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La vite e l’olivo: Sistemi di coltivazione e aspetti produttivi
di Valerio Bernardi
1. Appunti di una storia della viticoltura nell'agro cerignolano

Vendemmiatori al lavoro
Vendemmiatori al lavoro
Nel 1837, in regime borbonico, e quando ancora Cerignola faceva parte di quel sistema agro-pastorale che per secoli era stato dettato dalla Dogana delle pecore di Foggia, il canonico Luigi Conte descrivendo la produzione vinicola del suo paese diceva: "il vino che si raccoglie in Cerignola è in quantità tale, che senza dare avanzo commerciabile di qualche entità, basta al consumo della popolazione".
Sino alla prima metà del XIX secolo, quindi, le testimonianze in nostro possesso attestano che la coltura della vite rivestiva un ruolo secondario rispetto alla pastorizia ed alla cerealicoltura. La situazione cambierà con l' unità del Regno d'Italia e coinciderà con la diffusione nella zona settentrionale della Terra di Bari ed in quella meridionale della Capitanata di un particolare vitigno: l'uva di Troia.
Tale tipo di uva serviva soprattutto a produrre vini da taglio che poi venivano esportati all'estero (per un primo periodo in Francia). Il cambiamento colturale che fece sì che il vigneto divenisse in Puglia la principale coltivazione, a scapito della cerealicoltura, fu determinato soprattutto da una profonda crisi dei prezzi del cereale che non era più conveniente coltivare per grandi estensioni. Anche Cerignola, benché la sua produzione prevalente, come in tutta la Capitanata, fosse rimasta quella cerealicola, pur tuttavia non rimase esente dal cambiamento e il vigneto divenne importantissima coltura soprattutto in due delle più grandi aziende latifondistiche presenti sul territorio agrario del paese: quella del duca de La Rochefoucauld e quella, di maggiore estensione e che è durata sino all'avvento della Riforma Fondiaria, della famiglia Pavoncelli.
1.1. L'azienda La Rochefoucauld
Il duca de La Rochefoucauld era venuto in possesso, tramite un'intricata vicenda dinastica, di 4.745 ettari di terreno nell'agro di Cerignola, divisi in due principali tenute: la prima era denominata Quarto-San Cassianello, e si estendeva da Cerignola in direzione di San Ferdinando; la seconda, Torri-Casalini, e si estendeva verso Canosa. Di questi 4.745 ettari ben 3.100 erano coltivati a vigneti. Le vigne, che si iniziarono a piantare a metà dell'Ottocento, in un primo periodo furono tenute direttamente dall'Amministrazione e poi verso gli anni '70 del XIX secolo furono date in fitto a diversi coloni con un contratto di locazione della durata di 27 anni.

Come dice Georges Millet, direttore generale delle terre di La Rochefoucauld nel 1903, "l'Amministrazione dava le terre in affitto per 27 anni e concedeva oltre un'anticipazione di 300 lire per ettaro, tre annate di franchigia".

Dopo qualche tempo tale sistema fu ritenuto poco produttivo e redditizio, e la crisi viticola del 1887 - con la rottura del patto commerciale con la Francia - aggravò la situazione, tanto che fino al 1892 i fittavoli avevano accumulato debiti con l'Amministrazione per un ammontare di 1.446.000 lire. Fu così che la Casa ducale ritornò a coltivare direttamente le vigne.
Nel 1903, grazie a questo nuovo tipo di gestione, l'azienda era in ripresa e la produzione annua era di circa 155.000 quintali.
Poiché era pochissima l'uva smerciata direttamente durante la vendemmia, l'azienda provvide a munirsi anche di cantine per la vinificazione, puntando ad una produzione di vini di qualità soprattutto per il mercato estero. La rimanenza del vino non smerciato ogni anno veniva convogliata verso una distilleria che produceva un eccellente cognac.
Se nel 1903 l'attività era in ripresa, grazie all'apertura di nuovi sbocchi commerciali, alla parziale sconfitta della fillossera - con l'innesto delle viti americane - ed alla conduzione diretta più verticistica, con l'avvento del primo conflitto mondiale scoppiò una nuova profonda crisi che portò alla graduale estinzione e frammentazione dell'azienda, di cui non si ha più alcuna menzione nel secondo dopoguerra.
1.2. I Pavoncelli ed il loro contributo alle vicende agrarie del Mezzogiorno

Vendemmiatori al lavoro
Vendemmiatori al lavoro
L'azienda Pavoncelli si formò in pochi anni grazie ad un tipico fenomeno delle classi borghesi che investivano capitali nelle proprietà terriere. Il primo ad iniziare l'acquisto di terre fu Federico Pavoncelli che approfittò delle vendite terriere del demanio pubblico, dell'affrancamento delle terre ecclesiastiche e della vendita di terreni da parte dei proprietari - piccoli e medi - in crisi. L'azienda però ebbe il suo maggiore sviluppo sotto la conduzione del figlio Giuseppe, dagli anni '70 dell'Ottocento ai primi anni del Novecento. Giuseppe Pavoncelli concentrò in sé le qualifiche di agricoltore capitalista, di uomo politico e banchiere, divenendo così una delle figure più note del Mezzogiorno d'Italia.
Lasciando per un attimo le sue qualità di politico e di banchiere, ci soffermeremo sulle vicende della sua azienda, in particolare di quella parte coltivata a vigneto. Nei primi anni del Novecento l'azienda, divisa in diversi territori e masserie, si estendeva per 8.500 ettari circa, di cui 2.500 coltivati a vigneto, superficie quest'ultima, che, probabilmente, nel periodo 1870-1890 doveva essere maggiore, dato che nel periodo di cui si possiedono i dati la produzione viticola in generale era in diminuzione.
I 2.500 ettari erano soprattutto coltivati con il vitigno dell'uva di Troia e per un periodo che va dal 1870 al 1904 gran parte del terreno vitato era condotto da fittavoli che avevano con i Pavoncelli un contratto a miglioria.

Per capire come funzionasse tale tipo di contratto è bene attingere direttamente dalle fonti: "questo contratto ha per condizione principale il pagamento al colono di una somma per cavare buche (per questo lavoro si sono spese in alcune epoche sino a Lire 1.200 per ettaro) e per le coltivazioni successive fino a quando la vite non dia prodotto; avuto il quale il colono paga alla sua volta un fitto annuale, variabile da L. 120 a L. 180 per ettaro con il godimento della vigna fino al 29. anno".

Oltre a ciò, per ogni fittavolo c'era l'obbligo di conferire l'uva agli stabilimenti vinicoli dell'azienda" così si rendeva loro impossibile la vendita diretta del raccolto. L'azienda Pavoncelli, infatti, possedeva numerose cantine e stabilimenti vinicoli, uno dei quali era capace di contenere fino a 45.000 ettolitri di vino Il vino, nella maggior parte, era venduto in botti costruite all'interno della stessa azienda, ma ce n'era anche una parte che veniva imbottigliato, pure questo in maniera diretta.
Nel primo dopoguerra la crisi della viticoltura si accrebbe ulteriormente e il Fascismo, tra l'altro, favorì una ricerealizzazione delle terre coltivate.
Queste circostanze portarono ad una crisi ancora maggiore dell' azienda, che cessò di essere una delle più grandi del Mezzogiorno d'Italia e che durante la Riforma Fondiaria scomparve del tutto.
1.3. La situazione odierna
Come si è già detto, con la Riforma Fondiaria nell'agro cerignolano sparis;cono le grandi aziende latifondistiche che avevano dominato la scena agraria del Paese per oltre un secolo, e la proprietà terriera subisce una grande frammentazione, Infatti, basta guardare i dati del primo censimento delle aziende agricole effettuato dall'ISTAT nel 1961, per rendersi conto della realtà di questa situazione.
Nella regione agraria che comprendeva, oltre Cerignola, Stornara, Stornarella, Ortanova e Carapelle, esistevano ben 12.158 aziende per una superficie coltivata di 72.588,44 ettari; di queste ben 10.673 erano a conduzione diretta. Dai dati ISTAT si ricava anche che le aziende con prevalente coltivazione a vigneto sono comprese in una fascia medio-piccola, fra i 4 e i 7,50 ettari. Dunque nel 1961 appare capovolto l'andamento della prima metà del secolo, in cui le grandi aziende si erano proposte come produttrici di vino.
La situazione della coltivazione della vite e della frammentazione della proprietà non cambia negli anni '70, che vedono Cerignola essere il Comune della Capitanata con più superficie coltivata a vite (13.032 ettari su un totale di oltre 50.000 ettari di superficie coltivata).
Alcune novità, però di difficile lettura, si possono invece rilevare dal censimento del 1982 che sembra mostrare una inversione di tendenza in due sensi: a) una minore superficie coltivata in generale; b) una maggiore concentrazione della proprietà.
Riguardo alla superficie vitata va notata una sua diminuzione (in percentuale rispetto alla superficie generale) ed una sua riconversione verso una maggiore produzione di uva da tavola.
* Maria Carmela Schisani, Dizionario Biografico degli Italiani, Vol. 81, 2014 Giuseppe Pavoncelli. Nacque a Cerignola (Foggia), il 24 agosto 1836, primogenito dei due figli di Federico, mercante granista e possidente, e di Antonia Traversi.

Giuseppe Pavoncelli
Giuseppe Pavoncelli
Il padre Federico, figlio di un argentiere di Foggia, si era trasferito a Cerignola nel 1830 sposando Antonia figlia di Giuseppe Traversi, mercante di grano operante presso la grande ditta De Martino. Associato dal suocero al suo commercio, costruì la propria fortuna partendo da un capitale minimo e segnando la svolta nei propri affari con l’aggiudicazione del contratto di fornitura di grano agli eserciti anglo-francesi durante la guerra di Crimea. Spregiudicato speculatore, Federico seppe trasformare i proventi del commercio in mezzo di credito e, convertendo i propri clienti in debitori, a molti di essi sottrasse in modo graduale le terre.
Giuseppe studiò al Regio Collegio di Maddaloni, in provincia di Caserta, e - insieme con il fratello Gaetano - si interessò precocemente all’attività paterna, viaggiando molto in Europa e approfondendo la propria formazione (anche con la pratica in alcune case bancarie) tra Francia, Belgio e Inghilterra. A venti anni era già un esperto negoziante di grano e, dando prova di lungimiranza e capacità d’innovazione, fin dal 1854 riservò trenta ettari locati a contadini, alla viticoltura, destinata a divenire la chiave di volta del suo successo imprenditoriale.
Giovanissimo, nel 1857, sposò a Napoli la sua conterranea Maria Teresa Cannone - figlia di Nicola, possidente del Tavoliere, commerciante granista e noto speculatore in derrate - dalla quale ebbe tre figli Federico (1858), Nicola (1860) e Gaetano.
Il ruolo determinante di Giuseppe negli affari familiari è attestato dalla creazione della società in nome collettivo per il commercio dei cereali Federico e Giuseppe Pavoncelli padre e figlio, il 1° giugno 1860, appena tre mesi prima che Giuseppe Garibaldi entrasse a Napoli, accolto festosamente da molti notabili, fra i quali lo stesso Giuseppe che vedeva nel processo unitario il percorso più adeguato a garantire libertà alla proprietà, alla produzione e al commercio.
L’Unità, con il successivo affrancamento del Tavoliere delle Puglie (l. 25 febbraio 1865 n. 2168), accelerò i meccanismi di accaparramento e di usurpazione delle terre da parte dei grandi proprietari, favorendo l’allargamento della proprietà terriera di Pavoncelli e spostando, in tal modo, l’asse di appartenenza cetuale verso quello del grande possidente e produttore, pur con intatta vocazione mercantile. Il processo di acquisizione delle terre fu progressivo e pressoché continuativo, soprattutto dalla metà degli anni Settanta dell’Ottocento quando la crisi cerealicola, secondando l’espansione del credito usurario, rese più facili le espropriazioni e gli acquisti di terreno a buon mercato. Allorché infatti i mercati europei furono invasi dai grani russi e americani, Pavoncelli convertì la sua attività investendo il capitale accumulato nell’acquisto di terre e trasformando massicciamente le proprie coltivazioni in vigneti.
Una lapide a ricordo di Giuseppe Pavoncelli
Una lapide a ricordo di Giuseppe Pavoncelli
A partire dai primi anni Cinquanta iniziò a formare una proprietà terriera che, al 1887, era arrivata a contare circa 12.000 ettari, con varie masserie e vigneti per circa 2190 ettari, coltivati con il sistema latino (ceppi bassi, isolati e allineati) e con un modello di conduzione misto, in parte alle dirette dipendenze dell’amministrazione e in parte in locazione con i contratti ‘a miglioria’.
Nei primi decenni postunitari, ma più marcatamente dagli anni della crisi cerealicola fino alla ‘guerra commerciale’ con la Francia (1887), nelle campagne pugliesi, e specie nel Tavoliere, si era avviato un processo di trasformazione e specializzazione delle colture e di sviluppo capitalistico dell’agricoltura portato avanti da grandi aziende familiari. Al tradizionale latifondista si sostituì una figura imprenditoriale più articolata: un proprietario impegnato in attività commerciali, finanziarie, industriali, e spesso titolare di importanti cariche politiche. Di tale trasformazione, uomini come Pavoncelli ed Eugenio Maury di Morancez (suo conterraneo), furono interpreti tra i più significativi.
Nel 1874 entrò alla Camera dei deputati sedendo nei banchi della Destra: liberale di vecchio stampo, fu deputato fino alla morte (1910), con una sola interruzione nella XIII legislatura (1876-1880). Chiamato alla sfida della congiuntura agraria negativa, si fece subito sostenitore di una radicale trasformazione dell’agricoltura meridionale, propugnando l’abbandono della coltura di cereali - dimostratasi ormai “per le civiltà inferiori” (Cioffi, 1988, p. 3) - a favore di forme di produzione agricola in grado di consentire l’accumulo di nuovi capitali attraverso la commercializzazione, come i vigneti.
In Italia, la perdurante crisi aveva riacceso il tradizionale dibattito tra liberisti e protezionisti e acuito lo scontro tra i rappresentanti dei diversi interessi economici e regionali sulla proposta di una nuova legge doganale. Fino alla svolta protezionista del 1887, ciò portò a una trasformazione della partecipazione politica dei gruppi di interesse agrari, tradizionalmente identificata con un nuovo patto politico-sociale tra industriali del Nord e produttori granari del Sud. In tale contesto, i nuovi imprenditori agricoli delle zone convertite a coltivazione arborea e interessati all’esportazione mantennero salde le proprie posizioni antiprotezioniste: tra questi, Pavoncelli, Antonino di San Giuliano, Domenico Sciacca della Scala e così via.
La tenace opposizione di Pavoncelli alla svolta protezionista del 1887 e il suo operato coerente furono sottolineati da Vilfredo Pareto che, nell’argomentare l’inutilità dell’aumento del dazio sul frumento e della «recrudescenza della protezione doganale» per la soluzione della crisi agraria, scriveva: “Ben l’intese il Pavoncelli, uomo pratico quanti altri mai, che dopo aver fatto molti quattrini col grano, a tempo trasformò le sue colture e produsse vino invece di grano, ricavandone nuovi ingenti benefizi” (1987, p. 239).
Parallelamente all’ascesa sociale e politica, negli anni Settanta e Ottanta, Pavoncelli consolidò da un lato il proprio patrimonio immobiliare, dall’altro l’impegno finanziario e bancario.
A Napoli, dove risiedeva a Palazzo San Teodoro alla Riviera di Chiaia, acquisì possedimenti molto estesi sulla collina di Posillipo tra cui la prestigiosa casa del duca di Frisja, futura residenza estiva di famiglia (Villa Pavoncelli), e - con il fratello Gaetano e il figlio Gaetano - tra il 1875 e il primo decennio del Novecento avviò nella zona importanti interventi edilizi.
In campo finanziario e bancario ebbe partecipazioni e ruoli rilevanti in società produttive e bancarie del Mezzogiorno, o direttamente o attraverso la citata ditta Federico e Giuseppe Pavoncelli, spesso rappresentata dal fratello Gaetano.
Agli inizi degli anni Ottanta, la società subì importanti trasformazioni: sciolta nel 1882, fu rifondata nel 1885, con la medesima ragione sociale, da Giuseppe con il fratello Gaetano e due dei tre figli, Federico e Nicola, cui si unì il terzo figlio, Gaetano, nel 1906. La nuova ditta ebbe a oggetto sociale il commercio di grani, vini, oli, e altro: Giuseppe ne uscì nel 1908 e la società si sciolse il 1 dicembre 1916.
Altre partecipazioni ebbe nella impresa molitoria Bodmer & C. all’atto della fondazione nel 1883, e, sempre nello stesso anno – contestualmente alla sua nomina a consigliere provinciale per il collegio di Torre Annunziata - nella Banca commerciale di Torre Annunziata. Ancora nel 1883 entrò nella neocostituita Banca popolare di Napoli di cui divenne arbitro e pochi anni dopo rivestì la carica di consigliere di amministrazione della Società di Credito Meridionale; dal 1885 fu nella Société anonyme du chemin de fer funiculaire du Vesuve (nata nel 1879).
Fu altresì reggente e vicepresidente del Consiglio di reggenza della sede di Napoli della Banca Nazionale nel Regno d’Italia tra il 1884 e il 1893, e membro del Consiglio superiore, dal 1890 al 1893, anno in cui si dimise dalle cariche in ottemperanza ai disposti della l. 10 agosto 1893 (istitutiva della Banca d’Italia). Le posizioni assunte nella Banca Nazionale gli consentirono non pochi interventi per il salvataggio della Bodmer e soprattutto della Società di Credito Meridionale, al presentarsi di quelle gravi crisi di liquidità che, a partire dal 1890, l’avrebbero condotta alla liquidazione e alla chiusura nel 1907.
Il 18 novembre 1886, Pavoncelli fondò una propria banca in forma di società anonima, il Credito Agricolo di Cerignola con un capitale iniziale di 150 mila lire, cui tentò di associare i contadini con azioni di taglio nominale basso, pari a 100 lire, da versarsi in rate settimanali o mensili. Ai soci veniva garantita la possibilità di accedere allo sconto di effetti e ad anticipazioni su deposito di merci. La banca faceva parte dei tentativi volti a rafforzare forme di cooperazione tra proprietari e contadini, così come le due scuole istituite successivamente (1893) per i figli dei contadini dell’azienda e delle campagne. Tali tentativi non ebbero i risultati desiderati: le scuole non registrarono mai una frequenza elevata, e la banca entrò in forti difficoltà a causa dei prestiti non rimborsati dai contadini.
Negli anni Novanta, la carriera politica di Pavoncelli raggiunse il suo punto più alto. Nella XVII (1890-1892) e nella XX (1897-1900) legislatura fu membro della Commissione generale del bilancio e dei conti amministrativi e nel 1897, divenne ministro dei Lavori pubblici del IV governo Di Rudinì.
Già nelle vesti di deputato, oltre a portare avanti le ragioni antiprotezioniste, aveva sostenuto molti interventi a favore della sua terra: nel 1887 aveva promosso la bonifica del lago di Salpi, nel 1891 l’ampliamento degli scali ferroviari da San Severo a Brindisi. Da ministro, promosse l’avvio dei lavori per la progettazione e lo studio dell’acquedotto pugliese. Nel 1897 fu presidente della prima Commissione per lo studio dell’acquedotto e nel 1902 del Consorzio per l’Acquedotto Pugliese (opera di lunga realizzazione, fu inaugurata solo nel 1923). Sostenne, inoltre, la modifica della legge sulle bonifiche delle paludi e dei terreni (1898) e, insieme al collega ministro della Marina Benedetto Brin, fece approvare una convenzione per la produzione e fornitura di energia elettrica per il porto di Napoli (1898). Questi anni - in cui fu edificato anche il palazzo di famiglia a Cerignola a ridosso del Piano delle Fosse - coincisero con la definitiva affermazione della famiglia nell’élite politico-finanziaria dell’epoca.
Il figlio Gaetano entrò nel collegio sindacale della Società meridionale elettricità nel 1899, nello stesso anno Giuseppe stesso risultava nel CdA della Società per il commercio colle colonie, mentre il figlio Nicola - a partire dal 1894 - assumeva posizioni di rilievo nella Banca d’Italia e in molte altre società; quanto alla famiglia, essa assunse partecipazioni nella Società Elba (1899), nel Giornale d’Italia (1901), nel cotonificio della Società Anonima Ligure-Napoletana (1904), nell’Istituto dei Fondi Rustici (1905), tra le altre.
La sua azione politica nel primo decennio del Novecento proseguì intensa. Nel 1901, insieme a Luigi Luzzatti, Antonio Salandra e ad altri parlamentari meridionali, sostenne l’affidamento alla Cassa di Risparmio del Banco di Napoli dell’esercizio del credito agrario per il Mezzogiorno. Nel 1904, avanzò la proposta di legge per la costituzione dei comuni autonomi di Stornara e Stornarella. Nel 1905, segnando un’inversione di tendenza nelle sue posizioni antiprotezioniste, si oppose al ‘modus vivendi’ con la Spagna, accordo commerciale per la riduzione dei dazi del 40% sui vini spagnoli, fortemente attaccato dai produttori vinicoli pugliesi e piemontesi.
A cavallo tra i due secoli le esportazioni italiane del comparto vinicolo entrarono in crisi. Al di là dell’incidenza del protezionismo e alla ricostituzione dei vigneti francesi, la crisi fu dovuta alla sovrapproduzione internazionale e alla concorrenza dei Paesi mediterranei, soprattutto Spagna, Tunisia, Algeria, Portogallo, che avevano fortemente ridotto gli sbocchi commerciali dei vini italiani.
La crisi che aveva investito anche i produttori pugliesi - colpiti prima dai danni alle viti provocati dalla fillossera e dalla peronospora e poi dal crollo delle esportazioni - coinvolse l’azienda Pavoncelli che, tra il 1899 e il 1905, vide ridursi il numero dei coltivatori impiegati da 1100 a 300. Alle prime manifestazioni della fillossera, nel 1899, Pavoncelli era stato chiamato a presiedere la Commissione parlamentare per l’esame del disegno di legge per l’istituzione di Consorzi di difesa contro la fillossera (1900), e l’anno dopo messo a capo del Consorzio antifillosserico di Cerignola. Alla crisi reagì sperimentando le viti americane più resistenti ai parassiti, specializzando la propria produzione su un livello elevato di vini da pasto: il Santo Stefano e il Torre Giulia e sul vino rosé, e riprendendo progressivamente le esportazioni verso le nuove destinazioni delle Americhe e dell’Oriente.
La crisi non ebbe effetti sulla consistenza patrimoniale di Pavoncelli che, al 1903, si componeva oltre che delle vigne, anche dell’oliveto e di un oleificio moderno (Santo Stefano); di una grande ‘azienda erbacea’ a grano; di allevamenti di cavalli, muli, buoi e pecore merinos, di campi sperimentali. L’intero patrimonio terriero di Giuseppe e dei suoi tre figli ammontava a circa 15.000 ettari di terreni (8000 nella provincia di Foggia e 7000 nell’agro di Mondragone).
Il primo decennio del nuovo secolo aprì un periodo di profondi conflitti sociali, e Cerignola ne rappresentò un punto critico. Scioperi di massa dei contadini e dei braccianti e repressioni finite nel sangue nel 1904 furono il terreno sul quale Pavoncelli agì, per alcuni, per una soluzione mediata, per altri, come mandante delle soppressioni violente; fu proprio in tale contesto che un appena adolescente Giuseppe Di Vittorio formò la propria coscienza sindacale maturando il futuro rapporto di mediazione/scontro con la famiglia Pavoncelli.
Oltre a fondare l’Associazione agraria di Cerignola, fu Commissario per l’Italia all’Esposizione di Parigi del 1909, vicepresidente del Consiglio superiore del Lavoro e insignito di molte onorificenze: Cavaliere del lavoro, Grande Ufficiale della Corona d’Italia, commendatore dell’Ordine Austriaco di Santo Stefano, Commendatore della Legion d’Onore e così via.
Ammalatosi gravemente, morì a Napoli il 2 maggio 1910. Gli furono riservati funerali solenni a Napoli e a Cerignola.
Fonti e Bibl.: Sulla ditta Pavoncelli: Archivio di Stato di Napoli, Tribunale Civile di Napoli, Registro delle società, 1883-84 e 1884-86; ibid., Contratti di Società, vol. 135, carta 773, a. 1905; vol. 144, carta 117, a. 1906; ibid., Tribunale di Commercio di Napoli, fascio 1884, carte 317-319v, a. 1885. Per i rapporti con la Banca Nazionale: Roma, Archivio Storico della Banca d’Italia, Banca d’Italia, Segretariato, regg., Funzionari vol. N-U, n. 5, pp. 168-169; ibid., Direttorio Grillo, cart. 5, fasc. 1, sf. 20 e 24; ibid., Segretariato, regg., n. 93; ibid., Gabinetto, pratt., b. 111, fasc. 63; ibid., Liquidazioni, pratt., nn. 489-490 e 493-507 (per il tentativo di salvataggio di Bodmer e Società di Credito Meridionale).
La letteratura sulla vita personale e professionale di Pavoncelli è molto vasta. Limitandosi ai testi che ne trattano in maniera più diretta e diffusa e omettendo la citazione dei titoli degli opuscoli di cui egli stesso fu autore si veda: D. Amato, Cenni biografici d’illustri uomini politici e dei più chiari scienziati, letterati ed artisti contemporanei italiani, opera in dispense rilegata in un volume (f. 9), Napoli 1887, ad vocem; T. Sarti, Il Parlamento Italiano nel cinquantenario dello Statuto. Profili e cenni biografici di tutti i senatori e deputati viventi, Roma 1898, pp. 423 s.; F. Boffi, G. P. deputato e ministro, in La rassegna nazionale, II s., vol. 24, s.l., s.d., pp. 111-126; Cerignola. Azienda Pavoncelli 1903, Napoli 1903; S. Torre, L’azienda vinicola G. P. in Cerignola, in Mezzogiorno Vinicolo, a. V, n. 11, 10 giugno 1911, Martina Franca 1911, pp. 1-6; G. P. Discorso pronunziato a Cerignola il giorno 11 giugno 1911 da Raffaele De Cesare, Cerignola 1911; Antonio Lo Re alla Dante Alighieri di Cerignola commemora G. P. agricoltore, nell’anniversario della sua morte II maggio MCMXI, Cerignola, pp. 9-31; V. Spreti, Enciclopedia storico-nobiliare italiana, vol. 5, Bologna 1935, ad vocem; E. Sereni, Sua Maestà P. Una famiglia contro un popolo, s.l. 1939; G. Gifuni, G. P. in un inedito carteggio con Antonio Salandra, in Quaderni di cultura e storia sociale, a. II, n. 8-9, Livorno 1953, pp. 2-9; C. Pasimeni, Un esempio di capitalismo agrario. L’azienda Pavoncelli a Cerignola (1880-1892), in Mezzogiorno e crisi di fine secolo. Capitalismo e movimento contadino, a cura di A.L. Denitto - E. Grassi - C. Pasimeni, Lecce 1978, pp. 233-307; V. Pareto, Sulla recrudescenza della protezione doganale in Italia, riedita in Ècrits politiques. Lo sviluppo del capitalismo publié par Giovanni Busino, Genève-Paris 1987, pp. 184, 239; L. Cioffi, G. P., Cerignola 1988; M. . Nardella - S. Russo - V. Specchio, I Pavoncelli. Una famiglia di notabili del Mezzogiorno contemporaneo, Foggia 1999; C. Dilaurenzo, G. P., Rotary Club di Cerignola 2010.

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