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La mietitura

Il modo più comune adottato pel taglio delle messi è la falcetta. Giunto il tempo di falciar la messe, verso la fine di Maggio, o nell'incominciar di Giugno, migliaia di uomini si recano qui a stormi dalle provincie di Bari, Lecce, Basilicata, Salerno, Terra di Lavoro, e Principato Ultra. Bello è allora il vedere quelle torme di travagliatori, sotto un' infocato cielo, fra il canto, e la campestre musica delle cennamelle, eseguire il loro pesante lavoro, recidendo le spiche a manate, all'altezza di una spanna, e formandone in bell'ordine manipoli e covoni, che infine si trasportano in un terreno piano ed aprico, dove si stabiliscono le biche.

La mietitura
La mietitura
Il quadro del periodo del raccolto presentato da Luigi Conte riflette, al di là dell'oleografica immagine del canto dei mietitori e della "campestre musica delle cennamelle", una realtà che ha caratterizzato le campagne di Capitanata fino a tempi a noi ancora vicini.
La mietitura, fino agli anni piuttosto recenti della sua totale meccanizzazione, costituiva all'interno del ciclo cerealicolo il momento della maggiore occupazione stagionale, con la necessità dell'ingaggio da parte dei proprietari o dei loro amministratori di numerosa manodopera avventizia, proveniente in gran parte da altre province, e soprattutto dai vicini centri del barese. Ciò avveniva fino ai primi decenni del Novecento anche in quelle aziende dove già a partire dalla seconda metà del secolo scorso erano utilizzate macchine mietitrici. Alcuni esemplari del sistema americano MacCarmick erano operanti nel territorio di Cerignola già subito dopo l'Esposizione Universale di Parigi del 1855, mentre La Rochefoucauld dotò la masseria Le Torri di una mietitrice Hornsby, capace di recidere in una giornata il grano di 4-5 ettari, depositandolo in manipoli dietro di sé.
Si, trattava comunque di tentativi sperimentali e tutto sommato isolati, che pure nelle grandi aziende latifondistiche non esaurivano da soli il lavoro di raccolta dei cereali, se è vero che ancora ai primi del Novecento nell'azienda Pavoncelli si impiegavano ben 50 mietitrici, che però servivano essenzialmente ad integrare l'opera dei numerosi mietitori ingaggiati per il taglio a mano delle spighe.
La mietitura
La mietitura
In realtà fino agli anni tra le due guerre, integrandosi con l'uso delle macchine nelle grandi proprietà, in modo pressoché esclusivo nelle piccole e medie, a raccogliere il frumento erano squadre di lavoratori stagionali provenienti da centri dell' Appennino, della provincia di Bari e di Lecce, ed anche dalla Basilicata, dal Molise e dall' Abruzzo. Spesso i grossi proprietari stipulavano in anticipo il contratto con le compagnie di mietitori, formate da gruppi di 50 uomini guidati da un capo chiamato anteniere, che già nel mese di novembre si incaricava di pattuire modalità di lavoro e paga per la successiva campagna di raccolta. AI salario in denaro si aggiungeva generalmente una certa quantità di pane, sale, olio, cipolle, aglio e la cosiddetta fella, cioè un rotolo di formaggio, al posto del quale spesso veniva concesso un carlino per l'intero periodo dei lavori. In più, il proprietario era tenuto a concedere all'anteniere la corritura, consistente in un carlino per ogni uomo della compagnia. L'anteniere, pertanto, aveva l'importante compito di procurare il lavoro ai suoi uomini, di stipulare i contratti e, infine, di distribuire i compensi.
Molti mietitori, però, arrivavano a Cerignola, con falci e bagagli leggeri, senza un contratto preventivo, dormendo nelle strade e nelle piazze, attorno ai muri delle case e sugli scalini delle chiese, in attesa di essere ingaggiati a condizioni minime dai curatoli. Portati nei campi con i carri dei padroni, lavoravano dall'alba al tramonto, sotto lo sguardo vigile e incalzante dei soprastanti, organizzati in paranze che, come in quasi tutta l'Italia meridionale, erano formate ciascuna da quattro mieti tori e un legatore.
Quest'ultimo aveva il compito di raccogliere, spostandosi con rapidità da un'estremità all'altra della squadra, i mannelli lasciati in terra dai mietitori, per poi legarli con i culmi del frumento stesso e formare dei fasci, le gregne, che successivamente venivano raccolte e sistemate in mucchi secondo una precisa disposizione tesa ad assicurare la massima protezione delle spighe da eventuali avversità atmosferiche.
Inizi del '900. La mietitura
Inizi del '900. La mietitura
Il corredo dei mietitori era costituito, oltre che naturalmente dalla falce, da una specie di grembiule di cuoio leggero, tela pesante o pelle, che proteggeva il corpo dal petto alle ginocchia; da un bracciale, anch'esso di cuoio, tela o pelle, infilato nell'avambraccio; da un cappello di paglia per attenuare l'azione dei raggi solari e, infine, da tre ditaloni di canna che si infilavano, come protezione eventuali colpi di falce, nel medio, nell'anulare e nel mignolo della mano sinistra.
“L'arnese era la falce che per tagliare il grano bisognava curvarsi di più della zappa lavorando dai dieci-dodici ore al giorno sotto quel sole cocente; lascio immaginare come duole a chi legge, figuriamoci ai lavoratori i quali desideravano che una piccola nuvoletta con un bel venticello coprendo un solo minuto il sole, per godere un po' di fresco”.
In queste parole di Giuseppe Angione (1895-1981), bracciante e dirigente comunista vicinissimo a Di Vittorio, si avverte tutta la durezza di un lavoro faticosissimo, reso ancora più aspro dal grande caldo che il riverbero delle messi rendeva soffocante, dalla posizione costantemente curva della schiena e dall'assenza di ripari, non retribuito adeguatamente e sostenuto da un'alimentazione insufficiente, il cui piatto principale era sempre 1'acquasale, consistente in fette di pane raffermo condite con qualche erba commestibile spontanea e poche gocce d'olio distribuite dal curatolo.
Tali condizioni di lavoro erano duramente stigmatizzate già alla fine dell'Ottocento da agronomi come Lo Re che, delineando la triste situazione dei mieti tori ("hanno un andare tardo e stanco, il dorso curvo, gli occhi smorti, e la pelle del viso, delle mani, delle braccia squamosa, abbronzita, solcata di rughe precoci: vengono, e s'imbattono in tre nemici potenti, micidiali, assassini: il sole, la fame, la febbre: vengono per trovare del pane, e molti trovano la morte, e altri ritornano più affamati, più malconci di prima"), affermava senza mezzi termini che "i periodi economici della schiavitù della gleba si riallacciano a questa forma del lavoro umano, degenerante: la mietitura". Queste dichiarazioni erano direttamente legate all'auspicio di un massiccio ricorso alle moderne mietitrici-legatrici, che tagliavano il frumento a qualunque altezza, formavano i covoni, li legavano senza lasciarne disperdere alcuna spiga, riducevano i tempi del raccolto, con grande vantaggio dei proprietari.

E su L'Agricoltore Pugliese si sottolineava nel 1901 che, in un podere di 50 versure, una mietitura eseguita con la mietitrice Plano costava 600 lire, contro le 1.000 lire di una mietitura eseguita a mano, con la falce, da operai a giornata. Alle 400 lire di differenza bisognava poi aggiungere l'utile consentito dall'impiego della macchina al posto dei mietitori "per il grano ricuperato in ragione di 2 tomoli a versura, e cioè di 100 tomoli per 50 versure, del valore di lire 1.000 (tomoli 100 x lire 10)".
In tal modo, si poteva ottenere un utile complessivo di 1.400 lire, somma sufficiente a pagare quasi per intero la mietitrice Plano, il cui costo era inferiore di circa 150 lire rispetto alla "regina delle macchine mietitrici", la McCormick, che era più leggera e realizzata con materiali migliori.
Ambedue erano tirate da tre animali, ma, mentre quelli della Plano dovevano essere cambiati ogni 3 o 4 ore, quelli della McCormick erano rinnovabili in tempi più lunghi, con evidente "guadagno di tempo e di fastidio".

Sarebbero tuttavia occorsi ancora alcuni decenni perché le macchine divenissero in Capitanata l'elemento dominante dei lavori del raccolto, sostituendosi nel processo produttivo alla forza-lavoro umana.

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