Pasquale Soccio nel 1967
Pasquale Soccio nel 1967
Pasquale Soccio è stato uno dei più grandi intellettuali e scrittori del Novecento in Capitanata. La sua copiosa produzione letteraria e pubblicistica è, per molti versi, ancora tutta da scoprire e da inquadrare nelle sue giuste dimensioni, che vanno sicuramente oltre i confini pugliesi e meridionali.
Nelle preziose annate de Il nuovo Risveglio di Gaetano Matrella, fondatore e direttore del qualificato periodico, ho ritrovato un delizioso racconto di Soccio. È stato pubblicato in due parti, la prima delle quali uscì nel numero in edicola del 12 febbraio 1987. L'assalto della canicola (di cui Soccio fornisce una memorabile, per non dire epica, descrizione) spinge i professori componenti la commissione d'esame presieduta dallo scrittore a cercare frescura nelle colline dei Monti Dauni (che Soccio definisce, sic et simpliciter, Appennino).  Qui il professore incontra dei notabili dell'epoca, con cui avvia una serena discussione sulle classi sociali.
Il racconto è intitolato, non senza una certa dose di ironia, Classi sociali a temperatura ambiente. Buona lettura.
Fonte: letteremeridiane.blogspot.it

Pasquale Soccio alla inaugurazione della Biblioteca del convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis
Pasquale Soccio alla inaugurazione della Biblioteca del convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis
Quando di luglio eruttano le fornaci del Sahara. e un vento d'Africa varca il mare e l'Appennino, e si rovescia indomito sulla prona terra dauna, allora dì pure che l'inferno è certo. E non è forse il Tavoliere, nell'eguale ardenza del solleone, che con le sue stoppie brucianti e con l'acre odore ti prende alla gola e soffoca i polmoni, l'immagine fedele di quel deserto che lo raggiunge col suo respiro impetuoso e impietoso?
Quel vento indiscreto si infila nelle vesti e ti fruga l'anima nelle latebre più recondite; e tu soffri a grembo aperto quel soffio disumano. Egualmente un subbuglio mostruoso solleva alberi, foglie, tegole; si insinua fra vie e vicoli; esplode il suo cachinno sulle piazze; si infila nei tombini e nelle arterie delle fogne, per zampillare madido di fetore di ogni umana lordura.
È il rabido libeccio che con la sua volontà di ferro ti abbatte e ti desola; e tu inerme ti riscopri automa senza più forza di pensiero: disfatti i sensi e naufrago lo spirito. Tenti una tavola di salvezza che ti guidi verso la fresca castità dei monti.
Rimane un esile filo di speranza; una decisione si impone. Mi accorgo che anche il mio corpo esplode con una improvvisa efflorescenza simile al fuoco dell'erpete. È, non è? e cosi tutto spinge a una disperata fuga.
Giungevano voci di incendi dai boschi circonvicini. Per certi fumi e schioppettii intorno, anche la città sembrava votata alla combustione. Pareva di stare al sommo di un rogo in attesa di una inevitabile accensione.
Si respirava a bocca aperta, anelanti come cani trafelati dopo una lunga corsa. Uscendo per strade e piazze, si paventava un colpo di sole o un semplice, ma feroce calore. Alcuni erano atterriti da un improvviso colpo ferale: il fulmine di un infarto.
Si sperava allora in un antidoto meteorico o, meglio, in un rimedio omeopatico.
Si invocava un radicale refrigerio, affidati a un inferno diverso, alla violenza tonitruante e grandinosa di un implacabile temporale: acqua e fuoco, elementi che tengono l'uomo in precaria e pascaliana condizione, in un duello apocalittico, inferno contro inferno.
Liquefatti dal sudore, fu allora, nell'afa palpabile di un'aula di esami, che si decise, unanimi, l'evasione: beneficiando così di trasferire in una sezione montana la commissione da me presieduta per la settimana degli orali.
Si partì di buon mattino, ma il mostro canicolare era pure esso mattutino. Con barbagli di luce nera, la strada fluiva per il bitume sciolto dal sole. Ma la promessa speranza del fresco dava già fresca la nostra ansia.
Di lontano un centro abitato ci salutò con un suo primo richiamo di selva anche nel gentile nome antico: llliceto. Passando accanto al convento, la "consolazione" ci venne da Sant'Alfonso che col suo inno natalizio prometteva di far scendere dalle stelle anche un po’ di fresco.
E finalmente salimmo alla "Acqua divina", dono di una benefica dea, ma la storica fontana, memore di battaglie aragonesi, gemeva anch'essa,  piscettando un flebile ed esile nastrino d'argento.
Giunti però al colmo della collina, il paese stagnava in una luce spettrale: una sorta di illuminazione al neon che trasfigurava i rari passati in taciti fantasmi. E nel piccolo bar solo qualche voce dissepolta dal caldo e dalla noia. A pochi passi vi era il vecchio grosso centro distrutto dal terremoto nel luglio del 1930: due Pompei accanto, una distrutta dal sisma e l'altra trafitta dal solleone che non risparmia nemmeno questo paese dell'Appennino.
Baraccati nell'aula degli esami in un edificio improvvisato a istituto scolastico, delusivo era anche il fresco sospirato.
Il desiderio ripiegava, nelle ore di sosta, verso antiche abitazioni private di persone amiche. Il pensiero correva con ansia e fiducia alla casa di due magistrati dai nomi illustri: Visconti, Maulucci. Andando, come promessa sicura, cercavo di ricordarmi alcuni versi di un gentile poeta dialettale meritatamente entusiasta del suo “natio borgo”, letti in una pubblicazione donatami:

Si bbell' p' stu verd' ch' tu tin'
ch' sap’ d'erva fresca e dd' fien'.
E ssi bbell’ p' sti ccas' toi vecchj'
p' cchist' strad’ andich' e catapecchj.
 

Ma la casa del primo di questi due amici era tuttaltro che vecchia. Sorta dall'emergenza del terremoto, nella sua comoda e moderna razionalità, aveva una duplice freschezza: la lieta accoglienza congiunta alla saggezza affettuosa di lui e alla sapienza alchimistica della moglie in cucina. E ben diversa da una "catapecchia" la turrita e centrale, anche se "antica", dell'altro amico magistrato: una fortezza-difesa anche dal caldo.
Per rampe interne ed esterne, fu un gioioso arrampicarci verso il piano supremo. Col raggiunto equilibrio termico, finalmente si ragionava. Nell'attesa, si conversava nella sala conviviale e dalla stanza accanto, ricca di memorie alle pareti e sui mobili antichi, un letto prometteva sonno e frescura. Sognavo già tra quelle morbide piume di scendere agevolmente nei primi decenni del secolo incontro alla Belle Epoque.
Ma, caro Leopardi, sotto quel “patrio tetto” non “sonavan” più le “voci alterne, e le tranquille opre de‘ servi”. E, ancora, in quelle “sale antiche”, tra quelle “ampie finestre” non più “rimbombavano i sollazzi e le festose  voci” del buon tempo di una volta, tramontate per sempre le “vaghe stelle dell'0rsa”.
Nel silenzio del luogo, in attesa del pranzo, l'amabile ospite cominciò a recitare una sua melopea, gravida di ricordi e di rimpianti: festivi giorni sepolti e desolazioni incolmabili.

”Abbiamo ora noi due, qui, soli un’immagine dei nuovi tempi"

egli cantilenava con la sua voce profonda di baritono,

"Non una persona di servizio in aiuto”.

La consorte [dal bel nome biblico] era altrove per impegno.

"Mia nuora, pur in stato interessante, si dibatte in cucina, per farci egualmente onore con una buona tavola, mentre chi I‘aiuta, improvvisato cameriere, è mio figlio". ”servi, i servi: cos'è questa brutta detestata parola e più detestata funzione sociale? Non servi ma persone di famiglia erano quelli nostri di allora, in casa e in campagna”.

”Famigli, dunque - aggiunsi -, anzi famoli, servi nati in casa, direbbe Vico”.
Di sicura e professata sensibilità sociale, i suoi mirabili occhi mi fissarono incantati e interrogativi. Aggiunsi che Orazio, come usava il costume romano, permetteva al suo schiavo Davo piena libertà di parola in determinati giorni festivi; e, ancor meglio, Seneca, scrivendo al suo Lucilio, cristianamente gli faceva osservare che quegli schiavi che lo servivano in casa e fuori avevano un'anima e un cuore come lui.
I servi vanno trattati umanamente. Invece di umiliarli, sarebbe assai meglio ammetterli alla nostra dimestichezza: così Seneca al suo Lucilio:

“Con piacere ho saputo da coloro che qui vengono da parte tua che tu vivi in buona familiarità coi tuoi servi. Ciò s’addice al tuo senno e alla tua educazione. Sono schiavi. Anzi sono uomini. Sono schiavi. Anzi dormono sotto il tuo tetto. Sono schiavi. Anzi umili amici. Sono schiavi. Anzi compagni di schiavitù quando tu consideri che la fortuna sugli uni e sugli altri ha lo stesso potere. Pertanto mi rido di quei cotali che stimano indecoroso cenare col proprio servo.
Non abbiamo in loro dei nemici; ma siamo noi che li rendiamo tali. Vuoi tu considerare che costui, che tu chiami tuo servo, è nato dallo stesso seme, gode dello stesso cielo, respira. vive e muore allo stesso modo di te?
Tanto tu puoi vedere lui il libero, quanto egli può veder te servo.  Vivi con chi è inferiore a te così come vorresti che teco vivesse chi ti è superiore. Vivi col tuo servo da uomo clemente, anche da uomo affabile, e ammettilo alla tua conversazione, al tuo consiglio, alla tua dimestichezza.
Non volete neppure considerare fino a quel punto i nostri maggiori abbiano tolto ai padroni ogni sorta di ostilità e ogni ombra di umiliazione ai servi? Hanno chiamato il padrone padre di famiglia.
Permisero loro di sostenere cariche in casa, di tenere ragione, e fecero della casa una piccola repubblica.
Non li giudicherò dai loro mestieri, ma dalla loro condotta. La condotta ognuno la dà da sé, i mestieri li consegna la sorte. Taluni cenino con te perché ne sono degni, altri affinché si rendano tali".

Il suo incanto attentissimo proruppe in un sospiro di liberazione:

"Rimpianto e nostalgia di un mondo scomodo ma bello, mentre comodo e desolato è questo tempo tecnologico, sia pure con i suoi fornelli elettrici, frigoriferi e aria condizionata, senza parlare di radio e televisori che gracchiano e rendono più squallida la solitudine, ponendo un'intercapedine tra gli stessi familiari, nelle interminabili ore di ascolto e di video, nel vano di un sala.
Altro tempo e altri ascoltatori e altri commensali in dolci conversari senza pensare all'urgenza delle ore.
Sì, in quel tempo famigli e familiari eravamo tutta una cosa; e con essi, la vasta rete degli amici che si mobilitava nei giorni tristi e festivi".

(E qui la mente corre al ricordo di un’altra opportuna lettura: a "un forte desiderio di epoche passate").

“Era dunque possibile, allora, immaginare un gruppo di persone che conduceva un’esistenza così invidiabile, invidiabile per l'intensità dei sentimenti che le tenevano unite, invidiabile per lo spazio che tali sentimenti avevano nel mondo che le circondava e per l'armonia che regnava tra loro. Oggi, una simile armonia è impossibile immaginarla. Ci sembra che, se fossimo nati allora, avremmo amato la vita, mentre oggi non la amiamo affatto.
Soprattutto vorremmo avere, con balie, servitori e giardinieri e contadini, quel tipo di rapporto che era in uso allora, fermamente installato nella sensazione, oggi completamente scomparsa dalla terra, che il comandarli ed esserne obbediti era cosa ovvia, legittima e naturale”.

Pur notando l’inesorabilità di un ritorno,

“la nostra stupida, intontita fantasia" oggi "non vi trova nessun luogo dove star bene, non vi trova un angolo dove sedersi, e le sembra che là, nello altro secolo, aveva tutto quello che non ha qui, aria, silenzio, spazio e riposo”.

Questa forma di vita defunta ora

"noi la detestiamo. Detestandola, ci accorgiamo però di detestare una parte essenziale di noi stessi, e cioè noi stessi. Così ci abituiamo a pensarla come un paradiso perduto, un tempo benedetto in cui tutto era più alto e più civile; e una simile sensazione, che il bene fosse nell'epoca trascorsa e il male nel presente.
La nostra fantasia però non è stata buona a crescere, e sempre è l’altro secolo il luogo dove le sembra che sarebbe stata pienamente felice" (Natalia Ginzburg, Quel desiderio dell'altro secolo, “Corriere della Sera”, 12 giugno 1977).

Allora, una tranquilla pace in un tempo disteso e una solida sicurezza di vivere erano dunque, garantite dalle "tranquille opere de’ servi" leopardiani).

“Pensate” - continuava la sua malinconica melopea - “non avevamo frigoriferi ma c’era la solerzia puntuale dei nostri domestici. Questa casa ha una profondità scavata nel sottosuolo appena inferiore a quanto emerge dal piano terra: una vera catacomba con scale e scalette, andirivieni e cantina con botti colme di vini pregiati di nostra produzione e con la canonica temperatura ambiente”.

Il sospiro di attenzione e di sollievo questa volta fu mio, ma egli con aria di trionfo incalzò:

"Ma se c’era differenza di temperatura nei vari piani, non c’era differenza di classe sociale tra noi, persone di casa, se non in una sola cosa: nella bevuta dello stesso vino ma in tempi diversi. Ecco: dopo ogni portata i nostri famigli salivano sollecitamente dal fondo della cantina e ci servivano del vino appena spillato, fresco e adatto alla pietanza dovuta. Alla seconda portata si ripeteva la stessa scena, col frettoloso risalire dal fondo di giovani gitanti con un altro vino sempre appena spillato, mentre quello che rimaneva o avanzava a tavola, già servito dopo la prima pietanza, esposto al calore della stagione e della sala, passava, ma bevuto con eguale piacere, ai nostri improvvisati camerieri; alacremente divertiti anche loro da questo giuoco e dallo scendere e salire tante volte per le stesse scale”.

“Senonché” - gli osservai scherzosamente - “a ben pensarci, pure in un così esemplare livellamento sociale nei cordiali e intimi rapporti domestici e familiari, in questa casa resisteva tuttavia una differenza di classe riscontrabile nel grado di freschezza del vino bevuto. Cosicché con l'arsione di questo luglio di fuoco, il termometro doveva segnare salti verticali nella temperatura ambiente del vino a danno delle classi inferiori”.

“Ma no!” - ribatté con fermezza - “Mi ascolti; devo ribadire che queste inezie, almeno allora, ai nostri familiari e famigli non passavano “manche p' a capa”. Tutto era accettato con ovvietà e naturalezza; anzi, con partecipazione consapevole, cooperavano zelanti per onorare degnamente gli invitati; e dopo, tutti in coro avevano un sospiro  di soddisfazione per la riuscita di una festa in famiglia alla quale tutti avevano collaborato. Non nel grado millimetrato di freschezza, ma nella qualità dall’ottimo vino da tutti bevuto, va cercato il comune denominatore democratico; termine quest'ultimo inusuale per quel tempo, ma ben sostituito da quello più estesamente senechiano e comprensivo di umano”.
“Deve considerare anzitutto” - evocava la melopea, proseguendo con accenti memori e accorati – “che in quel tempo una gioia, ancor più, un dolore toccava tutte le porte. Si conviveva in tal modo che tutti eravamo per tutti, spartendoci sonno e veglia; pane e vino; fuoco e gelo; sudore, lacrime e lunghi conviti rallegrati da canti e risate omeriche; lutti e feste comandate dal calendario e dagli onomastici e dai compleanni.
Un anno, era di giugno e ci recammo in campagna. Per le avversità atmosferiche, il raccolto non prometteva nulla di buono: scarsa la messe abbattuta dalle intemperie; i campi ora bruciati dal sole, ora distrutti da un cielo violento dopo i temporali. Sulla aia ci venne incontro il fattore. Sembrava un fantasma, con una faccia da funerale e in mano un grosso fazzoletto per asciugarsi le lacrime. Deplorava e lamentava che il lavoro di un anno era distrutto in una settimana: mai ingratitudine più nera in tanti anni e mai lavoro condotto con tanto amore.
Toccò a me consolarlo e dirgli che comunque il danno era mio e lui tuttavia non avrebbe sofferto giammai le conseguenze. di tanta desolazione. Ma egli invece:

"Come! Questa è una creatura nostra che è andata a male, l'abbiamo curata assiduamente e ci è sfuggita dalle mani. È la bellezza di tanto lavoro che ci ho messo e speravo di consegnartela prospera e abbondante per tutti. È così che considero nostra questa terra e desideravo come unico compenso una grande soddisfazione”.

Ed ecco il risvolto a conferma di un reciproco attaccamento non basato sulla venalità. Alcuni mesi dopo in piena notte il fattore ci venne a svegliare: la moglie era moribonda in preda a chissà quale diavoleria. Ci mobilitammo tutti moglie, figli e io, in prima fila con più macchine a disposizione. Chiamammo d'urgenza l’autoambulanza. Partimmo per il capoluogo tutti per disporre le cose all’arrivo dell’ammalato. Bombardammo inesorabilmente di telefonate gli amici che, nonostante l'ora, ci vennero sollecitamente in aiuto. Il caso era grave ma quella tempestiva mobilitazione valse a qualche cosa: la cara donna fu salva. E questo è il bello: il signor fattore voleva pagare tutte le spese sopportate in quella notte e dopo, poiché mia moglie e i miei figli furono accanto all’inferma per tutta la lunga degenza. Altri tempi, altri valentuomini, altri onestuomini: ora, una persona, in due ore di servizio esige calcolare anche il tempo impiegato dalla propria alla nostra casa; e certe volte la distanza usura quaranta - cinquanta minuti sulle due ore”.

Nella graziosa sala da pranzo cadde un silenzio che ci tenne pensosi per molti, interminabili minuti. Non sapevamo più che dirci: superstiti nostalgici di un cimitero di ricordi. Si invocava la presenza di qualche altro ospite. Venne infatti il comune amico che mi aveva promesso di accompagnarmi nel capoluogo verso sera, sperando nella clemenza del caldo. Ci attaccammo a lui come naufraghi a una tavola, scaricando la tensione in discorsi su cose ovvie e banali.
E finalmente il pranzo, l'ottimo pranzo fragrante di cose del buon tempo antico; e "il buon aroma si diffondeva intorno", confortante e invitante.
Coi due giovani sposi a tavola eravamo in cinque. Ma c’era un sesto convitato, non di pietra ma vivo e fremente nel grembo materno, pronto come dardo lanciato oltre il duemila. Mi dicevo:

"Beato lui che non avrà memorie, né rimpianti e non andrà alla ricerca del tempo perduto".

Mi dissi a voce alta rivolto all'amico ospite:

“Che rammarico, caro giudice, che ora non ci sono né i molti invitati di una volta, né i molti servi di quel tempo! Ed è un vero peccato perché ora ci sarebbe stato non la cantina ma un frigorifero eguagliatore perfetto anche di ogni minima differenza sociale“.

Ma l'adorabile mio ospite era fermo a una riva remota: i grandi occhi malinconici erano rivolti non a temperatura ambiente, ma a temperie d’affetti e d'ambienti sepolti per sempre.
Pasquale Soccio