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Formazione del 4° battaglione di fanteria e sbarco a Manfredonia.

A proposito di malaria: nel 1898 Giovanni Battista Grassi, a Roma, identificò il vettore della malaria, gli Anopheles, e ottenne la prima trasmissione sperimentale.
A proposito di malaria: nel 1898 Giovanni Battista Grassi, a Roma, identificò il vettore della malaria, gli Anopheles, e ottenne la prima trasmissione sperimentale.
'Nei primi mesi del 1862, resa evidente la necessità di pronti e notevoli rinforzi, il Ministero, alieno forse dal continuare a muovere reggimenti interi onde non assottigliare di soverchio i presidi delle altre parti della penisola, determinò d’inviare alla repressione del brigantaggio i quarti battaglioni; fors’anco pensando che, trattandosi di guerriglie, le piccole unità tattiche sarebbero state più opportune ed efficaci...
Il 4° battaglione del 55° fanteria, cui apparteneva chi scrive, era così formato: Comandante, maggiore Mori Palmiro, dell’esercito toscano. Aiutante maggiore: sottotenente Baccaglieri, dal 1° corso di Modena, poi il sottotenente Motta, dai sottufficiali piemontesi; medico di battaglione dott. Fimiani, dall'esercito borbonico, 13. compagnia: Capitano Montelatici, dall’esercito toscano; tenente Ferrigno, dai garibaldini del 27 marzo 1862, poi De Francesco, dall’esercito borbonico; sottotenenti: Tombini, dai sottufficiali toscani e Mariotti Temistocle, dagli ufficiali garibaldini del corso d’Ivrea...
Noi giungevamo colà quasi completamente digiuni di tutto: del clima, della particolare configurazione e struttura del suolo, della natura, dell’indole, dei costumi, del grado di civiltà degli abitanti. Dato lo stato d’isolamento di abbandono e di quasi barbarie, in cui quelle popolazioni erano state sino ad allora tenute dai passati governi, così fatte cognizioni intorno ad esse ed al loro territorio, non potevano per fermo, essere tra noi, nel 1862, molto estese, né sufficientemente esatte... Quanto a direttive sanitarie andavamo in un paese infestato, anzi addirittura maledetto dalla malaria e noi mancavamo affatto di norme e precauzioni igieniche, anche le più elementari. Ufficiali e truppa eravamo partiti da Ancona con addosso l’equipaggiamento di guerra, cappotto e pantaloni di panno, chepì con la fodera di tela cerata nera, carico dai 28 ai 30 kg. pel soldato; tunica a pantalone di panno, cappotto a tracolla, chepì come sopra, fatta grazia soltanto delle spalline per gli ufficiali...
Le bande possiedono una straordinaria mobilità: espertissime di tutti i più intimi recessi delle foreste e dei terreni frastagliati, coadiuvate dalla gente di campagna, non solo con facilità sfuggono alle ricerche e agli inseguimenti delle truppe, ma riescono, non di rado con fortuna, a tendere agguati, a sorprendere in modo fulmineo con superiorità di forze, specie i piccoli drappelli in marcia, così di fanteria, come di cavalleria, ed infliggere loro perdite più o meno considerevoli'.

Marcia senofontea.

Il conte Mazè de la Roche.
Il conte Mazè de la Roche.
'Il 13 giugno, di buon mattino, siamo al nostro primo atto su questo nuovo teatro di guerra di Capitanata, alla marcia, cioè da Manfredonia a Foggia, una distesa di circa 40 km., piana, liscia, senza alberi, priva di qualsiasi vegetazione e di acqua potabile, tranne qua e là qualche pozzo di acqua salmastra; aggiungasi il polverone della strada, il sole della metà di giugno, fulminante in quel clima, e il pieno assetto di guerra, più su accennato, del soldato e degli ufficiali.
Nessuno si meraviglierà nell’apprendere che quella nostra prima marcia sul suolo pugliese segnò un vero disastro. Raggiunto o appena oltrepassato il primo terzo della tappa, i soldati a diecine cominciarono a cadere per terra privi di respiro e di sensi; né in quella landa deserta, vi erano mezzi per aiutarli; non caseggiati, non ombra di sorta, e le poche risorse delle meschinissime e primitive ambulanze di quei tempi, furono in un attimo esaurite, onde non vi fu da far altro che rizzare qua e là qualche tenda per i caduti e continuare la marcia. Strada facendo, tre soldati del mio battaglione, fulminati dall’insolazione, morirono all’istante. Quando occorreva di incontrare qualcuno dei menzionati pozzi d’acqua salmastra, le truppe trascinate da una foga pazza, irresistibile, vi si precipitavano all'assalto: noi ufficiali colle sciabole sguainate e con tutta la nostra voce ordinavamo che si allontanassero, ma essi non ascoltavano più; anziché retrocedere, si sarebbero gittati a capofitto in quelle cisterne. In un attimo le cravatte, ridotte a strisce legate insieme, venivano convertite in corde, alle estremità delle quali si raccomandavano le gavette, affinché facessero l’ufficio di secchie, e così convulsamente, freneticamente, attingevano quell'acqua pestifera. I due maggiori, impressionati e sgomenti di questa rapida, inesorabile dissoluzione dei battaglioni, ogni qual tratto convocavano gli ufficiali a gran rapporto per far caldissimo appello al loro zelo, per incitarli ai maggiori, ai supremi sforzi onde frapporre un’argine a tanta rovina. Ogni provvidenza, però, tornò vana, e noi arrivammo a quattro o cinque km. da Foggia in tali condizioni che dietro ai cavalli dei due maggiori non marciavano più che i gruppi degli ufficiali dei rispettivi battaglioni: la truppa era tutta disseminata pei campi lungo l’ardente e polveroso stradale percorso. Ordinato quivi il grand’alt, il nostro aiutante maggiore, sottotenente Baccaglieri, il quale si era pur allora riavuto da un passeggero insulto di congestione cerebrale, inforca a pelo il primo cavallo che trova per la campagna e via di corsa a Foggia con la notizia del nostro misero stato. Di là a poco sopraggiunse il brigadiere Mazé coi suoi ufficiali di stato maggiore, si videro arrivare, ordinati e provvisti da lui e dalle autorità locali, carri d'acqua, di gelati, di agrumi, di rinfreschi di ogni specie, carri in buon numero per trasporto dei malati, onde raggranellata faticosamente la nostra gente, potemmo compire la quasi tragica tappa'.