Eremi di Stignano - 1. Parte introduttiva - Storia (di A. Grana e T. Argod)
Documentario sugli Eremi della valle di Stignano, in collaborazione con Ludovico Centola e Gabriele Tardio.

Il convento di Stignano in una illustrazione di Mario Menduni
Il convento di Stignano in una illustrazione di Mario Menduni
Se a Monte con la grotta dell'Angelo il terribile luogo ci indica la porta del cielo, la valle di Stignano, con la sua vaga bellezza, ci dona la più umana e gentile porta di ingresso al Gargano. Così devono aver pensato gli abitatori dell'età più remota se il dio bifronte Giano, custode delle porte, ebbe qui culto e diffusa denominazione. Lo attesterebbe infatti il torrente che percorre la valle e affluisce nel Candelaro e che porta ancor oggi il nome di Iana. Né ci sembra forzata la corrente opinione etimologica, quando in fatto di toponomia, si riferisce sempre allo stesso dio: lancuglia, nel profilarsi dell'amena valle, ritenuta culla di Giano, Rignano, (Ara Iani), Celano (Caelum Iani) e così Stignano (Ostium Iani), porta del Dio indicatore della pace e della guerra. Adagiata com'è la chiesa di Stignano col suo convento sulle pendici di una collina solatia, e protetta alle spalle dai venti boreali, dove appena la valle accenna a restringersi, fa pensare a una nave che abbia trovato finalmente un rifugio tranquillo dai venti del tempo e dai tumulti della pianura. L'immagine insiste persuasiva a chi volga l'occhio verso ponente, dove cioè il golfo della valle, divenendo sempre più ampio, sfocia nel Tavoliere e l'orizzonte ha per limite la cerulea barriera dell'Appennino. E la bella facciata color frumento giallo rosso, assumendo il colore della terra sanguigna, ha trovato qui una verde salute. Ma ciò non poteva avvenire che in età più gentile e sicura, quando cioè ogni predone della storia antica e medioevale non più campeggiava, con minaccia eversiva, donde l'origine piuttosto recente di questo grazioso tempio.
L'eremo di Sant'Onofrio
L'eremo di Sant'Onofrio
Ma l'invito alla meditazione, alla perfezione spirituale, al sacro, e quindi al culto deve essere stato connaturale alla valle come sempre presente genius loci: amore di santo e di bello in lieta serenità.
Una facile dimostrazione potrebbero offrire i numerosi oratori disseminati sui declivi e sulle vette delle colline che menano da Stignano a Castelpagano: S. Agostinob_250_0_16777215_01_images_soccio-nardella_tooltips_santagostino.jpg, S. Stefano, S. Onofrio, La Pietà, Il Salvatore, L'Annunziata, e, più noto fra tutti, anche per l'imponenza dei ruderi, La Trinitàb_250_0_16777215_01_images_soccio-nardella_tooltips_eremo-trinita.jpg.
Una prima spiegazione, storicamente fondata, del sorgere di tanti oratori, cappelleb_250_0_16777215_01_images_soccio-nardella_tooltips_Cappelluccia.jpg ed eremi, ci può essere fornita dalla considerazione che essi erano sparsi lungo la via sacra longobardica che menava al santuario dell'Arcangelo. Era giusto che molti e pii romei, dopo aver attraversato la pianura assolata e affrontato le prime salite del monte, facessero colà sosta e trovassero il primo asilo e conforto.
La via sacra passava nei pressi di tali eremi, rasentandone il più importante, S. Agostino, mentre è da tener presente che il più eccentrico, in alto e in bel sito, La Trinità, dà l'impressione di un luogo di vedetta.
Una veduta della Valle di Stignano e del Tavoliere dall'eremo della Trinità.
Una veduta della Valle di Stignano e del Tavoliere dall'eremo della Trinità.
Va anche ricordato che la individuazione si affida tradizionalmente ai contadini e ai pastori della zona e che purtroppo, scomparendo col tempo anche questi ultimi lavoratori in loco, cadrà una polvere definitiva sulla memoria della toponomia. Ma se dobbiamo attribuire ai vari sacelli un'origine più remota, non sarebbe vano opinare che, col sorgere della nuova religione e col diffondersi del monachesimo, i cristiani, ansiosi di perfezione spirituale e di sicurezza, nel decadere turbinoso dell'impero romano al tempo delle invasioni barbariche, opportunamente scegliessero quei luoghi sacri alla fede e alla bellezza della natura. E poiché non è anche vano concepire il Gargano come un'isola protesa nel mare, a mezza via tra occidente e oriente, dove influssi greci, più propriamente orientali, bizantini e romani si incontrano, il primo monachesimo garganico doveva essere un misto di attività e di contemplazione: qualcosa della Tebaide in cui già spira l'alacre vento del messaggio benedettino in difesa della feconda attività del mondo occidentale romano e cattolico, com'è indubbiamente attestato dalla presenza di numerose e gloriose abbazie garganiche. Si deve infatti ai benedettini, dopo la fine dell'impero d'occidente, la presenza di elementi di civiltà resistenti all'influsso bizantino e anche alla rinascita del futuro Honor Montis S. Angeli.
I ruderi dell'eremo della Trinità - Da Soccio-Nardella.
I ruderi dell'eremo della Trinità - Da Soccio-Nardella.
Ora di quegli oratori non rimangono che relitti irrilevanti: qualche grossa pietra tombale, macine di mulino, pezzi di torchio, di frantoi, utensili semifossilizzati, riferibili ad epoche varie e qualche avanzo di muro non sai se di cella o di cappella. Pertanto va anche aggiunto che, passando dal positivo al possibile, irresistibile affiora un'ipotesi da non scartare senza verifica. Si è accennato alla permanente presenza toponomastica di Giano nella valle e al relativo culto. Almeno qualcuno dei suddetti eremi per l'imponenza dei relitti, fa pensare a un centro abitato anche se di relativa importanza e certamente anteriore a qualsiasi insediamento monastico. 'Pagi' o villaggi pagani riportabili ad epoche indefinibili ma che l'antichissima Ergitium, sul Candelaro, nei pressi dell'attuale torre di Brancia, proprio allo sbocco della valle, può rappresentare un segno indicativo o una spia nel seguire un itinerario di non trascurabile interesse (Nota 1). Tuttavia un'indagine accurata e, vorremmo dire, originariamente penetrante nel tempo, potrebbe suggerire una più antica commistione di religione cristiana e pagana, cioè di quella religione tipica del pagus che ibridamente permetteva di adorare, a un tempo, gli antichi dei pagani e gli angeli cristiani: ad esempio, Calcante e S. Michele.
Convento di Stignano - Illustrazione di Mario Menduni.
Convento di Stignano - Illustrazione di Mario Menduni.
Vi è in merito, ormai, tutta una letteratura sia sull'ibridismo di tale culto, sia sull'originaria, ora lenta ora rapida trasformazione ed evoluzione dal vecchio al nuovo con relativi riti ed oggetti (alberi, pietre, pozzi, caverne, graffiti, dipinti, stele, statue e simulacri) di varia e costante venerazione. Attenendoci ai luoghi garganici, il primitivo culto pagano per l'indovino Calcante che si trasforma, evolve, indirizza e polarizza in quello cristiano dell'Arcangelo Michele, rappresenta per gli studiosi un esempio tipico. A nostro avviso diciamo che è doppiamente tipico: metamorfico e toponomastico. La nascita di un culto cioè è in rapporto anche al luogo: siti aspri e terribili sollecitano la presenza di divinità guerriere e arcangeli giustizieri; luoghi ameni suscitano la venerazione per dei di pace e di serenità, per santi miti e di eccelsa pietà, o per la grazia gentile di una Vergine. Eloquente ci sembra questo passo del Lenormant: "Uno specchio etrusco a graffito raffigura Calcante non come l'indovino della guerra di Troia, ma come il semidio fatidico che le popolazioni italiche andavano ad interrogare sul Gargano: ha in mano il fegato della vittima immolata, dove legge l'avvenire; barbuto, con la capigliatura irta e due grandi ali, il suo aspetto è terribile, e così doveva essere rappresentato nella grotta dove aveva il suo oracolo"; spontanea quindi l'osservazione del Lenormant: "non c'è voluto molto per fare un S. Michele, ministro delle collere divine" (Nota 2).
Ai tumultuanti avvenimenti della pianura dauna, percorsa dagli eserciti di Pirro e di Anni-bale, da Frentani, da Sanniti e da Romani, l'ampio sinus della valle di Stignano doveva invocare dai suoi abitanti il volto pacifico di Giano; dopo, in tempi più raccolti e intimi, illuminati dalla luce del messaggio cristiano, il pio cultore di questa valle scorgeva fra mandorli in fiore o nella piena mignolatura degli ulivi figure di santi eremiti, e infine su querce robuste il miracoloso volto della regina degli angeli.