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6 - L’inchiesta Jacini e la monografia di Angeloni
La prima inchiesta ufficiale dell’Italia unita fu quella promossa nel 1877 dal Parlamento italiano lungamente discussa prima dell’avvio e durante il suo travagliato svolgimento (1877-1884); che è designata Inchiesta Jacini col nome di chi u nominato a coordinarla e dirigerla, il senatore Sefano Jacini.
Questi ne stesa [la] “Relazione finale”, da cui emerge la tesi innovativa, da lui propugnata, dell’integrazione di industria e agricoltura secondo il modello lombardo; già illustrato nel suo ampio e i fortunato saggio su La proprietà fondiaria e le popolazioni agricole in Lombardia (1854).
Il proemio all’Inchiesta, redatto dal presidente Jacini, non solo dà al problema agrario un'importanza di carattere nazionale, ma pone lo sviluppo dell’agricoltura come segno di civiltà “progredita”. Esso potrebbe servire come premessa specifica ai musei del grano.
Tale reciproca complementarietà tra agricoltura ed etnografia veniva già rilevata da Jacini nel seguente passo del proemio:

E invero se l'Italia, prima di diventare un'unità politica, era già un'unità etnografica, meglio che qualunque altro fra i grandi Stati d'Europa, niuno quasi di questi Stati può dirsi raccolga nel proprio seno altrettante diversità geografiche e storiche; cosicché sotto l'influenza di climi opposti, di legislazioni disparate, di catasti diversi, della mancanza di comunicazioni fra un territorio e l'altro, della deficienza di sbocchi, della esistenza di barriere doganali ripugnanti alle necessità degli scambi, è avvenuto che la proprietà, il modo di usufruire la terra, le relazioni delle classi rurali, tutto insomma dovesse atteggiarsi in molte guise diverse, per formare altrettanti organismi agrari affatto distinti, conosciuti solo dagli abitanti dei territori in cui si erano costituiti, ma ignorati dal resto degli Italiani. La patria nostra pertanto, al momento in cui fu ordinata ad unità di Stato, era, nei riguardi agrari, una terra incognita e, presso a poco, lo è ancora. Ed è sopra una terra incognita che dovette svolgersi l'iniziativa del Ministero di agricoltura, il quale, a differenza di ciò che avviene negli altri Stati, fu costretto a indagare ed a scoprire ciò che aveva per missione di fecondare, di promuovere, di avvantaggiare. Ed è sopra una terra affatto incognita, ben inteso nei riguardi agrari, che ai legislatori italiani toccò il compito d'improvvisare tutto l'assetto amministrativo, finanziario, politico, di un nuovo grande Stato. Or bene, a quella enorme massa di forze economiche, di relazioni giuridiche, morali e sociali, che costituiscono i molteplici organismi della vita agraria in Italia, è impossibile provvedere convenientemente, qualora non siano bene conosciuti; e certo, come s'è detto, non lo erano, né punto né poco.

Non c'è dubbio che l'idea centrale, portata avanti da Jacini contro mille ostacoli finanziari e contrasti di opinioni, impresse all'opera un valore complessivo superiore a quello singolo delle varie monografie, di differente taglio e peso: una smagliatura inevitabile, data la diversità delle situazioni regionali fra nord e sud e l'opposizione delle correnti politiche di Destra e Sinistra che si ballottarono criteri e obiettivi durante la lunga e travagliata gestazione dell'inchiesta.
La relazione del barone Giuseppe A. Angeloni sulla IV circoscrizione, comprendente le province di Lecce, Bari, Foggia, Aquila, Chieti, Teramo, Campobasso, occupa il vol. XII, diviso in tre parti: la prima dà conto dello svolgimento dell'inchiesta e dei suoi risultati; la seconda riguarda "terreno e clima", "popolazione e sua distribuzione"; la terza tratta di "agricoltura e industria agraria"; la quarta di "proprietà fondiaria"; la quinta delle "relazioni tra il proprietario ed il coltivatore del suolo"; la sesta "delle condizioni fisiche, morali, intellettuali ed economiche dei lavoratori della terra". Un interesse specifico per il museo cerignolano riveste il cap. V della parte terza, che è tutto dedicato alla Capitanata. Importante è il Cenno storico del Tavoliere, in cui viene delineato nei suoi aspetti economici e nelle sue principali fasi l'istituto della "Mena delle pecore", che ha costituito dall'età aragonese all'Unità d'Italia la valvola di movimento della pastorizia trasmigrante fra la Capitanata e la Terra di Lavoro, il Molise, l'Abruzzo.
Vengono indicati prezzi degli erbaggi, numero e tipo dei greggi, salario e condizioni di vita dei pastori mandriani, tecniche e usanze pastorali, prodotti caseari. Un quadro sinottico per province indica tratturi e riposi, con una carta topografica che andrebbe riprodotta in gigantografia nel museo.
Tra i fitti dati di ordine statistico ed economico emerge nei suoi tratti antropologici il volto del pastore trasmigrante.
Il capitolo dell'agricoltura estensiva riguarda la superficie dei campi e dei pascoli annessi, le industrie che sono insieme agrarie e armentizie, il numero e le specie di animali impiegati per l'aratura (cavalle e buoi aratori), modi e usi di lavoro (trebbiatura con le relative macchine), valori dei prodotti, tabelle dei salari per lavoratori fissi e avventizi, redditi complessivi.
Utili per tracciare la linea evolutiva delle condizioni dei terreni di Capitanata sono le notizie date nel paragrafo finale di questo capitolo sul Tavoliere sotto il titolo Riforme e miglioramenti. Proprio nei territori di Cerignola, San Severo, Trinitapoli e Lucera sorgevano fin d'allora "già trionfanti larghe piantate di vigne, di oliveti ed altri alberi", che serviranno a rendere più fecondi i terreni. E a dare l'avvio a tale opera di miglioramento tecnico, che rese possibile il superamento della grave crisi cerealicola di fine secolo, unendo la coltura della vigna a quella del grano, furono proprio le due maggiori aziende cerignolane, la Casa Pavoncelli e la Casa La Rochefoucauld.
Da qui la riforma, che Angeloni proponeva per la Capitanata, di uno sviluppo parallelo, con reciproco vantaggio, delle due colture, in corrispondenza con quanto auspicava per "una consociazione più armonica, che al presente non è, tra i due rami di una medesima industria, quali sono la pastorizia e l'agricoltura, mediante un sistema misto; il quale, pur comprendendo ove è possibile, le piccole colture intensive, abbia per obiettivo principale non tanto la coltura granifera . quanto la foraggiera; quel metodo cioè che gli agrologi chiamano pastorale misto, e che concordemente consigliano pei terreni poco fertili, o che presentano condizioni tali per cui sia necessario un periodo preparatorio per passare poi a coltivazioni più ricche".
La trattazione delle altre parti, che è pur sempre interessante tener presente ai fini della comparazione con le altre subregioni pugliesi, non è fatta per singole province. Il che non consente di distinguere la precisa localizzazione di riferimenti, dati ed esempi, salvo che in alcuni casi. La seguente descrizione della casa rurale, che è d'immediato interesse museografico, si riferisce certamente alla Capitanata:

Quello che maggiormente deve deplorarsi è lo stato delle case dei contadini terrazzani, ed altri lavoratori che abitano nell’interno dei paesi e delle città. Le abitazioni sono ristrettissime, e composte appena di qualche stanza per risparmio di pigione: spesso non vi penetra né luce né aria, se non per la porta, unica uscita anche del fumo, allorché è sprovvista di camino, il che non è cosa rara. In diversi paesi abbiamo visitato delle abitazioni, in cui le pareti scabrose ed annerite gocciolavano per l'umidità su pavimenti rotti ed infossati. Pochi brandelli cuciti a spago facevano da coperta ai letti, composti di qualche sacco di paglia steso per terra, o di stoffa ammassata ed ammuffita.

Uno di questi "abituri" fu così annotato da Angeloni al momento della visita (lo schema può servire a riprodurne il tipo nel museo):

Vano largo circa 2 metri per 4 di lunghezza, alto non più di 3 metri. Nel fondo dal lato più stretto, sopra un ammasso di legna si distende uno strato incomposto di canne e vimini che forma un giaciglio su cui pertanto non è possibile di stendervi la intera persona. Al di sotto letame ed erba fradicia; il pavimento pregno di urina; e in altri punti utensili vecchi; poi ad un angolo dei pezzi di tufo, su cui ardono pochi steli e foglie secche; con una pentola contenente scarsi erbaggi per il pasto della giornata. Il fumo annebbia quell’ambiente, a cui mancano e luce ed aria: non vi sono finestre, non camino ma la sola porta di ingresso.
Due asinelli malaticci mangiano a stento presso l’uscio poca erba messa loro dinanzi.
Una povera vecchia, magrissima e con la faccia del giallo palustre, abita questo tugurio, in compagnia di quelle due bestie, con cui si aiuta a guadagnare pochi soldi al giorno, trasportando vimini, giunchi, fusti secchi ed erbaggi commestibili raccolti per le campagne durante la notte e nelle prime ore del giorno.
Questo canile costa 5 lire al mese ed è una pigione ben discreta, giacché per abitazioni, non diverse se non per ampiezza, si pagano fino a 140 lire all’anno.

Il discorso sulla malferma salute dei contadini e il tema dell’emigrazione quale unica possibilità (o speranza) di migliore esistenza commentano il quadro delle precarie condizioni di lavoro alle quali erano sottoposti i lavoratori e le loro famiglie in Capitanata, come nelle altre province: un quadro che va riprodotto nel linguaggio espressivo e didascalico del museo, segnandone la data nel tempo della costituzione dei fasci siciliani e delle prime leghe contadine.

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