Attrezzi del bottaio
Attrezzi del bottaio
L'attività artigianale del bottaio ha avuto il periodo di maggiore sviluppo soprattutto a partire dagli inizi del XIX secolo, allorché il vasto agro di Cerignola fu interessato da un programmato, intenso ed organico processo di trasformazione agricola, particolarmente avvertito nel settore viticolo. Furono impiantati migliaia di ettari di vigneto, che richiesero altresì l'impianto di complessi enologici per la trasformazione e la conservazione del vino. Di qui anche la necessità di laboratori artigianali che preparassero nel modo più idoneo gli opportuni contenitori per il vino: tini, i teine; botti, i vvutte; fusti, i fuste.
Il legname necessario veniva acquistato fuori. Il rovere direttamente in Jugoslavia o presso alcune ditte di importazione a Barletta (per esempio i Piccardi), il castagno nella zona di Avellino, a Contrada, Mercato San Severino e Salerno.
Le botti per il vino potevano essere di diversa capacità, da 20 q. circa fino a 100 q. e oltre. Qui descriviamo le fasi di realizzazione di una botte da 100 quintali. Come per tutte le botti, si iniziava con la preparazione delle doghe, in questo caso di 2, 15 m di lunghezza e 15 cm di larghezza nella parte mediana, più strette, fino a 10 cm., verso le estremità.
Foto degli inizi del '900- Bottai
Foto degli inizi del '900- Bottai
Le doghe, dopo essere state sgrossate con l'ascia, per raggiungere le misure definitive venivano passate sotto la pialla da 2 m, la pialle sottameine, appoggiata ad un trespolo. Durante l'operazione di piallatura, a kkiané, il bottaio, per una maggiore precisione, utilizzava anche il falso squadro di legno, u falze skuadre.
Quindi, veniva montata una intelaiatura provvisoria di cerchi di ferro, e in essa a mano a mano venivano adattate le doghe, trattenendole poi - con morse di ferro - al cerchio superiore e a quello inferiore. In questa fase le doghe, precedentemente inumidite con acqua, venivano ammorbidite e rese più malleabili al calore di un fuoco acceso all'interno della stessa intelaiatura provvisoria.
Completata l'applicazione delle doghe, si toglievano i cerchi provvisori e si procedeva alla messa in opera di quelli definitivi, iniziando dal maggiore – il centrale -, che serrava la pancia della botte, e proseguendo con tutti gli altri, simmetricamente posti al di sopra e al di sotto di quello centrale.
Il numero e la robustezza dei cerchi erano in rapporto alla capacità della botte.
Nella botte da 100 quintali presa in considerazione, il cerchio maggiore aveva un diametro di 1,40 m. ed era ottenuto da una sbarra di ferro, la meteine de firre, di 5 cm. di larghezza ed uno spessore di l cm. La sbarra veniva piegata a cerchio - a mano, e a freddo - sull'incudine, e veniva chiusa con chiodi di ferro ribattuti.
Con lo stesso procedimento si ottenevano anche i cerchi minori.
Alcuni bottai preferivano acquistare le sbarre di ferro e i chiodi, i kiuvitte rebatteine, a Napoli, al mercato vicino alla chiesa del Carmine, perché lì costavano meno che sulla piazza di Barletta.
Ultimata anche quest'altra operazione, si procedeva a tracciare sulla parte interna delle doghe, a pochi centimetri dalle estremità, un canaletto di 2 cm di profondità, la capruggine, la ngatenateure, nella quale successivamente incastrare i fondi. Per tracciare il canaletto si usava il caprugginatoio, u ngatenateure, una sorta di pialla ovale.
L'arte antica dei bottai Dal web
L'arte antica dei bottai Dal web
I fondi erano realizzati - con lo stesso legname della botte - con assi rettangolari, affiancate e connesse l'una all'altra con perni di legno infilati nei fori precedentemente praticati nello spessore e nei quali veniva infilata anche paglia di loglio, per assicurare una maggiore tenuta degli stessi perni. Di queste assi, quella posta al centro aveva una larghezza di 40 cm. Poi, con il compasso a cursore mobile si tracciava la circonferenza del fondo, secondo il raggio richiesto, e si procedeva a sagomare la tavola così ottenuta.
Sistemati i fondi nei canaletti delle doghe, si procedeva alla cerchiatura interna ed esterna dei rispettivi bordi.
Infine, in uno dei fondi veniva praticata, in corrispondenza dell'asse centrale, un'apertura di 42 cm di altezza ed una larghezza fra i 22 e i 18 cm. che doveva servire per permettere la rimozione della feccia, la fèzze, e, in generale, la pulizia dell'interno della botte.
La costruzione di una botte da 100 quintali richiedeva il lavoro di tre operai per circa una settimana.
Fra i bottai ricordiamo: Michele Barile; Giuseppe Dimunno (anche carradore); Matteo Ladogana; Francesco Mennuni e i figli Vincenzo (anche falegname) e Pasquale; Pietro Molvich. Ci pare opportuno ricordare l'artigiano Giuseppe Dimunno: originario di Ruvo, il quale aprì la sua bottega nel 1958 con 12 operai. Nella sua bottega si producevano ogni giorno circa 40 fusti - di legno di castagno da 1 quintale, che venivano venduti, per 900 lire, alle ditte Masiello, Caputo, Merlicco e Colangione di Cerignola, e Lavacca di Orta Nova, che se ne servivano per trasportare le olive in salamoia. Nel 1958-59 furono preparati circa 10.000 fusti.
Artigiani Dal web
Artigiani Dal web
La bottega ha cessato l'attività intorno al 1970, e con essa è scomparsa completamente questa attività artigianale a Cerignola.
Ora per dare riferimenti precisi della notevole attività sviluppatasi nel settore dei bottami, basta fornire alcuni dati sulle cantine operanti a Cerignola tra il XIX e il XX secolo. Le più note - e le più grandi - erano quelle del duca de La Rochefoucatild e quelle del conte Pavoncelli.
Le cantine del duca de La Rochefoucauld erano 11, di cui 8 destinate alla conservazione dei vini e 3 (Quarto, San Cassianello, Casalini) alla vinificazione e imbottamento. Le cantine ducali lavoravano in media 155.000 q. di uva all'anno, prodotta in 3.100 ettari di vigneto. Erano fornite di 1.658 botti, di capacità variabile fra i 50 e 150 ettolitri, 3 tini da 700 hl. L'uno, 6.000 fusti da 650 litri, 3 grandi botti comunicanti tra loro, della capacità complessiva di 1000 hl. Le aziende agricole ducali, e non soltanto quelle vinicole, erano servite da una propria linea ferroviaria a scartamento ridotto, che le collegava direttamente alla stazione di Cerignola-città. La linea si estendeva per complessivi 18 km; la Casa ducale disponeva inoltre di una locomotiva e di 22 vagoncini (oltre che di un vagone viaggiatori) che potevano trasportare, per ogni viaggio, fino a 500 quintali di merci.
Le principali cantine del conte Pavoncelli erano: Santo Stefano, con una capacità totale di 45.000 hl., fornita di 219 tini, 346 botti e 1000 fusti; Torre Giulia, con una capacità di 40.000 hl., fornite di 167 tini , 359 botti e 2000 fusti; San Domenico, con una capacità di 22.000 hl., fornita di 122 tini, 211 botti e 300 fusti.
A queste si aggiungevano le altre cantine (San Martino, lo stabilimento di Barletta, Stornara, Orta Nova, Pozzelle e Pavoni) che avevano una capacità totale di 33.500 hl. di vino e fornite di opportuni contenitori.
Altri stabilimenti vinicoli importanti erano quelli delle famiglie Caradonna, Cirillo, D'Amati, De Amicis-Pignatella, Palieri, Paolillo, Tannoia, oltre quelli di tanti altri medi e piccoli proprietari.
4 Amministrazione generale dei beni in Italia del signore de La Rochefoucauld duca di Doudeauville e di Bisaccia, Cerignola, 1903 .