garganovede, il web dal Gargano, powered in S. Marco in Lamis

2. L'etnografia della Capitanata nella Statistica murattiana
L'indagine relativa al Reame di Napoli, intrapresa nel 1811 dal Governo di Gioacchino Murat, fu organizzata dal ministro dell'interno Giuseppe Zurlo e coordinata dall'arcidiacono Luca Cagnazzi, studioso ed esperto di economia. Le monografie riguardanti la Puglia furono redatte rispettivamente da Serafino Gatti per la Capitanata, Vitangelo Bisceglia per la Terra di Bari, Oronzo G. Costa per la Terra d'Otranto. Serafino Gatti, già nel giorno dell'inaugurazione della Società di agricoltura della Capitanata (10 novembre 1810), della quale fu nominato segretario perpetuo, pronunciò un "ragionamento" in cui prese posizione a favore dell'agricoltura, in sintonia con i primi provvedimenti del governo murattiano volti a sottrarre terreni al pascolo perché fossero incrementate le colture cerealicole ed arboree:

Esaminiamo adunque l'indole del nostro suolo; studiandone i differenti caratteri classifichiamone con precisione la specie, consultiamo la climografia particolare ... La conoscenza dei differenti siti, la memoria che abbiamo dell'antica arborazione, dovranno regolare le nostre intraprese. Il miglioramento delle piante cereali, la moltiplicazione degli alberi fruttiferi, principalmente della vite e dell'ulivo ... l'introduzione delle piante tintorie, delle tigliose e di altre che possono servire alle manifatture ed alle arti, quella degli arbusti e de' migliori alberi pròceri che valgon di ornamento ai giardini ... e soprattutto la rinnovazione degli antichi boschi d'onde si ottengono i materiali per la combustione, per gli edifici, per le opere idrauliche, per gli strumenti georgici, per lavori molteplici e per vari ornamenti di lusso: ecco i principali oggetti delle nostre cure dietro la conoscenza geonomica della Capitanata.

Con tale spirito Gatti stese la relazione per la Statistica murattiana, riportando molto di quanto aveva raccolto ed elaborato Giuseppe Rosati per ciò che concerne la descrizione fisica, la flora e la fauna della Capitanata; ma cospicua e originale è la parte aggiunta, riguardante la "sussistenza e conservazione della popolazione", che integra e supera di gran lunga lo schematico elenco di dati e notizie messo insieme dal burocrate francese Bonnet, segretario generale del Ministero dell'Interno, di cui si servì Vincenzo Ricchioni non essendo riuscito a trovare la relazione di Gatti. Questa, ritrovata ed edita nel 1975 da Tommaso Nardella , è in effetti una delle più complete ed esatte fra le molte che compongono il thesaurus dell'inchiesta murattiana del 1811, quali si possono ora leggere e studiare nella pregevolissima edizione curata da Domenico De Marco. Le notizie che possono avere una proiezione figurativa nel museo etnografico cerignolano sono quelle concernenti il vestiario del contadino:

La foggia di vestire del basso popolo in quasi tutti i paesi della provincia è comoda in ciascuna stagione per ambi i sessi. Vestono per l'ordinario felpe, panni e cottoni che si lavorano in regno. Il vestire comune della classe plebea e de' contadini ne' luoghi montuosi è molto semplice, uniforme ed economico. Il contadino più povero non ha altro indosso che una camicia, un calzone ed una calza di pannolino che si fabbrica nel proprio paese. Una suola di crudo cuoio di bue sostenuta dalla parte superiore del piede con funicelle gli serve da scarpa. Al di sopra della camicia si pone un giubbetto corto di felpa o d'altro panno rozzo. A tal giubbetto soprappone un tabarro lungo o corto con cappuccio che appena depone nella state. Copre il capo con un berretto di lana o bambagia.
I più giovani sogliono cingersi d'una fascia di lana rossa o bianca o nera. Le donne del basso popolo hanno delle camicie ben lunghe. Su di esse vi mettono una gonna di rascetta o londrino congiunta con un imbusto della stessa materia ligato alle spalle. La fabbrica delle rascette è nella provincia di Bari, quella di lombrino nella capitale. Usano calzette di filo o di lana bianca o rossa. Le scarpe sono di pelle conciata di vitello e allacciate da fibbie di ferro. Le donne che servano le usanze antiche, in luogo di fibbie, hanno un bottoncino d'osso. Tutte indistintamente coprono il capo e le spalle con fazzoletti di pannolino. Questo modo di vestire è quasi comune nella maggior parte de' paesi dell'una e l'altra parte montuosa della provincia e anche della Puglia. In alcune Comuni poi la lana e il canape formano tutto il vestire del basso popolo.

Da notare il riferimento alle località e modalità di fabbricazione dei panni, che può ancora indicare un criterio di analisi e rappresentazione museografica dei capi di vestiario: un dato economico che dovrebbe precedere e integrare quello funzionale messo in evidenza da Bogatyrev, entrambi dati essenziali da apporre alla figura reale o simbolica del costume popolare se si vuole liberare questo settore ambiguo e polivalente della cultura contadina da un idoleggiamento soltanto estetico e spesso idillico.
Anche la rappresentazione della casa rurale del primo Ottocento può ricevere utili ragguagli dalle relative notizie che ne fornisce Gatti.

Per lo più le fabbriche sono di materiali del genere calcareo e siliceo. Alcune case sono a due piani. Il pavimento del piano superiore è composto di travi intrecciate con grosse tavole che finisce in un lastricato di rozzi mattoni. La soffitta poi non è che una covertura di canne e tavole sostenute da piccole travi e difese all'esterno da embrici. Il pavimento del primo piano o non è lastricato affatto o è d'informi pietre gittate alla rinfusa. Alcuni de' piani bassi sono al livello della strada e perciò ne' tempi piovosi accolgono gran quantità d'acqua, onde aumentasi l'umidità. E v'hanno anche delle case le quali cacciano acqua dai loro pavimenti.

Delle case misere Gatti non rileva soltanto la natura fragile dei materiali di costruzione e la forma angusta, ma denuncia altresì il sudiciume dell'interno e l'uso promiscuo che la povera gente ne fa vivendo insieme con polli, maiali e somari. L'inosservanza delle norme igieniche, il rischio delle epidemie, l'avversione alla vaccinazione antivaiolosa, la riluttanza al ricovero ospedaliero, la carenza di adeguata assistenza sanitaria formavano - com'è noto - materia di costante preoccupazione della classe medica del tempo, che della insorgenza di istanze democratiche in quel decennio francese così fervente d'ideali liberali si fece portatrice.
E i redattori delle monografie per l'inchiesta murattiana diedero notevole rilievo a questo aspetto di vita che presentava forme e concezioni da sradicare e modernizzare.
Gatti, che non era medico, si rese conto della rilevanza di tale materia e dal pergamo e con la penna- come fa notare Nardella - si fece propagatore di una campagna antivaiolosa, di cui espose i vantaggi in una "Lettera critica su l'inoculazione vaccina scritta a un amico antivaccinista", pubblicata nel Giornale di vaccinazione del 1811 e dedicata al ministro Zurlo. Di interesse diretto per quanto è tenuto a memorizzare e rappresentare storicamente il museo sono le notizie sull'alimentazione. Sul pane, ad es., si constata:

Nella provincia di Capitanata si fa uso generale di pane di farina di frumento. In pochi paesi dell'una e l'altra parte montuosa la classe meschina vi mescola delle fave, dell'orzo, del formentone, ossia mais. In qualche Comune si mangia, in dati tempi, dalla gente povera il pane di frumentone o assoluto o misto. Della farina di questo alcune popolazioni sogliono fare delle focacce che si mangiano per gusto. V'hanno anche in tutta la provincia delle Comuni ove si fa uso della polenta dello stesso genere farinaceo che dalla classe comoda si condisce col brodo di carne, salame, formaggio ecc., e dalla gente povera con olio, Sale, vin cotto, aceto, aglio. L'inverno ne usano più di frequente. Il pane comune, generalmente parlando, è ben fatto, cioè di farina di frumento, come si è accennato di sopra, non logliato né carbonato e quando fosse tale si lava preventivamente, si asciutta ed indi si manda 'al mòlino ove viene macinato. La fermentazione è ben regolata in quasi tutte le Comuni e la cottura ne' forni è al grado conveniente. Né vi sono malizie de' mugnai per alterar le farine. Il pane però che vendesi in piazza generalmente ' si bramerebbe di miglior qualità. Ne' paesi ove il magistrato è poco accorto e poco attivo v'hanno degli abusi riguardo a questo articolo importantissimo. D'ordinario portasi il grano infimo a panizzare; e poca o nulla cura si ha di pulirlo dalla veccia, dal loglio e da altri cattivi semi farinacei. In alcuni luoghi la cattiva qualità del pane nasce dall'imperizia di manovrarlo, dalle frodi de' panettieri e dalla viziatura della fermentazione. È anche da condannarsi la consuetudine di alcune popolazioni, principalmente delle parti montuose della provincia, di dare alla mòle de' pani una grandezza straordinaria poiché questo rende il pane ammuffito. In qualche Comune, come in Vico, la pietra delle macine de' molini, che viene dalla Dalmazia, è leggera e cavernosa e perciò offende la farina mescolandovi alcune delle sue particelle.

E dei singoli generi alimentari, legumi, vini, olii, latticini, ortaggi, non si riferisce soltanto l'uso che se ne fa da parte dei ceti bassi; ma si indicano anche i prezzi: anche questi dovrebbero essere segnati sui pannelli didascalici dei musei etnografici, perché con le loro varietà e oscillazioni costituiscono un interessante dato per storicizzare l'esposizione e quindi la visione del prodotto.

Hai mai visto gli ex voto di san Matteo? Conosci Giovanni Gelsomino?