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di Vittorio Imbriani

Le statue
Le statue
Nella stessa sala del museo in cui sono collocati gli abiti e gli oggetti delle confraternite sono conservate altre testimonianze della religiosità familiare degli abitanti di Cerignola, che comunque, bisogna dirlo subito, non presentano elementi peculiari rispetto al resto della regione. Preziose sono le piccole statue sacre - risalenti al secolo scorso - provenienti da abitazioni private. Sono realizzate in legno, cera, cartapesta, e conservano gli abiti di stoffa originali; otto di esse sono complete delle campane di vetro sotto cui trovavano la loro collocazione.
Si tratta di oggetti che hanno una grande diffusione nelle case, ma spesso tenuti in stato di abbandono, conservati come ricordo dei familiari. Proprio a causa della loro dispersione, e nello stesso tempo del valore affettivo che incarnano, si rischia di non riuscire a recuperarle, eppure rappresentano un patrimonio. artistico - di quell'arte minore dei maestri artigiani - che costituisce forse la principale testimonianza di un gusto estetico medio e omogeneo, parallelo alla proposta di una religione venuta a patti con il folklore, lontana da alcuni eccessi decorativi delle rappresentazioni barocche, che si diffonde tra gli ultimi due secoli.
Statua sotto campana
Statua sotto campana
I committenti laici di queste statue le richiedevano di dimensioni ridotte rispetto a quelle presenti nelle chiese, ovviamente per poterle collocare in casa senza difficoltà, ma esse dovevano mantenere con precisione gli attributi stereotipi, anche negli atteggiamenti, dei santi rappresentati, non solo perché potessero essere identificati a prima vista, ma quasi perché essi stessi vi si riconoscessero e vi introducessero in qualche modo la loro forza, e non sorgessero confusioni per il destinatario della venerazione; se la statua è il santo, ne possiede anche il potere magico.
L'iconografia è improntata a un ingenuo e facile patetismo che riproduce, semplificandoli, i modelli barocchi dell'arte sacra dell'Italia meridionale; colpiscono in particolare la sofferenza e il dolore degli sguardi, gli occhi imploranti al cielo, la tristezza infantile delle "addolorate".
In molte abitazioni si conservano - tuttora - queste statue, ma soprattutto come oggetto di arredo o memoriale; nella società più povera della prima metà del secolo avevano invece ben altre funzioni. Intanto, alla loro presenza nelle case si attribuiva la mansione di una generica protezione, come peraltro alle immagini a stampa dei santi. Bisogna considerare anche che quelle statue, pur realizzate con materiale meno costoso di altri in uso (come, per esempio, il marmo), avevano un valore venale di non poco conto, specie poi in una economia familiare generalmente povera; ma la spesa in ogni caso assume il valore di un investimento, obbligando il santo a proteggere dalle paure, e risolve, a livello psicologico, il problema di un rimedio apotropaico.
Statua sotto campana
Statua sotto campana
Questi santi avevano una collocazione elettiva su un comodino nella stanza del letto nuziale, a salvaguardare l'integrità e la continuità della famiglia: e questo vale tanto più se si considera la gelosa e attenta custodia di cui erano fatti oggetto e la loro trasmissione per via ereditaria. Spesso accadeva che queste statue, in particolare della Madonna, venissero regalate dai genitori alla propria figlia per le nozze, sicché la Madonna, madre per eccellenza, veniva chiamata a una funzione giunonica di salvaguardia della vita sessuale e della maternità.
Inoltre, le statue nel loro angolino riservato erano di solito circondate dalle foto dei defunti della famiglia; è un'abitudine ancora molto diffusa quella di riservare il piano di qualche tavolino a queste fotografie, con tanto di lucette e fiori. Conservare in maniera, per così dire, palpabile il ricordo dei parenti defunti serve a convincere i morti della considerazione in cui sono tenuti; si aveva paura dei defunti, dei loro possibili ritorni e di eventuali ritorsioni, o semplicemente dei rimproveri che da essi potevano venire per essere stati in qualche momento dimenticati. Così, simulacri dei santi e dei defunti, luci e fiori, si ergevano sugli altarini familiari, luoghi carichi di potenza a salvaguardia del benessere familiare contro le sventure, le malattie, gli interventi malefici.
I santi di carta e di cera, quindi, rivelano questo loro carattere di mediazione, di traduzione nelle case di una estetica popolare, nel senso proprio di accessibile e accettabile, di un'estetica a tutto tondo, e nello stesso tempo di una pietà tutto sommato agevole e poco eroica, che nasce certo dalla sofferenza, ma subito sublimata dall'offerta.
Tutto ciò si innesta nella vita religiosa della famiglia e del paese e si adatta alle credenze sulla potenza taumaturgica dei santi e nello stesso tempo sulla sacralità ambigua, perché anche pericolosa e vendicativa, di quelle figure senza gravi ruvidità, e con la lievità del costo relativamente basso della loro fattura.

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