La cerealicoltura fra metodi tradizionali e innovazioni tecnologiche
di Ferdinando Mirizzi

Il centro dell'organizzazione produttiva del territorio cerignolano era rappresentato dalla masseria, sede della grande e media proprietà terriera, punto di riferimento obbligato per la maggior parte della popolazione, costituita da una massa di contadini poveri che, pur disponendo a volte di piccole quote di terra da coltivare in proprio, svolgevano la loro attività prevalentemente come lavoratori giornalieri o come salariati fissi. E nella masseria, che nella Capitanata si identifica propriamente con la grande azienda cerealicola o cerealicolo-pastorale di tipo estensivo, con superfici spesso superiori ai 200 ettari e con tutto il complesso di impianti e fabbricati di cui la stessa azienda è costituita, i lavoranti erano organizzati secondo precise gerarchie di grado e funzione, sotto la guida generale del curatolo, responsabile di tutta l'organizzazione dei servizi e dell'andamento dei lavori.
Il curatolo era coadiuvato dal sottocuratolo e da altri sottocapi - ciascuno addetto al coordinamento di un particolare settore della masseria - da cui a loro volta dipendevano squadre di salariati fissi, ai quali si aggiungeva la manodopera stagionale ingaggiata in gran numero in occasione dei grandi lavori del ciclo produttivo annuale, come la semina e la mietitura. Così, dal capo carrettiere dipendevano i carrettieri e dal capo aratore i cavazzanti o aratori, mentre squadre di guardiani sorvegliavano i confini delle aziende, al fine di far rispettare i diritti di proprietà.
Nelle imprese maggiori, come quella dei Pavoncelli, il curatolo ed i vari sottocapi erano collegati ad un direttore centrale, che impartiva loro le necessarie disposizioni e vigilava sul buon andamento delle masserie con l'aiuto anche di ispettori tecnici.
Più in generale, gli interessi dei proprietari erano curati da un amministratore, che nella maggior parte dei casi non era né un agricoltore né un agronomo e si limitava, con l'aiuto di un fattore, ad esigere quel che c'era da esigere ed a pagare quel che c'era da pagare, in una sorta di "economia diretta delegata" come la definiva Lo Re, contraria a qualsiasi programmazione, migliorìa o innovazione.
La classe degli agrari era dunque in gran parte costituita, a Cerignola, come nel resto dell'intera Capitanata, da proprietari, per lo più assenteisti, che non mostravano alcun interesse per il miglioramento delle tecniche di coltivazione e dei sistemi di conduzione delle loro aziende.
Con delle eccezioni notevolissime, come quelle costituite dai già citati Pavoncelli e La Rochefoucauld, che furono invece sempre molto attenti alle sollecitazioni del mercato e pronti ad introdurre significativi cambiamenti nei sistemi gestionali e produttivi e a favorire sperimentazioni per il necessario progresso delle tecniche lavorative.
In ogni caso, il sistema di coltura estensivo prevalente tra gli ultimi decenni dell'Ottocento e la prima metà del Novecento si reggeva sullo sfruttamento generalizzato di una manodopera salariata che viveva in condizioni di grande precarietà ed indigenza economica.
La vita nelle "masserie di campo", era particolarmente faticosa e non lasciava spazio agli affetti familiari di qualunque tipo. I salariati erano infatti obbligati a rimanere in campagna per tutto l'anno, dall'8 settembre al 7 settembre dell'anno successivo, lavorando duramente per l'intera giornata e potendo recarsi in città solo una o due volte al mese per rivedere i congiunti e cambiare la biancheria.
La loro alimentazione giornaliera era costituita da una limitata quantità di pane, con l'aggiunta di sale ed olio, con il quale potevano anche prepararsi l'acquasale, o pancotto, magari arricchita di erbe cotte e, nel migliore dei casi, di un po' di legumi.
In città le case dei braccianti e dei salariati consistevano per lo più in un unico vano seminterrato umido e scarsamente illuminato e arieggiato, che era nello stesso tempo stanza da letto, cucina, fienile, porcile e pollaio.
Nel 1901 vennero censite a Cerignola ben 623 di queste abitazioni; in cui, analogamente a tanti altri centri del Mezzogiorno d'Italia, il posto centrale era occupato da un letto formato da sacchi di paglia coperti da brandelli di tela malcuciti. Miseria sociale e materiale, dunque, fame, forte squilibrio tra bisogni e salario caratterizzavano la vita dei lavoratori delle campagne che spesso, pur lavorando alacremente, non guadagnavano a sufficienza per sfamare convenientemente le loro famiglie.
Ecco quanto scriveva a proposito Lo Re agli inizi del Novecento:
Dei 365 giorni dell'anno il contadino deve togliere almeno 46 domeniche (invece di 52 quante sono), 30 feste religiose e civili, 30 giorni di cattivo tempo, 15 per malattia, 30 per disoccupazione; in tutto 145. Restano così 220 giorni di lavoro i quali, col salario giornaliero di L. 3.00, secondo l'ultima tariffa concordata fra proprietari e contadini danno L. 630 [ ... l. Dalle quali si devono ineluttabilmente fare queste altre deduzioni:
Per l'affitto di casa L. 10 mensili all'anno L. 120,00
Scarpe - 2 paia L. 20.00
Vestiti di tela - 2 L. 40.00
Biancheria (ripulitura, consumo e riparaz.) L. 15.00
Medico e medicine L. 25.00
Fuoco, acqua, luce L. 55.00
Tornano L. 275.00
Sottraendo dalle 630 lire di salario annuo queste 275 lire, restano L. 355, le quali, divise per i 365 giorni dell'anno, danno un quoziente di L. 0,97! quanto basta a pena, per i prezzi che corrono, a comperare il pane quotidiano.

La realtà agraria di Cerignola tra gli ultimi decenni dell'Ottocento e i primi del Novecento si presentava dunque con caratteri di rilevante complessità, fondata su una struttura sociale fortemente articolata all'interno della fondamentale polarizzazione tra la classe dei grandi proprietari fondiari e la grande massa di contadini indigenti, salariati fissi, coloni o braccianti che fossero.
Una realtà agraria segnata dal contrasto tra il perdurare di un atteggiamento statico nei confronti dei sistemi di conduzione di molte aziende e delle tecniche di coltivazione e la contemporanea tendenza di alcuni grossi proprietari a promuovere lo sviluppo, allineando le loro imprese agli orientamenti economici e alle esigenze del commercio nazionale, meccanizzando le aziende e destinando le produzioni al mercato anche internazionale.
Nella stessa azienda Pavoncelli, all' inizio del secolo, 2.500 ettari di terreno erano coltivati a cereali "con tutti quei metodi progrediti, che la scienza e la buona pratica agricola consigliano ed il clima e l'ambiente permettono, come introduzione di piante foraggiere, avvicendamenti razionali, impiego d'ingrassi chimici e simili", mentre altri 1.000 ettari erano lavorati ricorrendo alle tecniche e agli strumenti tradizionali, e a questi si aggiungevano ancora circa 1.000 ettari concessi in fitto a coloni "invecchiati con la Casa".