
L'economia agricola della nostra terra richiedeva l'utilizzazione di molti animali da traino e da lavoro - cavalli, asini, muli, buoi -, per i quali era necessaria tutta una ricca serie di finimenti, diversi nella forma e nella consistenza, a seconda dello scopo per il quale dovevano essere adibiti.
Il sellaio era l'artigiano che provvedeva alla produzione di tali finimenti: redini, i rrèdene; collare, u kuddeire; imbrache, i vvreike; barde, i vvarde; bardelle, i vvardèdde; cavezze, i kkavèzze; fermastanghe, i kuve; sottopancia, u sottapanze.
La materia prima per la produzione di tali guarnimenti era il cuoio - di cavallina e di mucca dura - che veniva acquistato a rotoli direttamente presso le concerie di Solofra, in provincia di Avellino, oppure - in loco - nel negozio di Alessandro Mansi, dove costava anche di meno.
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La lavorazione di una serie completa di finimenti iniziava dalle redini, per le quali veniva usato un cuoio dallo spessore minimo. Si passava poi al collare, che veniva realizzato con due strisce - una di cuoio e l'altra di feltro - cucite tra loro ed imbottite con paglia di grano e di loglio. La paglia veniva infilata tra le due strisce, spinta e compressa fino agli angoli più difficili, servendosi di una stecca di ferro dalla forma di forchetta a çiuque punte. Il feltro, più morbido del cuoio, e la paglia di loglio, meno pungente di quella di grano, venivano usati - per attutire gli effetti dello sfregamento - in quella parte del collare che doveva andare più a contatto con la pelle dell'animale. Dopo le redini e il collare, era la volta delle imbrache. Tagliate le strisce di cuoio necessarie, il sellaio prima le stendeva e le lavorava sul tavolo da lavoro, u bankoun e, poi, le cuciva, stando seduto sulla skannètte - un tipo di panchetta di legno a quattro piedi su cui poggiava un lungo asse molto spesso con le estremità a semicerchio - e per lavorare meglio le teneva bloccate in una morsa di legno fissata ad una delle estremità della panchetta stessa.
La lavorazione dei finimenti portava via abbastanza tempo: un collare richiedeva, per esempio, non meno di un giorno e grande impegno dell'artigiano.
Spesso poi i vari finimenti venivano arricchiti con borchie, iniziali del proprietario, di diverse fogge e in vari materiali: stagno e ottone, lamine di stagno spesso anche martellate o incise. Materiali che potevano essere acquistati nella bottega dei fratelli Mauro e Vincenzo Antonaglia, sellai anche loro. Questi, per pubblicizzare l'attività della propria bottega, tenevano esposto un cavallo di cartapesta a grandezza quasi naturale, rivestito di tutti i finimenti prodotti.
Ogni sellaio aveva nella propria bottega alcuni scaffali a vetro, i skanzije, per l'esposizione dei manufatti ultimati, fra i quali molto spesso facevano bella mostra le cavezze ornate di pelliccia, i mmulagne.
I sellai più esperti realizzavano anche mantici per carrozze, cuscini e sedili per birocci, telai per le trebbie, selle per cavalli da corsa. Per questi manufatti era molto noto l'artigiano Savino Di Gennaro, originario di Molfetta.
Fra i sellai, oltre quelli già citati, ricordiamo: Potito Bianco, Michele Casarella, Antonio Ciffo, Savino Lacerenza, Ferdinando Mazzarella.
Il sellaio
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