Attrezzi del carradore
Attrezzi del carradore
Il Catasto Onciario del 1742 attesta la presenza a Cerignola di un maestro carradore, tale Giuseppe Antonio Antolino, con "arte di far carre", di 28 anni, tassato, con la sorella, per 14 once.
L'attività del carradore è stata sempre molto importante per un centro come Cerignola che fondando la sua economia essenzialmente sull'agricoltura e sull'artigianato aveva bisogno di mezzi di trasporto a trazione animale. Un'attività che non conosceva pause e che ebbe un notevole incremento negli anni della Riforma Fondiaria e del conseguente maggiore impulso impresso all'agricoltura.
Il carradore costruiva e riparava carri: dal "classico" carretto a due ruote, u trajeine, a carri più grandi e massicci come u karrugge ku kuarte k'aggeré a quattro ruote con timone a snodo, o a due ruote come u fourakarreire, così detto per le due stanghe aggiuntive che allargavano il piano di carico per il trasporto del grano mietuto; carrozze, birocci, calessi, i kinghe, e sarabachini, i sciarabballe, senza dimenticare i ttrainèlle, piccole carrette a due ruote - spinte a mano - usate dai venditori ambulanti, e le carriole a una ruota.
Il carradore Dal web
Il carradore Dal web
Erano realizzati dal carradore anche i gioghi per i buoi, i sceule; le panchette per il sellaio e il pastore, i skannètte; forche, forconi e pale; manici degli attrezzi agricoli (zappe, picconi, rastrelli); parti in legno delle bardature, i frèsckele; i trespoli, i kavallètte, per reggere i telai da ricamo; le tinozze per il bucato, i ggavete.
Alcuni carradori preferivano acquistare i vari tipi di legno - materia prima per l'attività - nei magazzini di Monte Sant'Angelo e dalla ditta Frezza di Barletta.
Il primo elemento del carro che veniva costruito era la ruota, e di questa, la parte centrale, il mozzo, la tèste, realizzato - al tornio - in un unico pezzo di legno di tronco d'albero, preferibilmente di olmo. Il diametro del mozzo variava a seconda della grandezza della ruota, a sua volta proporzionale alla grandezza del carro. Sulla parte esterna del mozzo venivano poi realizzati gli incavi per i raggi, mentre all'interno veniva inserita la boccola, la bbokele, un cilindro metallico cavodove veniva alloggiato il perno dell'asse.
Successivamente venivano realizzati - pure in legno - i raggi, i resce, e i gavelli, i sscionte, settori della corona, ovvero la parte esterna della ruota.
Incastrati i raggi negli incavi del mozzo e dei gavelli, si procedeva alla kalateure du cerkioune, cioè attorno ai gavelli veniva forzato a caldo un cerchione di ferro. Il cerchione - preparato da un fabbro ferraio con una striscia di ferro tagliata nella misura adatta e modellata a cerchio con un'apposita macchina (un esemplare di tale macchina è ancora conservato, a Cerignola, dal fabbro ferraio Giuseppe Fares) - veniva reso incandescente sul fuoco alimentato con pezzi di legno.
In estate questa operazione si faceva all'aperto, intorno a mezzogiorno, in modo tale che anche il calore intenso del sole favorisse l'arroventarsi del ferro. Diventato il ferro più malleabile, il cerchione veniva forzato intorno alla ruota con l'ausilio di un bastone di legno, u kevacerkioune, fornito di gancio mobile.
Il pianale o letto del carro era costruito con legno di faggio e di cerro; ad esso venivano saldate le stanghe, i sdanghe, e l'asse di ferro delle ruote, costruito ed adattato al carro dal fabbro ferraio.
Quindi, appoggiando l'asse sopra u ciucce - un trespolo di legno con vite centrale di ferro regolabile -, vi si applicavano le ruote e, dopo, le sponde. Queste erano costituite da assi di legno tenute insieme da listelli perpendicolari, più alti delle stesse, terminanti in alto a forma di pomoli schiacciati. In questi pomoli, quando il carro era a pieno carico, veniva agganciata la strettoure, una robusta asse di legno con fori alle due estremità, posta trasversalmente tra le sponde opposte per assicurarne la tenuta.
Attrezzi del carradore Dal web
Attrezzi del carradore Dal web
Al carretto così costruito il proprietario poteva aggiungervi degli accessori, secondo le necessità: la staffa di legno per salire; la martinicca, la martelleine; u ciucce, un asse di legno a tutto tondo con anello di ferro all'estremità, che, poggiato a terra, permetteva di mantenere il carretto in posizione orizzontale, impedendovi il rovesciamento all'indietro, de nkulazzarse, durante la fase di attacco dell'animale; la forcella, la furcèdde, di legno - messa ad un lato del posto di guida - per legare le redini, appoggiare la museruola, la mussaroule, e la frusta, u skrusceite, e appendere la sacchetta con il fieno per il cavallo, la sakkètte du cavadde.
Su una delle due sponde il mastro carradore a volte dipingeva, con vernice nera, le iniziali del proprietario e l'anno di costruzione. Alcuni carretti venivano anche decorati con disegni policromi - a soggetto floreale o geometrico - eseguiti da pittori.
La costruzione di un carretto richiedeva, complessivamente, all'incirca 20-25 giorni di tempo, ridotti a 7 circa con l'introduzione delle macchine che in parte limitarono anche la creatività e la perizia dell'artigiano.
Fra gli artigiani del settore ricordiamo: i fratelli Luigi e Francesco Battaglino; Luigi Cassotta e il figlio Antonio; Antonio Colucci; Antonio Conte; Francesco Dimunno e i figli Giuseppe e Ruggero; i fratelli Pasquale, Domenico, Cosimoe Gaetano Lioia; i fratelli Francesco, Giovanni, Luigi e Ruggero Mancino; i fratelli Luigi e Giuseppe Mazzilli; Donato Montemorni e il figlio Vito; Celestino Pedico; Antonio Russo; Mosè Sorbo e il figlio Pietro; Raffaele Sorbo e i figli Antonio, Pietro e Vito (questi ha realizzato le ruote di un antico carro processionaIe in uso a Fontanarosa in Campania, e nel 1973 l'attuale carro utilizzato a Cerignola per la processione di san Francesco d'Assisi); Giuseppe Sorbo e i figli Gioacchino, Pietro e Vito, Michele Tufariello; Francesco Zangrilli; Girolamo Zingarelli.