di Eugenio Imbriani
Risultano evidenti, quindi, i motivi del loro legame privilegiato con i riti della Settimana Santa, in particolare del Venerdì Santo, considerato il loro carattere penitenziale. Le confraternite, infatti, qualunque sia la loro origine, hanno il compito di occuparsi delle cerimonie funebri, e anche i vari momenti liturgici nel corso dell'anno, le attività assistenziali e caritatevoli previste negli statuti e nei secoli scorsi effettivamente praticate, la dotazione di arredi sacri delle chiese, la costruzione stessa di esse, acquistano un senso di preparazione alla morte.
La paura della morte viene in qualche modo stemperata dalla certezza di una solidarietà mutualistica, che ha un fondamento pattizio, che lega i vivi alla preghiera e al suffragio periodici.
Si può parlare di una sorta di esercizio contabile dell'orazione (di cui sarà esempio esplicito la diffusione della recitazione del rosario), per cui esiste l'oggettiva possibilità di una pratica mercantile della penitenza e di una conseguente rassicurazione riguardo ai benefici futuri ultraterreni.
Inoltre la stessa partecipazione alla vita della confraternita, e quindi alle cerimonie religiose che essa organizza e alle concessioni di indulgenze, costituisce un merito che varrà nel calcolo del tempo da trascorrere nel Purgatorio. Nei tempi in cui operano le prime confraternite assistiamo a una specie di generale invasione delle chiese da parte dei morti - il movimento iniziato nel Medioevo, quando la sepoltura in chiesa era riservata ai privilegiati, culmina nel Settecento e si prolunga anche nel secolo successivo - giacché anche per i ceti popolari si apre la possibilità di una sepoltura sotto il pavimento della chiesa, quasi in diretto contatto con il flusso delle indulgenze.
Per di più conviene sottolineare l'importanza di sottrarsi all'anonimato attraverso l'associazionismo, proprio per evitare l'abbandono da parte dei vivi, specie se il proprio nome non appartenga a casate importanti destinate a rimanere nella memoria e non si abbia la possibilità di redigere testamenti e disporre ricchi lasciti in cambio di suffragi perpetui.
La crescita del numero delle associazioni allarga le possibilità di inserimento di appartenenti al popolino e riduce in questo modo le opportunità di controllo e di gestione dei beni di esse da parte di pochi. L'organizzazione della morte diviene sempre più un ufficio affidato ai laici; non bisogna tuttavia ritenere che esistessero dei contrasti con il clero, tutt'altro, perché spesso proprio la presenza di ordini religiosi spingeva alla fondazione di confraternite, alle quali venivano affidati anche i compiti di cura dell'educazione religiosa e di rispondere alle esigenze devozionali dei fedeli. Nel secolo XIX si nota un'accentuazione dell'impegno del clero secolare nella istituzione e nella guida delle confraternite; si è parlato del conseguimento di un effettivo controllo, con tali mezzi, degli aspetti meno ortodossi della vita religiosa popolare.
Certo, è innegabile una influenza di carattere strategico da parte delle autorità ecclesiastiche: l'impegno devozionale del clero, la predicazione, sottolineavano l'opportunità di muovere in una direzione culturale determinata, come è accaduto con l'istituzione delle confraternite del SS. Sacramento, quando viene spostato l'accento dal sacramento della penitenza su quello dell'eucarestia; in ogni caso, il moltiplicarsi di confraternite sotto vari titoli spezza di fatto la possibilità di un controllo sociale sistematico e testimonia l'articolarsi della stratificazione sociale (ferma restando una paura interclassista, se così si può dire, della morte).
In altri termini, non si può tenere staccata e autonoma la credenza nel prolungamento dell'esistenza dopo la morte dal culto cristiano dei morti. Tutto ciò, ovviamente, non vuol dire affatto negare 1'esistenza o svalutare l'importanza di quei gesti rituali e di quelle credenze tendenti alla conservazione della propria saldezza psicologica (come il pianto secondo la lettura demartiniana), all'attenuazione o almeno all'abbreviazione delle fatiche dell'anima nell'ora della morte o all'allontanamento definitivo dello spirito e del corpo del defunto.
Allora possiamo forse riconoscere una complementarietà tra i vari gesti: alla confraternita è affidata la cura dell'anima e la sistemazione del corpo del defunto, almeno per quanto riguarda alcuni atti fondamentali previsti, mentre i gesti tradizionali funzionano soprattutto a difesa dei parenti sopravvissuti. Nel secolo scorso si diffonde l'uso della bara e viene imposto dal basso il costume di vestire i defunti con degli abiti, preferibilmente quelli nuziali; viene regolamentata la separazione del luogo dei morti da quello dei vivi; ma è proprio il culto dei morti, sia che venga effettuato secondo le modalità laiche del ricordo o della celebrazione di un uomo e della sua famiglia (le tombe monumentali), sia che riconduca a credenze e pratiche di tipo popolare, tollerate, a indicare una relativa scristianizzazione della morte.
Per la gente tutto questo significa garanzia di un posto singolo, personale, per far riposare il corpo, e la conseguente riduzione di preoccupazioni organizzative da parte dei familiari dei defunti (specialmente di quelli più poveri che non hanno la possibilità di costruirsi una tomba di famiglia). C'è, poi, un altro aspetto da considerare, ed è quello della definizione precisa del luogo della deposizione a cui rivolgere le preghiere e le attenzioni, che è anche certezza della reclusione, della separazione, grazie a una recinzione pressoché invalicabile della realtà sacra del defunto.
La progressiva laicizzazione del culto dei morti ha condotto a una successiva specializzazione dei ruoli: la gestione del morente spetta attualmente alle istituzioni sanitarie, ospedali e cliniche, mentre quella del cadavere alle imprese di pompe funebri e alla famiglia, che non di rado viene da queste scavalcata; le confraternite mettono a disposizione il luogo della sepoltura, si occupano della eventuale riesumazione, dei suffragi stabiliti come delle spese della gestione delle cappelle e delle chiese, della partecipazione alle cerimonie religiose.
A Cerignola risulta molto chiara l'importanza, ancora oggi, di tali associazioni: tuttavia, il fatto stesso che due di esse, le confraternite di S. Matteo e di S. Giuseppe, abbiano smesso i 109 abiti e si occupino prevalentemente delle tombe, è un segno di come sia venuta a illanguidirsi la concezione della necessità di partecipare ad attività cerimoniali. Le confraternite hanno anche il compito di ricordare ai fratelli, per la loro stessa esistenza, attraverso il simbolismo tragico e macabro degli arredi, l'imminenza della morte, la presenza implacabile di essa; tuttavia lo fanno, ormai, con la discrezione richiesta da un costume sociale che cerca di nascondere la morte, di mascherarla dietro atteggiamenti controllati e il rifiuto dell'ostentazione della sofferenza; oltre a ciò, le stesse manifestazioni sociali che dovrebbero indurre alla pietà si stemperano in situazioni in gran parte percepite come spettacolari e "folkloristiche", acquistando un nuovo senso adeguato alle aspettative di un voyeurismo culturale che non è sbagliato definire di massa.
Le Confraternite
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