
Il Catasto Onciario del 1742, documenta la presenza di due nuclei di fornaci: la Fornace Vecchia, vicino al convento dei padri cappuccini (attuale sede palazzo della posta, in piazza Duomo) ; l'altra nell'orto del convento dei padri carmelitani (attuale sede municipale).
L'esistenza della fornace presso il convento dei padri cappuccini, demolito nel 1933, viene attestata anche dal toponimo Fornaci Sgarro, attribuito ad una strada - oggi denominata san Francesco d'Assisi - nelle immediate vicinanze del convento.
Il convento dei padri carmelitani possedeva, oltre ad un giardino con alberi, una casa in muratura e pozzi di acqua sorgiva, una fornace per gli embrici e i mattoni, il tutto per comodità dei fornaciai di cui conosciamo anche i nomi: Giovanni Borrella, "imbriciaro", di anni 48, tassato, con la moglie e otto figli, per 24 once; Riccardo Maggio, originario di Andria, di anni 60, con moglie e tre figli, di cui Giuseppe, di 25 anni, fornaciaio come il padre. Uno sprofondamento del terreno - verificatosi a causa delle eccessive piogge - nel cortile interno del palazzo di città ha portato alla luce, nell'agosto del 1987, resti delle strutture di un'antica fornace con grossi coaguli di embrici, a file sovrapposte, alquanto fusi tra loro a causa della cattiva riuscita della cottura.
Fervente era l'attività delle fornaci nel XIX secolo.
Furono costrette a spostare continuamente la sede della loro attività a causa dell'espansione urbanistica, che richiedeva l'ubicazione delle botteghe artigianali ai margini dell'abitato.
Intorno al 1896 le fornaci furono costrette a un primo trasferimento, dalla zona a ridosso del convento dei cappuccini alla zona a ridosso dell'attuale villa comunale, nell'area compresa tra il parco della Rimembranza, via Puglie e il mulino Pizzi (oggi De Sortis).
Un ulteriore spostamento si verificò, agli inizi del Novecento, proprio a causa dell'impianto della villa comunale, verso l'imbocco dell'attuale via Tiro a Segno; poi, nel 1904, quello definitivo in via delle Torri, donde fu dato a tutta la zona il toponimo Fornaci, rimasto tuttora ad indicare l'area residenziale sorta da quando, nel 1976, i terreni furono espropriati ed assegnati a cooperative edilizie. Questa data segna la fine di una delle attività artigianali caratteristiche di Cerignola.
vasi da fiori, i ggraste: la graste a quatte, la grasta lisce, la grasta rizze, la graste a ttré, la grasta mezzeine, la grastudde, la grastecèdde, la graste a kkasciunitte, la graste ki pite, la graste ki mmaneke, u grastoune (da 50 a 100 cm di diametro); bacinelle: u kofene, u kufanidde, u mizze kufanidde, u funne kiatte, la kunkarèdde, u kantaridde, la kuarteire;
laterizi: coppi, i kijnghe dritte, i kijnghe kurve, i kanaloune; mattoni, mattunacce, sbrigghije, téatre, zukkalètte; figuli, i karusidde; orci: la rasoule, la mézza rasoule, la rasulèkkije; u cicene tré ssolde, u cicene mezzeine, u cicene tré kkuarte, u cecenidde; la ggiarre, la giarrettèdde, u vukeile, u vukalètte; orci per animali da cortile: i palummeire; salvadanai: i karusidde.
L'argilla necessaria proveniva da cave delle zone finitime di San Marco, Pignatella di Sotto, Montegentile, a circa 6 km da Cerignola, verso Canosa. Dagli inizi del Novecento, invece, dalle cave di Canosa (argilla gialla), trasportata agli inizi dagli stessi fornaciai con i carretti, successivamente portata direttamente a Cerignola con i camion.
Era da evitare l'argilla ricca di granuli di carbonato di calcio poiché questi, polverizzandosi al calore del forno durante la cottura, potevano provocare la formazione di fori e crepe sulle pareti dei manufatti.
Il ciclo lavorativo dei fornaciai iniziava con la frantumazione e la polverizzazione delle zolle di argilla per mezzo di magli, i magghije, grossi martelli di legno; la polvere veniva poi passata ai vari setacci, i farneire, e, infine, messa a bagno in acqua per un paio di giorni, in un'apposita vasca in muratura, per favorirne l'amalgama e agevolare la successiva lavorazione con le mani che rendeva l'argilla morbida, pronta per essere spalmata sul tornio.
Per facilitare la lavorazione l'artigiano inumidiva costantemente le dita e l'oggetto attingendo l'acqua da una ciotola di argilla, u kravatte, mentre da un'altra ciotola, più piccola, u nappe, prelevava piccole quantità di amalgama di argilla per i ritocchi e le aggiunte.
Il tornio ha mantenuto pressoché inalterata nel tempo la sua struttura, se si eccettua la parte compresa fra l'asse e il piatto superiore, dove - per evitare l'attrito - è stato utilizzato, nel corso degli anni, prima uno straccio oleato, la pezze abbagneite all'ugghije, poi la cotica oleata, la koteke all'ugghije, e, infine, un cuscinetto metallico a sfere.
Dopo la lavorazione al tornio i pezzi venivano riposti su basi quadrate di legno, i retidde, e messi ad asciugare: prima al chiuso - per almeno mezz'ora - per eliminare l'eccesso di umidità, far consolidare i manufatti ed evitare i possibili danni di una immediata esposizione al sole; poi all'aperto, disponendo i pezzi appoggiati al muro e capovolti, sottasoupe e mmukeite, per far asciugare bene il fondo.
Durante l'asciugatura sui manufatti si depositava una patina biancastra simile a muffa, la palummèdde, che dava origine alla formazione di caratteristici righini.
Asciugati, i pezzi erano pronti per la cottura.
Il forno era costituito da due strutture sovrapposte: quella inferiore - la camera di combustione - interrata; quella superiore - la camera di cottura - seminterrata.
Tutto il forno era rivestito in cotto - per rendere gli ambienti refrattari - e presentava sui lati alcuni sfiatatoi.
Alla camera di combustione si arrivava per mezzo di un corridoio deambulatorio, rivestito in cotto ed accessibile grazie ad una rampa di scalini, che terminava proprio dov'era l'apertura della camera di combustione, apertura attraverso la quale il fornaciaio immetteva il materiale da bruciare.
Attraverso tale corridoio si poteva accedere anche ad un altro ambiente, a volte presente nella zona sotterranea, destinato a deposito di paglia.
Una robusta grata, costruita con mattoni refrattari e poggiante su una serie di archetti in mattoni di argilla, separava la camera di combustione da quella superiore di cottura, in modo tale che i manufatti non venivano a diretto contatto con la fiamma ma ne ricevevano solo l'intenso calore.
La camera di cottura presentava una copertura a calotta in muratura, rivestita in cotto, ed era alta circa 1,70 m.
Il fornaciaio procedeva al riempimento completo della camera di cottura utilizzando circa mille pezzi, cominciando da quelli più grossi, impilati e capovolti, e quindi quelli più piccoli, uno sull'altro. I pezzi piccoli venivano utilizzati anche per riempire quegli spazi che alla fine dell'infornata rimanevano vuoti.
Riempita la camera di cottura, nella camera di combustione veniva appiccato il fuoco, prima bruciando paglia umida, i sfeume, per poco tempo, poi frasche miste a sansa per tenere moderata la fiamma.
La cottura era una fase molto delicata: la fiamma e la temperatura dovevano essere mantenute costanti per evitare un essiccamento troppo veloce che avrebbe potuto crepare l'argilla. Quando sugli oggetti cominciava a presentarsi una certa patina caduca - akkummènzene a skurzelé - veniva immediatamente aumentata la temperatura, facendo attenzione che il fuoco fosse sempre in posizione centrale, nné rreite nné nnanze, servendosi, per fare ciò, di frasche di olivo, i paddutte de fraske, introdotte e spostate, alla bisogna, con appositi forconi.
Kurreite! I cicene stanne kulanne era il grido di allarme che si sentiva quando nel forno si era creato eccessivo calore, che faceva fondere l'argilla, rovinando irrimediabilmente i manufatti.
La cottura durava circa sei-sette ore a partire dalla mattina alle sette. Poi l'intero carico veniva lasciato raffreddare nel forno stesso per alcuni giorni, dopo di che gli oggetti erano pronti per l'uso.
Generalmente, di tutta l'infornata solo un 5-6% dei pezzi subiva danni, ma più per una imperfetta lavorazione che per la cottura. Ma anche questo materiale danneggiato veniva co
Lavorazione particolare richiedevano i grossi orci, i rrasoule, che venivano realizzati in tre pezzi, i ssciunte. Si iniziava con la metà inferiore che veniva fornita, nella estremità superiore, di un incavo, u meccioune, e lasciata appena indurire. Si passava poi alla fascia mediana - lavorata al tornio su una base di legno, u retidde - che veniva aggiunta alla metà inferiore incastrandola nell'apposito incavo. Infine, si lavorava il pezzo superiore, quello con il bordo, u mazzoune. Le tre parti venivano saldate fra di loro con la stessa argilla. A volte questi grossi contenitori per liquidi venivano forniti alla base di un foro con collo aggettante, u mingule, che serviva per svuotarli o per facilitarne la pulizia.
Completavano l'attrezzatura dei fornaciai: gli stampi, i stampe, in legno, per i mattoni rettangolari, e in gesso, per le decorazioni plastiche come anse, medaglioni, stemmi, racemi floreali; i pettini di legno, l'ascke, per solcare più o meno profondamente la superficie dei manufatti, soprattutto dei vasi, con varie decorazioni geometriche; le fuseruole, i ppalluzze, per movimentare plasticamente il bordo dei vasi.
L'attività dei fornaciai di Cerignola era molto apprezzata nella provincia di Foggia come pure in quelle finitime, così il commercio dei manufatti non rimaneva limitato alla nostra città, ma interessava Foggia, Manfredonia, Troia, Lucera, il Gargano (Monte Sant' Angelo, San Giovanni Rotondo, San Marco in Lamis), e persino la Basilicata, particolarmente la provincia di Potenza (Venosa, Rapolla, Lavello, Ripacandida).
I fornaciai portavano di persona i loro prodotti ai grossi rivenditori, servendosi di carretti presi a noleggio; solo la ditta Campaniello possedeva un carretto e cavalli propri. In media per ogni viaggio si trasportavano circa 300 pezzi. C'era poi Donato Antonacci che con il suo carretto portava a vendere i manufatti dei nostri fornaciai a Monte Sant'Angelo, rientrando sempre con un carico di carbone, la rusce.
La vendita dei manufatti - a Cerignola - veniva effettuata, soprattutto per i laterizi, direttamente presso le fornaci oppure - per orci, vasi e salvadanai - presso le abitazioni di Raffaele Ferraro, di fronte al Duomo, e di Anna Ferraro, in viale Roosevelt, entrambi familiari dei Ferraro fornaciai.
Il fornaciaio
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