Limes n. 2/1994
Federico Rampini, Paura dei ‘barbari’ e difficoltà ad essere italiani
L’immigrazione in Italia è ancora relativamente modesta, anche se destinata a crescere. Perché resistono le percezioni negative verso gli extracomunitari. La reazione xenofoba di molti nostri concittadini rivela i limiti dell’identità nazionale.

- Cosa aspettiamo, così riuniti sulla piazza?
- Stanno per arrivare i Barbari oggi.
- Perché un tale marasma al Senato? Perché i Senatori restano senza legiferare?
- È che i Barbari arrivano oggi. Che leggi voterebbero i Senatori? Quando verranno, i Barbari faranno la legge.
- Perché il nostro imperatore, levatosi sin dall’aurora, siede su un baldacchino alle porte della città, solenne e con la corona in testa?
- È che i Barbari arrivano oggi. L’imperatore si appresta a ricevere il loro capo. Egli ha perfino fatto preparare una pergamena che gli concede appellazioni onorifiche e titoli.(...)
- Perché i nostri abili retori non perorano con la loro consueta eloquenza?
- È che i Barbari arrivano oggi. Loro non apprezzano né le belle frasi né i lunghi discorsi.
- E perché, all’improvviso, questa inquietudine e questo sconvolgimento? Come sono divenuti gravi i volti! Perché le strade e le piazze si svuotano così in fretta e perché rientrano tutti a casa con un’aria così triste?
- È che è scesa la notte e i Barbari non arrivano. E della gente è venuta dalle frontiere dicendo che non ci sono affatto Barbari...
- E ora che sarà di noi senza Barbari? Loro erano comunque una soluzione.
Costantino Kavafis, 1908

Di qua dal Mediterraneo ci siamo noi. Di là, ci sono Loro. Noi siamo la quinta potenza industriale del mondo, con un livello di consumi e di risparmi che ci classifica senz’ombra di dubbio nella schiera dei paesi ricchi. Abbiamo un costo del lavoro ormai nordeuropeo, che nei settori a più alta intensità di manodopera ci rende meno competitivi di Loro.
Noi siamo anche il paese con il minor tasso di fecondità del mondo. Presto la nostra popolazione comincerà a diminuire. Loro, al contrario, continuano ad avere un’elevata natalità e una crescita demografica robusta. Noi, che oggi siamo afflitti dalla disoccupazione di massa, nello spazio di qualche decennio patiremo le conseguenze della penuria di manodopera. Loro continueranno a sfornare giovani disoccupati anche quando noi saremo diventati una nazione di pensionati.
Se il Mediterraneo fosse uno spazio economico integrato, aperto alla libera circolazione di merci, capitali e persone, i flussi di traffico sarebbero molto più alti di quelli che vediamo oggi. Noi e loro ci scambieremmo molti più prodotti, specializzandoci ciascuno laddove abbiamo vantaggi competitivi. Noi investiremmo maggiori Capitali in casa loro, delocalizzando produzioni a Sud più di quanto stiamo già facendo. E allo stesso tempo le nostre frontiere sarebbero più aperte ai loro lavoratori, così come lo erano le frontiere tedesche, francesi o belghe agli emigranti italiani degli anni Cinquanta.
Il Mediterraneo non è uno spazio economico integrato. Perché lo diventi (e perché il protezionismo dei ricchi sia privato di giustificazioni) mancano alcune importanti condizioni politiche ed economiche: la democratizzazione dei regimi nordafricani e una loro compiuta conversione all’economia di mercato.
Quando questo accadrà, non è facile prevederlo (comunque, sarebbe assurdo escluderlo dagli scenari del futuro prossimo). Ma in ogni caso, fin d’ora le barriere non sono a tenuta stagna. Non lo sono mai state, e lo saranno sempre meno. A maggior ragione tra le rive del mare nostrum.
In particolare, per quel che riguarda le popolazioni, gli squilibri tra le tendenze demografiche al Nord e al Sud sono formidabili. Impedire i movimenti di assestamento, tra le aree dalla natalità galoppante e quelle in piena crisi di senescenza, è davvero irrealistico. Neppure i regimi totalitari sono mai riusciti a chiudere veramente le frontiere. E del resto, come vedremo, bloccare l’immigrazione non è affatto auspicabile.
Che ci piaccia o no, dunque, dobbiamo prepararci a che l’Italia nei prossimi decenni sia meta di un numero crescente di immigrati provenienti dall’Africa settentrionale islamica.
A giudicare dai segnali di insofferenza collettiva, e dagli episodi di xenofobia violenta che si moltiplicano, la società italiana ha già cominciato a reagire a questa ineluttabile prospettiva, nonostante che la quota percentuale di extracomunitari presenti sul nostro territorio sia ancora molto bassa rispetto ad altri paesi europei. Peraltro, ai primi segnali febbrili di un eccesso di autodifesa da parte della società civile, si contrappone la scellerata imprevidenza dello Stato italiano, privo di una politica di lungo termine per l’immigrazione (a parte brevi momenti di ipereccitazione e attivismo allarmistico, come l’ormai leggendaria mobilitazione contro l’«invasione degli albanesi»). Uno Stato incapace non solo di pensare l’immigrazione, ma perfino di vedere gli immigrati.
L’immigrazione, un problema geopolitico
L’immigrazione è un fenomeno che solleva problemi tipicamente geopolitici. Eccone alcuni:
1) I flussi migratori costringono molti paesi di destinazione a ridefinire i concetti di nazionalità e cittadinanza. A precisare se e come lo ‘straniero’ può diventare ‘nazionale’, qualora lo desideri (e nel caso contrario, quali siano i suoi diritti e obblighi nel paese di residenza). Questi temi, come dimostrano i casi della Germania e della Francia, sollevano controversie politiche di grande importanza sull’identità nazionale, le sue fondamenta storiche, culturali, giuridiche.
Problemi tanto più forti quando gli stranieri appartengono a un mondo dall’identità religiosa e culturale diversa e molto forte, come l’islam.
2) La capacità di governare l’ingresso degli immigrati dà la misura di quanto uno Stato sia davvero padrone delle sue frontiere. Il fenomeno dell’immigrazione clandestina crea insicurezza nelle opinioni pubbliche nazionali, tra l’altro, perché mette a nudo l’impotenza di un paese nel controllare i propri confini.
3) Flussi migratori prolungati nel tempo costituiscono nel paese d’arrivo delle comunità straniere permanenti, il cui peso politico può diventare significativo. (Come dimostra la storia, recente e meno recente, degli Stati Uniti.) Si possono costituire così dei gruppi d’interesse e delle lobby etniche, che eventualmente peseranno sulla politica estera dello Stato ospite nei confronti delle nazioni d’origine degli immigrati.
4) Gli immigrati mandano a casa delle rimesse, la cui utilità economica spesso è vitale per il paese d’origine. Talvolta, oltre la seconda generazione, gli immigrati diventano imprenditori, commercianti, finanzieri che reinvestono nella loro madrepatria e arricchiscono in proporzione consistente il tessuto di relazioni geoeconomiche tra il paese in cui risiedono e quello da cui provengono.
5) Le migrazioni hanno un ruolo determinante per disegnare la geografia della popolazione mondiale. Per i paesi industrializzati, afflitti dal calo della natalità e dall’invecchiamento demografico, l’importazione di un sovrappiù di abitanti tramite l’immigrazione può essere - a certe condizioni - una risposta al declino della popolazione e ai numerosi problemi che essa comporta.
Dove l’Italia dà i numeri
In fatto d’immigrazione, il primo guaio dell’Italia è che dà proprio i numeri. Mentre in tanti altri campi la precisione della nostra contabilità nazionale ha fatto progressi negli ultimi anni (si pensi alla questione del prodotto nazionale ‘sommerso’), la presenza di stranieri sul nostro territorio viene ancora trattata con statistiche-zombie, la cui variabilità ha del farsesco.
Nel dicembre 1993, il dipartimento Affari sociali della presidenza del Consiglio ha diffuso la sua rilevazione del numero di cittadini extracomunitari presenti in Italia nell’agosto di quell’anno: 837.779 (di cui circa 50 mila arrivati nello stesso 1993), pari all’1,6 per cento di tutta la popolazione residente.
Tuttavia, nello stesso dicembre 1993 l’Istat ha pubblicato una sua stima, più elevata di quella del ministero competente, sul numero di extracomunitari presenti in Italia ben quattro anni prima, cioè nel 1989: 963 mila unità. Questa cifra si avvicina di più all’ultima elaborata dalla Caritas su dati del ministero dell’Interno (ma per il 1992), che è di 925 mila stranieri (sempre esclusi i cittadini provenienti da paesi dell’Unione europea). Infine, lo stesso Istat quattro anni prima, in occasione della conferenza nazionale sull’immigrazione, aveva indicato un dato globale pari a un milione e 144 mila presenze, di cui 580 mila irregolari!
Certo è difficile immaginare una qualsivoglia politica sull’immigrazione, in un paese così manifestamente incapace di valutare la dimensione del fenomeno. Ma qualunque sia la cifra che si vuole estrarre a caso da questa Babele statistica, e anche a voler scegliere la più alta di tutte, la presenza di extracomunitari in percentuale sulla popolazione residente in Italia resta comunque molto inferiore alla media europea. Per fare un paragone su statistiche omogenee occorre rivolgersi all’Ocse (Trends in International Migration, 1992) e accontentarsi di dati 1990: sta di fatto che in quell’anno gli immigrati rappresentavano l’1,4% della popolazione italiana contro il 6,4% per la Francia, l’8,2% per la Germania, il 9,1% per il Belgio e il 16,3% per la Svizzera.
Ancora bassa, dunque, ma rapidamente crescente. Sempre sulla base degli stessi dati Ocse, risulta che nel decennio 1980-’90 l’Italia ha registrato un aumento degli stranieri del 180%, contro un incremento del 14% in Germania e addirittura una lieve diminuzione in Francia.
Per quanto riguarda poi le aree geografiche di provenienza dell’immigrazione, non c’è dubbio sull’importanza della componente islamica nell’immigrazione in Italia. Tra i paesi d’origine degli extracomunitari figurano al primo posto il Marocco, al secondo la Tunisia, al quinto il Senegal, al sesto l’Egitto, all’undicesimo posto l’Iran. Esaminando i dati delle questure sulla composizione per nazionalità, non sembra azzardato formulare l’ipotesi che i cittadini di paesi a religione islamica rappresentino ormai circa il 50% degli extracomunitari. Il che non è davvero poco, per un paese come il nostro dove operano strutture della Chiesa che hanno sempre cercato di agevolare piuttosto l’immigrazione da paesi cattolici (Filippine, Polonia).
Welcome, willkommen, bienvenus, marhaba!
Forze potenti sono all’opera per far sì che l’immigrazione in Italia - e al suo interno la componente islamica - continui ad aumentare nei prossimi anni.
Sono le forze impersonali dell’economia di mercato, che agiscono attraverso i meccanismi di offerta e domanda sul mercato del lavoro. Ma queste forze sono figlie anche dei cicli di vita delle popolazioni, che scandiscono l’ingrossarsi o il rimpicciolirsi delle generazioni. E infine, su questi movimenti si innesta l’influenza di valori politici e morali, di legami affettivi, di solidarietà fra clan e di filiere clandestine. Nulla crea immigrazione più della stessa immigrazione. La comunità straniera insediatasi in un paese mantiene vivi i legami con le sue origini, non solo mandando a casa rimesse, ma incentivando e organizzando alacremente nuovi arrivi di concittadini.
Alcuni meccanismi d’incremento delle comunità straniere hanno una forza d’inerzia irresistibile: i valori democratici e umanitari impongono all’Italia, come a tutti gli Stati occidentali, di rispettare il diritto al ricongiungimento dei familiari, e questo già di per sé basta a far lievitare di anno in anno il numero di extracomunitari. Dal lato della domanda, naturalmente, la molla più potente che spinge all’arrivo di nuovi immigrati è il bisogno di forza-lavoro per settori e mansioni che la manodopera italiana rifiuta in maniera sempre più sistematica. Qui l’esperienza di altri paesi industrializzati più avanzati del nostro ci insegna l’importanza dell’effetto-status sociale, e traccia la strada della futura evoluzione italiana: per quanto alto sia il tasso di disoccupazione nazionale, per quanto lunga sia la sua durata, è assai difficile che la popolazione autoctona torni a occupare posti che ha abbandonato perché ritenuti troppo degradanti e umilianti. L’evoluzione economica e sociale, mentre continua a eliminare attraverso l’automazione (e la delocalizzazione) alcuni tipi di posti di lavoro a bassissima qualificazione, continua ad accrescere la domanda per altre attività poco prestigiose e poco remunerate (si pensi al lavoro domestico), sempre più riservate agli extracomunitari. Il comportamento demografico della nostra società non può che accentuare questa tendenza. Quel che accadrà alla dimensione della popolazione - e alla sua distribuzione per classi di età - nei prossimi decenni amplificherà i movimenti migratori, accentuando gli scompensi sia dal lato della nostra domanda di forza-lavoro, sia dal lato dell’offerta di manodopera da parte dei paesi islamici che si affacciano sul Mediterraneo.
L’Italia vanta da alcuni anni il record mondiale della denatalità. Con un tasso di fecondità (numero medio di figli per donna) pari a 1,26 nel 1992, il nostro paese è il meno prolifico di tutto il pianeta. Nel lungo termine, il tasso di fecondità necessario a stabilizzare la popolazione sulla crescita zero è circa il 2,1.
L’Italia sta dunque per entrare in una fase di crescita demografica negativa, o spopolamento. Il numero degli abitanti, che nel 1992 era di 57,8 milioni, nel 2025 in base alle proiezioni Onu sarà diminuito a 56,2 milioni, e in seguito (a meno di improvvisi cambiamenti del comportamento riproduttivo, di cui non si avverte alcun sintomo finora) la diminuzione andrà accelerandosi.
Ben diverse sono le tendenze demografiche nei paesi islamici a noi vicini. L’Africa settentrionale e l’Asia sudoccidentale hanno avuto nel periodo 1985-’90 un tasso di fecondità medio di cinque figli per donna.
Nel 1992, l’Italia aveva solo quattro milioni di abitanti in meno dell’Iran. Nello stesso anno avevamo tre milioni di abitanti in più dell’Egitto, e assai più del doppio della popolazione algerina e marocchina sommate assieme. Nel 2025 l’Iran avrà quasi il triplo dei nostri abitanti (145 milioni), l’Egitto quasi il doppio (94 milioni), Algeria e Marocco insieme toccheranno i 100 milioni.
L’Italia, come molti paesi industrializzati, conoscerà in futuro problemi di penuria di manodopera, quando si sarà esaurita la sacca delle generazioni popolose del baby-boom (i nati tra il 1945 e il 1965) e arriveranno sul mercato del lavoro le generazioni magre dell’èra ‘denatalista’. Nel contempo, via via che giungeranno alla fine del lavoro i cinquantenni, quarantenni e trentenni di oggi diventerà impossibile mantenerli in pensione gravando su una schiera di occupati sempre più esigua. A fronte di questo vuoto demografico sulla costa settentrionale del Mediterraneo, si sviluppa una pressione migratoria incontenibile a Sud. Già a brevissima scadenza, mentre in tutti i 12 paesi dell’Unione europea la forza-lavoro aumenterà di un milione e settecentomila individui negli anni Novanta (tenuto conto degli ultimi scampoli di baby-boom che si affacciano sul mercato occupazionale), nei paesi delle coste meridionale e orientale del Mediterraneo questa forza-lavoro crescerà di 22,4 milioni di individui.
Le tendenze migratorie si possono anche contrastare, per esempio decretando che l’immigrazione extracomunitaria non ci piace e quindi è vietata. Che è un po’ quello che stiamo facendo. Col risultato che l’immigrazione continua sotto i nostri occhi, ma è in buona parte clandestina, nessuno la governa, nessuno decide se si possa fare qualcosa per migliorarne le caratteristiche e l’utilità.
Invece, per l’economia l’immigrazione può anche essere una straordinaria panacea. Il caso degli Stati Uniti è esemplare: negli anni Ottanta, il più lungo periodo di crescita del dopoguerra, gli Usa hanno assorbito 8,7 milioni di stranieri, un’ondata di arrivi che ha un solo precedente nella grande decade d’immigrazione del 1900-1910.
Mentre negli anni Sessanta l’immigrazione aveva contribuito solo per l’11% alla crescita demografica americana, negli anni Ottanta questo contributo è salito al 39%.
Attraverso un’attenta programmazione dei flussi d’entrata (controllati col sistema delle quote), gli Usa hanno saputo selezionare gli stranieri, per nazionalità, tipo d’istruzione e categorie socio-professionali, in modo da ricavarne il massimo beneficio per il proprio sviluppo. Il livello di professionalità degli stranieri in entrata è andato gradualmente crescendo e negli anni Ottanta 1,5 milioni di immigrati avevano un titolo di studio da fine-college.
E a dispetto degli stereotipi da popolazione precaria e assistita, gli 11 milioni di stranieri inseriti nel mondo del lavoro Usa guadagnano 240 miliardi di dollari all’anno e ne pagano 90 di tasse, a fronte dei soli 5 miliardi di dollari che ricevono come trasferimenti dal welfare state americano.
In verità anche gli Stati Uniti oggi hanno delle difficoltà legate all’immigrazione. Il flusso dei clandestini è aumentato molto negli ultimi anni, intaccando l’efficacia della politica di programmazione per quote e creando scontento e insicurezza tra i cittadini americani.
L’integrazione delle comunità straniere non funziona sempre come dovrebbe, anche per il dissesto del sistema scolastico americano. (Non si sottolinea mai abbastanza, e questo vale anche per l’Italia, che l’investimento nella scuola è il cardine strategico di una politica positiva dell’immigrazione.) Anche il fatto che abbia preso il sopravvento l’immigrazione dall’Asia e dall’America latina rispetto a quella tradizionale di origine europea, unito alle tendenze etnocentriche di alcune comunità, non agevola una rapida integrazione. Nell’insieme tuttavia il bilancio costi-benefici resta largamente positivo, mentre i problemi più recenti sono legati in larga parte alla recessione, e si attenueranno con la forte ripresa economica già in atto da diversi mesi negli Stati Uniti.
È proprio impossibile immaginare, in Italia e in Europa, una politica attiva dell’immigrazione che si ispiri almeno in parte all’esperienza americana?
Davvero l’unica alternativa è tra assistere passivi agli ingressi clandestini oppure escogitare nuove (ma sempre illusorie) barriere d’ingresso?
Circola una versione aggiornata della dottrina di autarchia demografica che addita ad esempio per i paesi del Mediterraneo l’accordo Nafta tra Stati Uniti, Canada e Messico come una soluzione avanzata e moderna per bloccare l’immigrazione sul nascere, creando posti di lavoro per i potenziali immigrati... a casa loro. Una tesi così ingenua non è stata mai ventilata in America neppure nelle fasi di scontro più acuto tra il fronte pro Nafta e i suoi avversari (dove pure gli accenti demagogici non sono mancati né da una parte né dall’altra). La riduzione delle barriere doganali e tariffarie fra i tre paesi dell’America settentrionale, decisa col Nafta, allargherà senz’altro le possibilità per l’industria messicana di esportare negli Stati Uniti, e aumenterà la convenienza per l’industria americana a delocalizzare in Messico, potendo da lì riesportare in casa propria. Ma come ogni mercato unico il Nafta offre vantaggi per tutti. Anche gli sbocchi per il «made in Usa» cresceranno sugli altri due mercati; con essi gli investimenti domestici dell’industria statunitense e la sua domanda di manodopera, ivi compresa quella straniera.
In parte il Nafta potrà ridurre il bisogno dei messicani di emigrare, ma non certo eliminarlo. E comunque effetti di questo genere si potranno verificare solo nel lungo periodo. Per ora, i movimenti di popolazione da sud a nord, nel continente americano, continuano. E continueranno, finché corrisponderanno a bisogni egualmente sentiti sia nel Sud che nel Nord. Lo stesso vale nei rapporti fra i paesi rivieraschi del Mediterraneo. La creazione di un mercato aperto in quest’area corrisponde senz’altro agli interessi strategici dell’Italia (peraltro, finché i paesi del fianco sud non presenteranno le condizioni politiche ed economiche necessarie, i protezionisti di casa nostra avranno alibi di ferro per ritardare la caduta delle barriere). Un Nafta del Mediterraneo ci offrirebbe nuovi sbocchi di mercato, e nuove opportunità di delocalizzare produzioni a basso costo: come il Sud-Est asiatico per il Giappone e l’Est europeo per la Germania. Da qui a inaridire completamente i flussi migratori, ce ne vuole. Lo slogan ‘più cooperazione, meno immigrazione’ è un inganno, perché accosta dimensioni temporali fra loro non commensurabili.
Anche nell’ipotesi di una totale liberalizzazione del commercio e di un boom di investimenti italiani ed europei nei paesi islamici dell’Africa settentrionale, ci vorranno decenni prima di poter creare in loco tanti posti di lavoro da assorbire l’enorme surplus di manodopera di quei paesi.
Nel frattempo l’immigrazione islamica in Italia continuerà. Le domande vere allora sono: quanta ne vogliamo? Che tipo di immigrati ci servono, con quali caratteristiche etniche e socio-professionali? Per riempire quali bisogni, immediati e futuri, dell’economia e della società italiana? Attraverso quali politiche (a cominciare da scuola, alloggio e orientamento al mercato del lavoro) vogliamo integrarli? Come usare la loro presenza al servizio della nostra politica estera, nelle relazioni economiche con i loro paesi d’origine (ed eventualmente come strumento di pressione nei confronti di questi)? Tutte le reticenze ad affrontare questi interrogativi trincerandosi dietro una particolare difficoltà di integrazione delle comunità islamiche, sono contestabili.
Come hanno ben dimostrato in Francia innumerevoli ricerche storiche, le ‘teorie’ odierne sul carattere irriducibile delle differenze d’identità e di valori culturali, etici e religiosi che separano musulmani e francesi, erano in auge tali e quali negli anni Trenta per spiegare la presunta (allora) impossibilità di integrare gli immigrati italiani (che oggi, giunti alla terza generazione, offrono un esempio da manuale di ascesa sociale in perfetta armonia con il paese ospite).
Certo, tutto questo non supera l’obiezione preliminare: se l’immigrazione extracomunitaria - e in particolare quella islamica - sia tollerabile qui ed ora per la nostra società. Rispondere che abbiamo proporzionalmente solo un quarto o un quinto della presenza di stranieri che c’è in Francia o in Germania significa eludere la questione. Perché di fatto l’Italia emette già segnali di saturazione che non possono essere trascurati.
Nei sondaggi Eurobarometro realizzati in tutti i paesi dell’Unione europea, gli italiani giungono sorprendentemente al primo posto tra i popoli dei Dodici nell’indicare che ci sono troppi immigrati (64% degli intervistati nella primavera 1993).
L’incredibile sfasatura tra percezione e realtà - cioè fra il rifiuto degli extracomunitari espresso dagli italiani, e le scarse dimensioni assolute e relative dell’immigrazione - non si può motivare soltanto con lo shock provocato dal rapido aumento della presenza di stranieri, concentrato nell’arco di pochi anni. Tra l’altro, vale la pena sottolineare che, mentre gli extracomunitari sono bersaglio sempre più frequente di atti di xenofobia nel nostro paese, viceversa la loro ‘minacciosità’ politica finora è limitatissima. In confronto alla Francia o alla Gran Bretagna, per esempio, la penetrazione dell’integralismo o di altri movimenti estremisti in seno alla comunità islamica in Italia è assai ridotta.
Per spiegare l’inspiegabile, cioè la paura dell’immigrazione manifestata dagli italiani, bisogna guardare non a loro, ma a noi stessi. Il problema non è l’integrazione degli extracomunitari, è l’integrazione degli italiani. Se un afflusso ancora così ridotto di stranieri viene già percepito come una minaccia per la nostra identità nazionale, è perché questa è fin troppo fragile per conto suo. Se la gente ha l’impressione che sia pericoloso questo piccolo esercito di sradicati così povero di diritti, è perché gli stessi diritti di cittadinanza degli italiani hanno un contenuto reale assai modesto.
Di fronte a uno Stato così brutto e così nemico, di fronte a un’amministrazione pubblica scassata e pur sprezzante, anche quel poco che gli immigrati possono venire a ‘toglierci’ in termini di servizi e di assistenza può davvero apparire come un furto intollerabile.