarli. Altri, invece, venivano cresciuti, soprattutto se galli, perché si trovassero col peso ideale per essere venduti a Ferragosto. Il contadino li allevava, li cresceva e difficilmente ne mangiava qualcuno. Quanto ai pochi maiali b_250_0_16777215_01_images_Come_eravamo_tooltip_agricoltura-05.jpg che allevava, in autunno sceglieva chi più si prestava ad essere ingrassato e dopo averlo fatto sanà (castrare), lo metteva all'ingrasso, perché a Natale arrivasse col peso giusto per essere macellato e venduto per mettere da parte qualche soldo per la famiglia.
Ovviamente non tutti i contadini si trovavano nelle stesse condizioni economiche. C'erano certamente delle diversità sia per la composizione familiare sia per la comodità e fertilità della terra. In certe famiglie, per esempio, c'erano molti uomini, il padre e tre, quattro figli maschi e, quindi, c'era una forza lavoro capace di portare avanti un'azienda agricola di una certa consistenza. Questo permetteva alla famiglia di avere un tenore di vita leggermente superiore agli altri contadini. Inoltre se bastavano solo alcune persone a "tirare avanti la gesina", gli altri andavano a lavorare alle dipendenze di terzi, a fare la majesa dai proprietari della zona oppure a zappare nelle vigne di San Severo dove si lavorava di meno e si guadagnava di più. In primavera tutti andavano a sciuppà fave (estirpare le fave) e in questo periodo guadagnavano quel tanto per poter affrontare con una certa tranquillità le spese per la successiva campagna della mietitura.
Il nostro contadino iniziava i lavori dell'aratura per la semina del grano agli inizi di settembre (a seconda della zona).
Vecchio aratro
Vecchio aratro
Molti usavano ancora l'aratro a chiodob_250_0_16777215_01_images_Come_eravamo_tooltip_aratro-a-chiodo.jpg (tumunnella) e, per arare un ettaro di terra, impiegavano più tempo che con l'aratro normale. Per seminare il grano, la terra andava preparata, cioè a dire remenata, assucciata (spianata) e coperta, finché era possibile, di fumere (concime organico) e solo dopo avveniva la semina a mano. Dopo di ciò si praticava la spenatura (il contadino ricavava una sorta di erpice con delle spine che legava dietro la bestia e sulle quali metteva delle pietre perché quando si passava sul seminato facesse più pressione). Il grano prima di essere sparso sulla terra andava annettate (pulito) dai semi impuri, perché, diceva il contadino, l'erba è figlia della terra e cresce forte, il grano, invece, gli è figliastro e se non viene pulito cresce debole.
Finita la semina iniziavano i lavori del maggese e qui, per la maggior parte, si usava la zappa e mettere a coltura diversi ettari voleva dire lavorare sodo mesi interi, di giorno e per molte ore della notte.