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La semina

Anni '30: la semina.
Anni '30: la semina.
Il periodo migliore per la semina del frumento era definito dalle condizioni climatiche e dall'andamento delle piogge autunnali, essendo preferibile compiere tale operazione quando il terreno era ancora caldo, bene sminuzzato e sufficientemente umido. Generalmente, queste condizioni si ottenevano nel periodo compreso tra i mesi di ottobre e novembre.
I lavori del ciclo della semina s'iniziavano con la delimitazione delle porche dove sarebbero poi andati a depositarsi i semi. L'operazione si compiva con l'aratro in legno già descritto, dotato di vomere simmetrico, le cui funzioni più peculiari e specifiche erano proprio quelle di uno strumento assolcatore.
Il campo da seminare era diviso in appezzamenti generalmente rettangolari, e a sua volta ciascun appezzamento in fasce regolari, le porche appunto, entro cui, dopo lo spargimento dei semi, si tracciavano i solchi a distanza costante l'uno dall'altro e a profondità variabili in genere tra i 2 e gli 8 centimetri. Il conduttore dell'aratro procedeva, all'interno della porca, avanti e indietro, voltandosi di 1.800 quando giungeva al limite opposto dell'appezzamento e cambiando, quindi, alternativamente il senso di marcia.
Così, percorrendo ad esempio il lato destro dell'appezzamento, teneva l'impugnatura dell'aratro con la mano sinistra e le redini con la destra e camminava tra il solco aperto nel tragitto precedente e quello appena tracciato. Procedendo poi in senso opposto, e dunque mantenendosi alla sinistra dell'estensione non ancora lavorata, l'assolcatore conduceva l'aratro con la mano destra, impugnando le redini nella sinistra e calpestando sempre il terreno già trattato. La semente veniva sparsa non oltre il mese di dicembre, ricorrendo, nella generalità dei casi, al sistema a spaglio o alla volata: il seminatore procedeva nelle porche precedentemente tracciate con una sacca di tela pesante a tracolla, da cui prelevava a manciate i semi che lanciava ad ogni passo con un movimento rapido e cadenzato del braccio, descrivendo un arco costante e regolando l'apertura della mano in modo da distribuire la semente quanto più uniformemente possibile.
Per ottenere buoni risultati, con questo sistema, si consumava una quantità di semi che variava dai 150 ai 200 litri per ettaro, quantità eccessiva ma giustificata dalla inevitabile irregolarità della distribuzione dei chicchi di frumento e dalle superfici di terreno il più, delle volte non ben livellate, sulle quali i semi potevano rimanere o eccessivamente interrati o in posizione troppo superficiale per avere una crescita regolare, Di qui la perdita di gran parte della semente sparsa e la necessità di una sua abbondante utilizzazione.
La semina a spaglio assicurava comunque buoni risultati se eseguita da una mano esperta e provetta e se si aveva cura di ricoprire bene il seme con l'aratro e, successivamente, con un buon lavoro di erpicatura, Per quest'ultimo si usava comunemente un erpice snodato, in genere del tipo Howard, che era particolarmente adatto allo scopo.
Di gran lunga preferibile era la semina a righe - eseguita nelle grandi aziende adoperando macchine seminatrici - che garantiva, con il sotterramento della semente in maniera uniforme e alla medesima profondità in tutto l'appezzamento, un prodotto migliore con forte riduzione di semi da impiegare e, quindi, con grande risparmio di spesa. Così, ad esempio, negli anni Venti del nostro secolo, nell'azienda Pavoncelli si utilizzavano seminatrici a righe non solo per le due qualità di grani vernini prescelti (la Bianchetta, per il grano tenero, e il Senatore Cappelli, per il grano duro), ma anche per la semina dell'avena e dell'orzo, nell'ordine, in media, di un quintale di semi per ettaro.
La sarchiatura
Il nuovo organo della Cattedrale di Foggia Dal web
Il nuovo organo della Cattedrale di Foggia Dal web
Nel periodo da gennaio a marzo occorreva sarchiare il campo seminato, occorreva cioè smuovere la terra in superficie, per uno strato non superiore ai 4-5 centimetri di profondità, ed estirpare le erbe infestanti. Quest'ultima operazione a Cerignola era chiamata la pungeime e, specie dopo l'avvenuta meccanizzazione dei lavori di semina e di raccolta, veniva eseguita da manodopera essenzialmente minorile, così come altre operazioni intermedie del ciclo cerealicolo, dalla rottura delle zolle alla rincalzatura a mano alla caccia dei topi.
Numerose e interessanti testimonianze sulla pungeime, e in genere sulla condizione dei bambini lavoratori a Cerignola, sono state raccolte e pubblicate nel 1981 da Giovanni Rinaldi e Paola Sobrero nel volume La memoria che resta.
Vissuto quotidiano, mito e storia dei braccianti del Basso Tavoliere.
Ecco, ad esempio, quanto diceva Pasquale Degregorio, bracciante e piccolo coltivatore nato nel 1898: "poi c'era la pungeime, la pungeime sai che cos'è? A strappare l'erba nel grano, nei campi di grano, con l'acqua che era gelata la mattina e tu andavi a lavorare per guadagnare otto soldi, nove soldi".
E ancora Giuseppe Murgolo, bracciante nato nel 1923: "quando arriva il mese di marzo o di febbraio si faceva la pungeime con i zappetti. Allora tu se menava il vento e ti asciugavi in giornata. Se non menava il vento e allora rimanevi tutto con le gambe bagnate e tu con le scarpe tutta la giornata e tutta la nottata dovevi tenere sempre i piedi bagnati, inzuppati nelle scarpe. Poi c'era la pungeime a mano. Peggio di peggio, che il grano era grande, era alto. Era la sterpatura a mano ... ".
La sarchiatura era ordinariamente eseguita con i sarchielli, zappe costituite generalmente, ma non sempre, da un manico lungo e da una lama stretta. Solo in tempi piuttosto recenti nei terreni seminati a righe si è cominciato a ricorrere ad una particolare sarchiatrice a trazione animale, la cosiddetta zappa a cavallo, con la quale era possibile lavorare in continuità un interfilare alla volta.

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