Il gesuita Antonio Vieira - nato nel 1608 e morto nel 1697
Il gesuita Antonio Vieira - nato nel 1608 e morto nel 1697
Non c'è forse in tutta la letteratura cattolica, oratoria e no, un uomo che abbia parlato con tanta spregiudicata sincerità, con tanto, quasi sfidante e arrogante, coraggio, agli uomini politici - Re, Ministri di Stato, Segretari e Sottosegretari Generali e Ammiragli, Magistrati e Governatori - come Antonio Vieira, portoghese, gesuita, missionario, diplomatico, stratega, consigliere e predicatore di Corte.
Nessuno come lui ha sferzato così violentemente la molteplicità degli incarichi, le remore della burocrazia, la peste dei favoritismi; nessuno ha ironizzato più spietatamente su la carta bollata, su illustri incompetenti dei loro dicasteri, su le votazioni fatte da ignari della materia su cui decidere. Contro gli statali che corrono alle cariche attraverso raccomandazioni e bustarelle; contro i Ministri di Stato che rubano, ha delle pagine di sarcasmo atroce; ma in lui, rimproveri, ironie, sarcasmi vogliono ricondurre all'onestà politica: tutto fluisce, nella sua smagliante parola, da un inestinguibile amor di pa­tria. Tra la sua vasta produzione oratoria - quindici volumi nella edizione Lello & Irmao di Porto, del 1951, - abbiamo scelto, per ora, quattro discorsi tenuti alla Corte di Lisbona o alla presenza della Corte: e li offriamo in omaggio ai parlamentari italiani, soprattutto democristiani.
I parlamentari democristiani non devono prendersela per questa offerta; né pensare che vi sia racchiuso, nell'omaggio, un tacito rimprovero a manchevolezze reali; ma il solo allarme per negligenze possibili, è già suffi­ciente perché la lettura di questo libro, purtroppo privo della voce viva dell'autore, sia desiderata da chiunque col nome cristiano sente la responsabilità dell'impegno politico, il terrore dello scandalo, e la necessità di illuminare sempre più la coscienza.
D'altra parte, chi se ne offendesse, avrebbe poca stima di sé, e chi teme di perdere, per questo, la stima pubblica, non la merita; e col nostro predicatore aggiungiamo:

'Se a qualcuno sembra che io sia stato troppo audace nel dire ciò che sarebbe stato meglio tacere, io rispondo con Sant'Ilario: Quae loqui non audemus, silere non possumus. Ciò che non possiamo tacere, se vogliamo avere la coscienza tranquilla, dobbiamo dirlo, anche se troviamo ripugnanza.

Il Conte Joseph de Maistre
Il Conte Joseph de Maistre
E vi innesta subito una similitudine molto pertinente: 'I medici dei Re devono prescrivere a questi ciò che è necessario per la loro vita e salute con maggiore libertà di quella usata con i pazienti curati negli ospedali. Negli individui si cura l'individuo; nel Re si cura lo Stato' (p. 127). I deputati sono un pò i re moderni: ne partecipano l'autorità, li sostituiscono, e, se il popolo è sovrano, li rappresentano.
I parlamentari cristiani, e quelli che non si fregiano del nome cristiano, o per rispettarlo, o per timore, o per non umiliarlo, apprenderanno da questi discorsi, che essi rovinano la patria tanto quanto la loro azione sarà opposta all'insegnamento di Cristo; e nella esatta misura e proporzione con cui allontanano dalla cosa pubblica il più autentico lievito cristiano, essi minano le basi stesse dello Stato, preparandone la rivoluzione o la tirannia: due precipizi in cui cade ogni nazione, per decreto divino, quando il cristianesimo non la sostenta nello scheletro costituzionale e non le da il respiro della sua libertà. I Farisei, dice il nostro Oratore, 'chiamavano segni i miracoli di Cristo, e benché conoscessero il numero dei miracoli, si ingannarono nel numero dei segni: i mira­coli erano molti, ma i segni erano due soli: il seguire Cristo era segno di conservazione dello Stato; il non seguirlo, segno di rovina' (p. 35).
Tutta la predicazione politica del Vieira sembra girare su due cardini: parla ai Principi e ai Re, agli alti funzionari dello Stato e ai potenti, per ricordare loro che non devono mai abusare della loro autorità; parla ai sudditi irrequieti e aspiranti a cariche alte, e agli umili, per tenerli nella pazienza e calma cristiana. Dannoso l'abuso dell'autorità, più dannoso l'agitazione e la sollevazione del popolo. E' il pensiero di De Maistre.

'La provvidenza - dice - predica sempre un discorso in due punti: essa dice ai grandi di evitare gli abusi di autorità, perché tali abusi sollevano le rivoluzioni; e dice ai piccoli di evitare le rivoluzioni, perché esse non fanno spesso che sostenere degli abusi, per altri lati, più gravi'.

Ma il Vieira aggiunge a questa filosofia naturale, le gemme della rivelazione: egli vuole che l'uomo di Go­verno sia un santo, o almeno tenda ad esserlo, o almeno faccia un tal conto delle leggi di Dio da perdere ogni carica, pur di non trasgredirla. Dice:

'Il Re, - e in una repubblica i Re sono tanti quanti partecipano attivamen­te al Governo, - il Re che valutasse il peccato, sia pure veniale, come un male minore della rovina del mondo, non è un Re Cristiano: 'quid prodest homini, si mundum universum lucretur, animae vero suae detrimentum patiatur'. Che cosa mai varrà a qualsiasi uomo essere signore del mondo, se perde la sua anima? Si perda il mondo, ma non si corra il rischio di perdere l'anima; si perda la corona e lo scettro, ma non si metta in pericolo il regno celeste.
Ma il Re, che non vuole porre in pericolo il regno ce­leste non si sottoporrà a compromessi per mantenere il regno terreno, sicuramente; per merito di questa deci­sione, di questo valore, di questa verità, di questo bene inteso spirito cristiano, assieme al regno celeste conser­verà a sé il regno terreno: perché Dio, che è il supremo Signore del cielo e della terra, rafforzerà il regno terreno con la forza della sua grazia; nella vita futura lo eternerà nel regno celeste, con la eternità della gloria: 'Quaerite primum regnum Dei et haec omnia adijcientur vobis': cercate anzitutto il regno di Dio e tutto il resto vi sarà dato in soprappiù.

Interno della libreria Lello & Irmao a Porto in Portogallo.
Interno della libreria Lello & Irmao a Porto in Portogallo.
E' facile vedere in questa semplice massima la nor­ma indiscussa che guidò al successo la vita politica di O' Connell, Windthorst, De Gasperi.
La vita di Antonio Vieira fu straordinariamente avventurosa. Nato a Lisbona il 6 febbraio 1609, appena fanciullo passò l'oceano e, scampato a un naufragio, a Bahia, nel Brasile, nel 1623 entrò, quattordicenne, tra i gesuiti. Appena sacerdote, nel 1635, sbalordì per la sua eloquenza. Ritornato a Lisbona nel 1641, dal Re Giovanni IV è nominato precettore dell'infante Don Pedro, predicatore di Corte, membro del Consiglio Reale. A lui si deve il rifiorire del commercio col Brasile, la fondazione di una banca nazionale, e l'organizzazione di una compagnia commerciale brasiliana. Ebbe missioni diplomatiche in Francia, Olanda, Inghilterra e Roma, ove predicò in italiano, con tale successo che ebbe tra gli uditori il popolo più povero,la nobiltà più illustre e, tra la folla, fino a diciannove Cardinali.
Nel 1652 ritornò in Brasile, nelle Missioni del Maranao, dove lavorò instancabilmente per nove anni, tranne un rapido ritorno con naufragio, a Lisbona, per perorare la causa degli Indios. Come missionario antischiavista e fondatore di 'riduzioni', compì ventidue viaggi su gli interminabili fiumi brasiliani, percorse a piedi undicimila miglia, conquistò al cristianesimo tribù feroci e ostili. In una sollevazione di Indios, tra le foreste, contro coloni portoghesi, crudeli e oppressori, in numero di centomila, mostrò l'efficacia della sua parola nell'idioma indigeno: li ammansì fino al pianto, con la narrazione della passione di Cristo. Il suo più celebre discorso contro la schiavitù degli Indios, detto nella cattedrale di San Luiz, nel Maranao, nella prima domenica di quaresima del 1653, fu pubblicato recentemente, per la prima volta in italiano, nel volume Prediche Celebri, dall'editrice Nuova Accademia di Milano. Ma alla morte di Giovanni IV suo protettore, fu costretto dai coloni schiavisti a ritornare a Lisbona, confinato a Oporto e condannato a domicilio coatto dal tribunale dell'Inquisizione per certi suoi scritti esagerati sul prossimo millennio di trionfo del Portogallo, che doveva seguire alla risurrezione di Giovanni IV.
Statua di Gonçalo Anes Bandarra a Trancoso
Statua di Gonçalo Anes Bandarra a Trancoso
In questi scritti divulgava con troppa credulità false profezie di Goncalo Annes Bandarra. Liberato dopo alcuni mesi, passò di nuovo a Roma nel 1669, e predicando alla Corte Pontificia combatté i metodi dell'Inquisizione portoghese. Tornò a Lisbona nel 1675 munito di un Breve di Clemente X che lo esentava da quella Inquisizione. Varca di nuovo l'oceano e ritorna in Brasile nel 1681; vi atten­de a pubblicare i suoi sermoni, e dopo aver ricoperto la carica di Visitatore generale dell'Ordine, vi muore tra un immenso compianto il 18 luglio 1697.
La sua eloquenza è tra le più prodigiose di tutte le letterature: scrittore forbitissimo, di straordinaria immaginazione, pittoresco, predilige l'arte disinteressata, con una abilità dialettica estrema, intuizioni musicali verbali piene di fascino, e ricerca continua della simmetria. Considerato il maggiore esponente della prosa classica portoghese, le sue prediche bandiscono qualsiasi gongorismo formale, e risaltano per l'unità organica della trattazione, sempre su di un unico argomento, dimostrato con le Scritture, la ragione, la storia, le scienze più varie
Luis de Góngora y Argote in un ritratto di Diego Velázquez.
Luis de Góngora y Argote in un ritratto di Diego Velázquez.
Oratore nato, ancora giovanissimo sfidava a presentargli un qualsiasi argomento e subito ne intrecciava un discorso con storie, detti famosi, racconti e ragioni tanto pertinenti, che unite a un umorismo brillantissimo, a una vivacità di eloquio sorprendente e a una mimica efficacissima, trascinava al riso incontenibile, meravigliando per la improvvisazione geniale e feconda.
La sua teoria sull'eloquenza sacra è contenuta nel Discorso di Sessagesima, predicato nella Cappella Reale l’anno 1655. Questo eloquente trattato di oratoria, sottile e violento contro tutte le forme deteriori che devastavano il pulpito, è stato pubblicato, col titolo Predica ai Predicatori, dalla Segreteria della Missione di Milano, nel 1957. Quasi sconosciuto in Italia, il Vieira merita l'attenzione degli studiosi e dei letterati. Questi quattro discorsi agli uomini politici, oltre che un omaggio a un autore tanto grande e ignorato, saranno anche un sapiente ammaestramento del come si possa e anzi si debba predicare di politica, come sia dovere del sacerdote illuminare, dirigere, formare le coscienze dei politici, attingendo all'inesauribile fonte della rivelazione e della teologia.
Armando Guidetti S. J.