garganovede, il web dal Gargano, powered in S. Marco in Lamis

Il maniscalco
Il maniscalco
Nel 1742 erano presenti a Cerignola i seguenti artigiani "mastri ferrari": Donato Pellegrino, di 40 anni, tassato, con la moglie, per 14 once; Giuseppe Nicola de Finis, da Orsara, di 30 anni, tassato, con la moglie e tre figli, e proprietà, per 20,14 once; Carmine Maratia, di 45 anni, ricco proprietario, tassato, con la moglie e tre figli, per 14 once; Gabriele Maggio, di 21 anni, tassato per 14 once; Giuseppe Gasparro, di 60 anni, tassato, con la moglie e tre figli, per 6 once; Giuseppe Pepe, di 22 anni, tassato, con la moglie e una figlia, per 14 once.
L'utilizzazione di molti animali da traino e da soma nell'attività economica della nostra terra richiedeva la presenza dell'attività artigianale del maniscalco, settore particolare dell'attività di fabbro, necessaria per la ferratura degli animali e di tutte le operazioni connesse.
Il maniscalco, prima di procedere alla ferratura dell'animale, ne scrutava l'andatura mentre veniva fatto girare nello spazio antistante la bottega, in modo da individuare possibili anomalie e difetti di conformazione che eventualmente avrebbero potuto richiedere l'uso di ferri correttivi.
Quindi, legato l'animale ai caratteristici anelli - di ferro o di pietra - saldamente fissati alla facciata della bottega, ne esaminava lo zoccolo.
Fatte queste operazioni preliminari, solo allora procedeva alla ferratura dell'animale, applicandogli i ferri più opportuni. Numerosi e diversi per forma e peso erano i ferri, da quelli comuni per gli animali da lavoro, a quelli per cavalli purosangue - da corsa o saltatori -, a quelli correttivi già citati.
Nel caso di sostituzione dei ferri, il maniscalco rimuoveva il ferro consumato o rotto servendosi di un coltello di ferro con le estremità forgiate a lama. Con questo raddrizzava i chiodi che fermavano lo zoccolo e poi li estraeva con il granchio del martello. Con lo stesso coltello ripuliva l'interno dello zoccolo e con una tenaglia eliminava la parte marcia dell'unghia.
Foto degli inizi del '900
Foto degli inizi del '900
Nel frattempo il ferro nuovo da applicare veniva arroventato sul fuoco. Il ferro - ancora rovente - veniva afferrato con una tenaglia a mascella e poggiato sull'unghia per bruciarne la parte esuberante. L'unghia veniva poi limata con la roncola, la ronkele. Infine, il maniscalco, dopo aver fatto raffreddare in acqua il ferro, procedeva a fissarlo allo zoccolo con chiodi adatti. Se la punta di qualche chiodo fuoriusciva dallo zoccolo, veniva tagliata oppure ribattuta sullo zoccolo stesso, il quale poi veniva rifinito con la roncola.
Tutta l'operazione avveniva tenendo lo zoccolo poggiato su una panchetta di legno con tre piedi, u trepite. Se in tutto questo tempo l'animale si innervosiva e cominciava a recalcitrare, per tenerlo fermo gli si stringeva il labbro superiore con il torcinaso, u turciamusse, un corto bastone di legno cui era fissato un anello - di cuoio o di corda - a mo' di cappio.
Al maniscalco più esperto veniva affidata anche la pratica del salasso dell'animale, la segnateure, per la quale operazione veniva utilizzato uno speciale coltello, u segnateure, con lama molto affilata.
Fra i maniscalchi ricordiamo: Pasquale Argentino con il figlio Antonio; i fratelli Andrea e Antonio Belisario; Antonio Davilio con i figli Angelo e Savino; Nicola Fanelli; Francesco Fares con il figlio Giuseppe; Andrea Ladogana; Antonio Ricci; Salvatore Storelli; Nicola Zingarelli.
Ci pare interessante ricordare, inoltre, che la famiglia Davilio da diverse generazioni aveva la bottega di fabbro ferraio sita in vico III Fornaci Sgarro, a ridosso del Duomo Tonti, in quella che allora era la zona artigianale. Nel 1932, approssimandosi l'apertura della Cattedrale, con ordinanza del Comune tutte le botteghe, soprattutto quelle dei maniscalchi, furono fatte trasferire, per decoro e rispetto dell'edificio sacro. I Davilio trasferirono la loro bottega sul Piano delle Fosse, in piazza della Libertà.

Hai mai visto gli ex voto di san Matteo? Conosci Giovanni Gelsomino?