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La cerealicoltura fra metodi tradizionali e innovazioni tecnologiche
di Ferdinando Mirizzi

Masseria in Capitanata
Masseria in Capitanata
Nella sua monografia del 1859, il canonico Luigi Conte sintetizzava efficacemente le condizioni generali dell'agricoltura a Cerignola, evidenziandone strutture ed elementi portanti: accanto ai pascoli destinati al bestiame, transumante e stanziale, e alle quote di terra riservate alle coltivazioni legnose, tra cui in particolare la vite avrebbe conosciuto forti incrementi nei decenni successivi, il quadro dell'organizzazione e delle produzioni agrarie era soprattutto definito dalla prevalenza delle colture cerealicole, che occupavano pressappoco i due terzi dell'intero territorio, e dal dominio della grande proprietà latifondistica.
Masseria nel Tavoliere
Masseria nel Tavoliere
Si può anzi dire che la storia agraria di Cerignola si identifichi in fondo con la storia dei Pavoncelli, di La Rochefoucauld e degli altri grandi proprietari che già alla fine dell'Ottocento, con un'accentuazione sempre maggiore col passare degli anni, diedero alle loro imprese un impulso notevole in senso capitalistico, con le produzioni destinate fondamentalmente al mercato, con le ingenti quote di capitale investite per l'aumento e il miglioramento delle rese, con il massiccio impiego di manodopera bracciantile, che nel 1901 costituiva ben l'83,8% dell'intera popolazione attiva della città.
Il centro dell'organizzazione produttiva del territorio cerignolano era rappresentato dalla masseria, sede della grande e media proprietà terriera, punto di riferimento obbligato per la maggior parte della popolazione, costituita da una massa di contadini poveri che, pur disponendo a volte di piccole quote di terra da coltivare in proprio, svolgevano la loro attività prevalentemente come lavoratori giornalieri o come salariati fissi. E nella masseria, che nella Capitanata si identifica propriamente con la grande azienda cerealicola o cerealicolo-pastorale di tipo estensivo, con superfici spesso superiori ai 200 ettari e con tutto il complesso di impianti e fabbricati di cui la stessa azienda è costituita, i lavoranti erano organizzati secondo precise gerarchie di grado e funzione, sotto la guida generale del curatolo, responsabile di tutta l'organizzazione dei servizi e dell'andamento dei lavori.
Il curatolo era coadiuvato dal sottocuratolo e da altri sottocapi - ciascuno addetto al coordinamento di un particolare settore della masseria - da cui a loro volta dipendevano squadre di salariati fissi, ai quali si aggiungeva la manodopera stagionale ingaggiata in gran numero in occasione dei grandi lavori del ciclo produttivo annuale, come la semina e la mietitura. Così, dal capo carrettiere dipendevano i carrettieri e dal capo aratore i cavazzanti o aratori, mentre squadre di guardiani sorvegliavano i confini delle aziende, al fine di far rispettare i diritti di proprietà.
Nelle imprese maggiori, come quella dei Pavoncelli, il curatolo ed i vari sottocapi erano collegati ad un direttore centrale, che impartiva loro le necessarie disposizioni e vigilava sul buon andamento delle masserie con l'aiuto anche di ispettori tecnici.
Più in generale, gli interessi dei proprietari erano curati da un amministratore, che nella maggior parte dei casi non era né un agricoltore né un agronomo e si limitava, con l'aiuto di un fattore, ad esigere quel che c'era da esigere ed a pagare quel che c'era da pagare, in una sorta di "economia diretta delegata" come la definiva Lo Re, contraria a qualsiasi programmazione, migliorìa o innovazione.
La classe degli agrari era dunque in gran parte costituita, a Cerignola, come nel resto dell'intera Capitanata, da proprietari, per lo più assenteisti, che non mostravano alcun interesse per il miglioramento delle tecniche di coltivazione e dei sistemi di conduzione delle loro aziende.
Con delle eccezioni notevolissime, come quelle costituite dai già citati Pavoncelli e La Rochefoucauld, che furono invece sempre molto attenti alle sollecitazioni del mercato e pronti ad introdurre significativi cambiamenti nei sistemi gestionali e produttivi e a favorire sperimentazioni per il necessario progresso delle tecniche lavorative.
In ogni caso, il sistema di coltura estensivo prevalente tra gli ultimi decenni dell'Ottocento e la prima metà del Novecento si reggeva sullo sfruttamento generalizzato di una manodopera salariata che viveva in condizioni di grande precarietà ed indigenza economica.
La vita nelle "masserie di campo", era particolarmente faticosa e non lasciava spazio agli affetti familiari di qualunque tipo. I salariati erano infatti obbligati a rimanere in campagna per tutto l'anno, dall'8 settembre al 7 settembre dell'anno successivo, lavorando duramente per l'intera giornata e potendo recarsi in città solo una o due volte al mese per rivedere i congiunti e cambiare la biancheria.
La loro alimentazione giornaliera era costituita da una limitata quantità di pane, con l'aggiunta di sale ed olio, con il quale potevano anche prepararsi l'acquasale, o pancotto, magari arricchita di erbe cotte e, nel migliore dei casi, di un po' di legumi.
In città le case dei braccianti e dei salariati consistevano per lo più in un unico vano seminterrato umido e scarsamente illuminato e arieggiato, che era nello stesso tempo stanza da letto, cucina, fienile, porcile e pollaio.
Nel 1901 vennero censite a Cerignola ben 623 di queste abitazioni; in cui, analogamente a tanti altri centri del Mezzogiorno d'Italia, il posto centrale era occupato da un letto formato da sacchi di paglia coperti da brandelli di tela malcuciti. Miseria sociale e materiale, dunque, fame, forte squilibrio tra bisogni e salario caratterizzavano la vita dei lavoratori delle campagne che spesso, pur lavorando alacremente, non guadagnavano a sufficienza per sfamare convenientemente le loro famiglie.
Ecco quanto scriveva a proposito Lo Re agli inizi del Novecento:

Dei 365 giorni dell'anno il contadino deve togliere almeno 46 domeniche (invece di 52 quante sono), 30 feste religiose e civili, 30 giorni di cattivo tempo, 15 per malattia, 30 per disoccupazione; in tutto 145. Restano così 220 giorni di lavoro i quali, col salario giornaliero di L. 3.00, secondo l'ultima tariffa concordata fra proprietari e contadini danno L. 630 [ ... l. Dalle quali si devono ineluttabilmente fare queste altre deduzioni:
Per l'affitto di casa L. 10 mensili all'anno  L. 120,00
Scarpe - 2 paia                                                L. 20.00
Vestiti di tela - 2                                             L. 40.00
Biancheria (ripulitura, consumo e riparaz.) L. 15.00
Medico e medicine                                         L. 25.00
Fuoco, acqua, luce                                          L. 55.00
                                                           Tornano L. 275.00
Sottraendo dalle 630 lire di salario annuo queste 275 lire, restano L. 355, le quali, divise per i 365 giorni dell'anno, danno un quoziente di L. 0,97! quanto basta a pena, per i prezzi che corrono, a comperare il pane quotidiano.

L'Incoronata che si venera a Foggia Dal web
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La situazione non migliorò nei primi decenni del Novecento e le condizioni di vita dei contadini erano sempre estremamente precarie e disagiate, segnate dalla fame, dalle angherie dei soprastanti e, per di più, dallo spettro della disoccupazione, causato dalla forte immigrazione, avvenuta in particolare negli anni Venti, dei marineise ("quelli della marina") dai vicini centri della provincia di Bari, richiamati a Cerignola soprattutto dalla decisione di Pavoncelli di impiantare, in larghe superfici della sua vasta proprietà, vigneti da affidare a coloni esperti nella coltivazione della vite con contratti di compartecipazione migliorataria.
La realtà agraria di Cerignola tra gli ultimi decenni dell'Ottocento e i primi del Novecento si presentava dunque con caratteri di rilevante complessità, fondata su una struttura sociale fortemente articolata all'interno della fondamentale polarizzazione tra la classe dei grandi proprietari fondiari e la grande massa di contadini indigenti, salariati fissi, coloni o braccianti che fossero.
Una realtà agraria segnata dal contrasto tra il perdurare di un atteggiamento statico nei confronti dei sistemi di conduzione di molte aziende e delle tecniche di coltivazione e la contemporanea tendenza di alcuni grossi proprietari a promuovere lo sviluppo, allineando le loro imprese agli orientamenti economici e alle esigenze del commercio nazionale, meccanizzando le aziende e destinando le produzioni al mercato anche internazionale.
Nella stessa azienda Pavoncelli, all' inizio del secolo, 2.500 ettari di terreno erano coltivati a cereali "con tutti quei metodi progrediti, che la scienza e la buona pratica agricola consigliano ed il clima e l'ambiente permettono, come introduzione di piante foraggiere, avvicendamenti razionali, impiego d'ingrassi chimici e simili", mentre altri 1.000 ettari erano lavorati ricorrendo alle tecniche e agli strumenti tradizionali, e a questi si aggiungevano ancora circa 1.000 ettari concessi in fitto a coloni "invecchiati con la Casa".
Una vecchia piantina di Foggia Dal web
Una vecchia piantina di Foggia Dal web
Di questa complessa realtà socio-economica, culturale ed ergologica il Museo Etnografico Cerignolano dà una parziale ma significativa testimonianza nella sala dove sono raccolti alcuni aratri a trazione animale, dai tradizionali assolcatori in legno ai modelli in ferro monovomeri e polivomeri; una serie di bilancini per agganciare gli stessi aratri alranimale (o agli animali); un numeroso gruppo di attrezzi relativi alla semina e alle operazioni di raccolta, trebbiatura e pulitura del grano: bisacce, erpici, forche e forconi, falci, setacci, pale per la ventilazione. Tutti questi oggetti sono oggi completamente disusati in un territorio, come quello del Tavoliere, in cui la produzione cerealicola è ormai sottoposta a processi lavorativi dominati dalla macchina, elemento centrale, non solo tecnicamente ma anche socialmente, di un'agricoltura moderna ed efficacemente competitiva. Gli attrezzi presenti nel museo sono pertanto documenti materiali di un mondo passato, in cui fattore fondamentale nel processo lavorativo era la forza muscolare umana e animale, all'interno di un ciclo produttivo di cui cercheremo di ricostruire le varie fasi, in modo da consentire ai visitatori del museo una lettura storica e contestuale degli strumenti e delle loro modalità d'uso, relativamente ad un periodo che va grosso modo dalla seconda metà dell'Ottocento agli anni Cinquanta del nostro secolo.

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