
Un manufatto particolare era il fiscolo, u fiskule, una sorta di disco fatto di spago intrecciato sul quale veniva stesa la pasta di olive molite per la spremitura al torchio.
La materia prima adoperata dal funaio era soprattutto spago di scarto o di seconda mano, a spezzoni, u speighe spezzeite, che poteva essere acquistato a sacchi nel negozio-magazzino dei fratelli Vincenzo e Donato Dirella, in corso Gramsci, dove si vendevano articoli per l'agricoltura e per le masserie, dalla lanterna per il carretto ai sacchi, dai teloni per la raccolta delle olive alle museruole per i cavalli. Si trattava di spago che - nuovo - era stato utilizzato per legare le gregne. Quando bisognava slegare le gregne per la trebbiatura, veniva tagliato e i pezzi recuperati per essere riutilizzati proprio dai funai.
Il funaio dopo aver acquistato lo spago, prima di lavorarci lo affidava ad operaie che abitavano nel rione Terra Vecchia (originario nucleo della città), le quali,con "l'ausilio delle lesine, provvedevano a sciogliere i nodi ancora presenti sugli spezzoni.
Dopo, alcuni ragazzi li cardavano, battendoli ripetutamente con la scotola (stecca di legno a foggia di coltello con un lato a taglio) su una panchetta, e li raggruppavano in fasci di 1-2 kg.
Gli attrezzi adoperati dal funaio erano:
il filatoio, costituito da una ruota, la route, e da una croce con staggio, la krouce, che poggiavano ognuna su una delle estremità di una massiccia base, la bbese, di legno o ferro. La ruota, anch'essa in legno o ferro, mediante un asse poggiava su due bracci perpendicolari alla base, ed era fornita di una manovella che veniva azionata da un ragazzo, u vagnoune k aggeire la route.
L
i ganci di ferro, di varia misura, che venivano posti davanti alle girelle. Ad essi veniva legato uno dei capi della fune da realizzare;
i mazzuoli, i mazzule, in legno, a forma di tronco di cono, appositamente torniti con scanalature (tre o quattro a seconda delle corde da torcere); quelli di maggiore dimensione erano forniti, nella parte mediana, di un foro trasversale nel quale veniva inserito un bastone di legno per agevolare la torsione;
i cavalletti, i kavallètte, in legno o ferro, percorsi, nella parte superiore, da una serie di pioli posti verticalmente a distanza costante l'uno dall'altro.
La filatura serviva a realizzare i fili a un solo capo. Il funaio legava la filaccia al gancio della girella e, camminando all'indietro, all'andreite all'andreite, man mano aggiungeva altre filacce, prendendole dalla cintura, e le attorcigliava alla canapa realizzando così il filo.
La torcitura serviva a realizzare le corde vere e proprie a più fili. Il funaio legava un capo dei fili alle girelle e l'altro capo ad un gancio mobile fissato ad un palo di ferro posto a debita distanza dal filatoio. Di qui, dopo aver imbrigliato i fili nelle scanalature del mazzuolo, il funaio partiva e, girando il mazzuolo, attorcigliava i fili, finché, arrivato alle girelle, le fermava e staccava la corda ottenuta.
Ci pare opportuno precisare che il ragazzo che faceva girare la ruota aveva di solito intorno ai 13 anni ed il suo era un lavoro stanchevole e che richiedeva inoltre una notevole concentrazione, per andare sempre in sincronia con il funaio, in caso contrario, venendo meno la necessaria tensione dei fili, si era costretti ad interrompere la lavorazione. Nella stagione calda, proprio per evitare l'inconveniente - a causa dello slittamento della mano, per il sudore - intorno alla manovella veniva posto un panno di feltro inumidito.
Fra i funai, che operavano in varie zone della nostra città, ricordiamo: Raffaele Cascella; i fratelli Salvatore e Luigi La Torre, originari di Monte Sant' Angelo; i fratelli Savino, Sante e Francesco Magnifico, originari di Mola di Bari e nipoti degli artigiani giunti a Cerignola alla fine dell'Ottocento; infine, Savino Scelsi, da considerare l'ultimo artigiano funaio.
Il funaio
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